Le CodePink a Sanaa

 

Nella foto diffusa dall’associazione per i diritti umani al-Karama, Terry Kay Rockefeller fa capolino con il suo caschetto biondo e gli occhiali rossi alle spalle di una donna in niqab, dall’età indefinibile e dalla taglia piccola. È l’unica immagine ufficiale che possiede di quella visita, annunciatami qualche mese prima, dopo esserci incontrate al World Social Forum di Tunisi. Mi aveva chiesto come fosse lo Yemen, se il fatto di visitarlo non la mettesse a rischio, in quanto cittadina americana. La sua domanda poteva suonare strana, visto che Terry frequenta l’Iraq dal 2004, sfidando la sorte e il pericolo di rapimenti. 

Perché Terry Rockefeller, producer e autore televisivo, con il suo caschetto biondo e un sorriso splendido, piantato in un corpo di cinquantenne americana in carne, è una donna coraggiosissima. Ha perso la sorella nell’attentato alle Torri Gemelle e quando ne parla i suoi occhi sono sempre umidi di lacrime. 

Ma, lucida, lucidissima, fin dall’inizio di quel disastro, ha considerato l’invasione all’Iraq come l’errore più grande del suo Paese e si è messa in mente di rappresentare un gruppo di attivisti americani, impegnati nella denuncia delle violazioni dei diritti umani da parte degli Usa, da Abu Ghraib a Guantanamo, dai bombardamenti agli attacchi con drone. Terry ha scelto questo impegno “perché – dice – amo troppo la democrazia e i nostri principi per vederli traditi quando ci conviene”.

 

Così, nel giugno 2013, fa un passo in più, e da Baghdad si sposta a Sanaa, in Yemen. Fa parte delle famose CodePink, donne impegnate a tutti livelli nel campo dei diritti umani, e presenti ovunque sia stata registrata una violazione dei diritti umani da parte del governo americano. In meno di 24 ore, le CodePink, con il supporto di altre due organizzazioni internazionali per i diritti umani, Al-Karama e Hood, si piantano per un sit-in sotto l’ambasciata americana a Sanaa, tirandosi dietro i volontari e le famiglie dei detenuti yemeniti di Guantanamo, alcuni dei quali, a quel tempo, in pieno sciopero della fame. L’azione fa parte della campagna “Human dignity”: un cocktail di protesta contro le “civilian casualties” degli attacchi con drone nel contrasto al terrorismo e contro le condizioni di detenzione dei 56 prigionieri yemeniti di Guantanamo, di cui le CodePink chiedono immediata scarcerazione e trasferimento in altre strutture di massima sicurezza.

 

 È qui che Terry conosce Amina al-Raeyee, sorella di Salman, detenuto a Guantanamo e Ali Mohammed Aziz, cognato di Haiel al-Methali, anche lui tra i prigionieri che hanno ingaggiato lo sciopero della fame. “Per me come americana – mi confessa Terry – è molto duro toccare con mano alcune realtà. Si tratta di mettere piede in Paesi che hanno colpito il mio e di conoscere di persona soggetti ritenuti responsabili della morte di mia sorella. Mi è successo in Iraq, ma qui il sentimento è ancora più forte: questi detenuti sono accusati di essere membri operativi di al-Qaeda e a Guantanamo sono custoditi anche alcuni artefici dell’attentato dell’11 settembre. Venire qui, per me, significa abbracciare virtualmente gli assassini di mia sorella”. 

Terry abbraccia Amina davvero, entrambe donne, entrambe protagoniste e vittime di un gioco politico troppo grande. Insieme agli altri attivisti e ai membri delle altre famiglie, stilano una lettera aperta al presidente Barack Obama che viene consegnata all’allora ambasciatore Gerald M. Feierstein. 

La lettera, senza abrasioni e senza censure, recita così: “Noi, famiglie dei detenuti di Guantanamo, e attivisti pacifisti, chiediamo al governo americano di onorare l'ideale americano della giustizia. [...] Il 23 maggio 2013, il presidente Obama ha promesso che avrebbe ordinato il rilascio di 56 detenuti yemeniti destinandoli al rimpatrio, e che avrebbe permesso loro di tornare a casa. Ha anche detto che avrebbe rispettato la promessa fatta durante la sua campagna presidenziale, vale a dire di chiudere Guantanamo e garantire il diritto dei detenuti ad un processo equo. Ogni giorno che passa da quando Obama ha fatto questa promessa è un altro giorno di dolore e sofferenza per i detenuti e per le loro famiglie, considerato che la data del loro rilascio resta sconosciuta. [..] I bambini si addormentano senza i loro padri, le mogli provvedono alle loro famiglie senza i loro mariti [....]. Per il popolo yemenita e per gli altri Paesi del mondo, l'immagine degli americani è ormai compromessa”.

 

La lettera contiene anche un passaggio molto duro nei confronti dell’ex governo yemenita del presidente Ali Abdullah Saleh, un governo che spesso e volentieri ha barattato favori e commesse in cambio di estradizioni per terrorismo e che non è stato capace di fornire agli americani risposta sulla disponibilità, sul suo territorio, di una struttura adeguata a ospitare i 56 yemeniti di Gtmo, costretti in un doppio limbo di attesa: quello per un processo che non arriverà mai e quello per un trasferimento annunciato che, forse, non avverrà mai anch’esso: 

 

 

“Il Congresso americano ha approvato un emendamento alla sua legislazione affinché i fondi militari statunitensi vengano utilizzati per trasferire i prigionieri da Guantanamo verso lo Yemen. Presidente Obama, il Senato americano e il popolo americano devono prendere posizione contro queste violazioni della sovranità dello Stato yemenita che viola le norme internazionali sui diritti umani a danno di individui che sono stati detenuti per oltre 12 anni senza il diritto di difendersi”.

 

La lettera si conclude con un appello a giusto processo: "Se non vi è alcuna prova che questi detenuti sono coinvolti in attività criminali, che sia garantito il loro diritto ad un giusto processo. Se non ci sono prove contro di loro, che siano liberati a seguito di un annuncio e di un calendario chiaro e preciso. Solo allora, le loro famiglie potranno dirsi finalmente libere da questo inferno".

 

Terry ne conosce un altro “ma, almeno, dice, al mio inferno ci si può rassegnare”. Nemmeno lei, però, si è rassegnata. Nemmeno lei ha smesso di cercare una possibile, probabile, plausibile verità. Terry fa parte del consistente numero di cittadini americani, di cui la più nota è Mary Fetchet, che hanno chiesto al governo una commissione indipendente d’inchiesta sui fatti dell’11 settembre. Ad oggi, resta convinta che l’attentato poteva essere evitato ma rifiuta l’idea che la sua ipotesi rientri nelle tesi cospirazioniste.

La sorella di Terry, Laura, 41 anni, coordinatore delegato del Risk Water Group, morì presumibilmente dopo le 8.46, ora dell’impatto dell’aereo 11 American Airlines, guidato dal dirottatore Mohamed Atta, contro la Torre Nord del World Trade Center, New York.

 

 

L’incredibile storia della famiglia al-Raeyee 

 

“Uccidetelo se è colpevole, uccidetelo. Così smetteremo di sperare inutilmente”. Le parole di Amina al-Raeyee riecheggiano rimbalzando con una eco secca come una schioppettata tra le mura della stanza dipinta di fresco da pochi giorni. A Sana’a, capitale dello Yemen, shara Zubairi è una delle arterie più affollate a tutte le ore. Siamo all’ultimo piano di un edificio che lungo i suoi cinque strati assomma uffici di ogni genere: dalla clinica oftalmica alle ong, dal tribunale locale agli studi di avvocatura. 

Amina, che adesso è circonfusa dalla luce del pomeriggio yemenita, dorata e calda, riflessa da questo bianco accecante, è quel che si dice una “sorella coraggio”. Suo fratello Salman è detenuto a Guantanamo da 13 anni e la sua storia ha dell’incredibile. 

Insegnante, figlia di una famiglia numerosa, come tutte le famiglie yemenite, Amina ha scontato sulla sua pelle soprattutto la riprovazione sociale: prima l’allontanamento per paura da parte di amici, vicini e familiari, financo del primo marito. Poi, l’isolamento da parte dei suoi stessi familiari, al momento in cui ha deciso di raccontare la sua verità. Infine, l’angoscia di non sapere a chi appellarsi, oltre al suo avvocato. E, su tutto, l’attesa della liberazione, quella che tutte le famiglie dei 112 detenuti yemeniti di Guantanamo attendono da molti anni inutilmente.

 

La sua storia è un concentrato delle sovrapposizioni politiche e degli interessi strategici che hanno stretto il Paese in una morsa già da prima dell’11 settembre, dove le vicende private fanno risaltare la sottile linea grigia che unisce governi, corruzione, spionaggio e controspionaggio, terrorismo, povertà, ambizione. Come in un film, ma verissimo.

Perché a casa di Amina, un qedista c’è, ma non è il fratello in prigione a Guantanamo Bay. Il supposto terrorista era, invece, un altro: Fawaz, il maggiore. “Mio fratello maggiore parrebbe che avesse abbracciato la causa di al Qaeda negli anni ‘90, dopo un viaggio alla Mecca, un arresto da parte delle autorità saudite e un successivo passaggio prima verso il Pakistan, poi in Germania. In famiglia ci aveva detto che commerciava in vestiti e in quegli anni ci inviava delle rimesse in denaro consistenti. Ma, ad un certo punto, abbiamo ricevuto una chiara indicazione dal ministero dell’interno yemenita e dai servizi che, invece, si dedicava ad attività sospette. Da quel momento la mia famiglia è stata nel mirino delle autorità, probabilmente per ricavare da qualche membro della famiglia possibili informazioni che, purtroppo, non avevamo. L’assurdo è che mio fratello minore Salman, incoraggiato da mio padre a recarsi in Pakistan per cercare il maggiore, nel 2001, sia rimasto lì bloccato durante le retate degli americani successive all’11 settembre. È stato arrestato e deportato a Guantanamo Bay senza un capo di accusa che sia chiaro e con grande eco nei media yemeniti, cosa che ci ha gettato nella riprovazione sociale. Ai tempi aveva solo 16 anni” .

 

Salman sembra essere rimasto cristallizzato nei suoi 16 anni nella foto che Amina stringe al petto: lo scialle yemenita bene annodato sul capo, la bocca semiaperta, lo sguardo sorpreso fissato per sempre dal fotografo delle grandi occasioni in un moto di incertezza, verso un orizzonte distratto. Anche i suoi disegni dal carcere hanno un che di adolescenziale: paesaggi di Sanaa, schizzati a matita nera; omaggi allo Yemen e alla regina di Saba; hadith del Corano in bella e perfetta calligrafia; un grande cuore bianco incorniciato di rosso, con i colori a cera, e due mani nell’atto della preghiera per ricordare che il paradiso è sotto i piedi delle madri, nel giorno della festa della mamma. Amina stringe ancora il cuore al petto, lo accarezza, lo coccola quasi più della figliola di otto anni che ha portato con sé all’appuntamento. Salman è ormai intrappolato in quel cuore per sempre. Ma nonostante i tentativi che Amina fa per fare emergere il fratello dai suoi ricordi, lei e il suo coraggio sono gli unici giganti di questa storia.

Amina ne racconta i dettagli: potrebbe essere una saga di Dinasty se non fossero del tutto diversi gli scenari e, soprattutto, le affiliazioni e dove gli uomini (i fratelli Fawaz, Salman e Abu Bakr, il padre, il marito) hanno conosciuto quasi tutta la vita dietro le sbarre, scaricando a uno solo, probabilmente il più debole e il più giovane, il prezzo da pagare per tutti. 

 

Nel 1993 Fawaz avrebbe viaggiato per la Mecca con alcuni amici. Arrestato per pochi giorni, a causa dell’accusa di sospetto jhaddismo in Afghanistan di uno degli “amici” che lo accompagnavano, resterà poi in carcere per altri nove mesi, in uno dei black sites americani. Adolescente, avrebbe poi confessato alla sorella le brutalità e le torture subite in carcere, stupro compreso. “Quando è tornato a casa si è buttato per terra e ha pianto per un’ora e mezzo. Era devastato. Mio padre, a quei tempi, lavorava come autista dei trasporti pubblici”. Fawaz aveva assistito anche a brutalità su altri prigionieri: “C’era un episodio che credo gli rimase impresso, il primo di una serie brutale: il caso di un compagno di cella più adulto picchiato a sangue perché, trovato a pregare con il Corano in mano, non avrebbe risposto a un ufficiale. Mio fratello mi disse che se l’era fatta addosso dalla paura”. 

 

 

Fatto sta che, appena ritornato, un giorno, Fawaz scompare. Viene arrestato, stavolta, dai servizi segreti yemeniti e resta dentro per nove mesi. Poi rilasciato, viene sbattuto ancora dentro. Per cinque-sei mesi, stavolta nella prigione centrale. “Alla terza volta, tornato a casa, era completamente cambiato: non parlava più”. Amina racconta che Fawaz scomparve ancora una volta: adducendo “commercio per business”, dicendo che aveva stabilito un trading di capi di abbigliamento tra la Germania, l’Afghanistan e il Pakistan. “Per 3-4 anni non si è mai fatto vedere, chiamava raramente: mio padre era molto triste e voleva sapere che razza di commercio fosse, quello di mio fratello. Però i soldi li prendeva lo stesso”.

 È a questo punto che entra in scena Salman. Il padre insiste, vuole sapere come sta Fawaz, e pensa di mandare il figlio minore in avanscoperta. Salman va. È il 2001. Dopo l’11 settembre Salman si trova in Pakistan. È lì che avviene l’arresto, una prima deportazione nella prigione speciale di Bagram, poi il trasferimento a Guantanamo. Ma la notizia delle sorti di Salman raggiunge la famiglia in modo inaspettato: davanti la tv. “Me lo ricordo come fosse ieri. Ramadan, per cena. Al Jazeera lancia la notizia dei prigionieri deportati a Guantanamo. Tra loro c’è mio fratello, l’unico, peraltro, il cui volto non è coperto. Tra noi è caduto il gelo. Dopo qualche minuto, mia madre gridava e piangeva. Piangeva e gridava”.

 

La famiglia al-Raeyee non si è mai occupata di politica. Il post-arresto è solo l’inizio dell’incubo. “Non sapevamo a chi chiedere, a chi rivolgerci e non pensavamo nemmeno che esistessero avvocati per queste cose. Una notte la Guardia di Sicurezza Nazionale è entrata in casa e ha sequestrato tutto, compresi gli occhiali di mia madre. Dicevano che non avrebbero lasciato nemmeno le mutande delle donne. Intanto si presero mio padre per interrogarlo. Eravamo sconvolti: perché distruggere una famiglia intera per le colpe di uno solo?”.

Il padre di Amina rimane dentro per tre mesi mentre il terzo fratello Abu Bakr fugge fuori dallo Yemen perché ha paura di essere arrestato. I vicini iniziano a boicottare e isolare la famiglia. Tornato a casa il padre, torchiato per rilasciare informazioni sul figlio maggiore, la famiglia cambia indirizzo e vende la vecchia casa. Ma i guai non finiscono più.

“Chi aveva comprato la casa, ossia mio cugino, non aveva fatto un buon affare perché la zona era controllata dalla polizia. Addirittura lo arrestarono, e rimase un anno in carcere, nonostante fosse un soldato e non sapesse nulla della nostra situazione. I servizi segreti chiamavano mio padre, dicendogli che a nulla valeva il cambiar casa e che lo avrebbero cercato dappertutto. Anche mio marito venne arrestato e, stremato, alla fine, mi chiese di divorziare. Mio marito appartiene a una famiglia di commercianti, una famiglia rispettabile: ci tiene alla sua reputazione. Non lo giudico, anche perché ci ha sempre sostenuto economicamente. Ero incinta della mia seconda bambina, in quei giorni.”

Il peggio deve ancora arrivare ed equivale all’arresto del padre nella casa nuova, all’adattamento della nuova vita delle donne senza uomini, fino a una telefonata. “I servizi di sicurezza yemeniti avevano trovato Fawaz”.

 

 

Sembrerebbe che Fawaz sia stato intrappolato in Afghanistan, poi condotto in Yemen con promessa di rilascio, addirittura dall’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh in persona e dallo sheikh Rhalib al Ghamesh, un' autorità di peso nel sistema tribale yemenita. Rilascio mai avvenuto, come previsto. Nel frattempo, anche il terzo fratello Abu Bakr torna in Yemen, a seguito della notizia del rientro di Fawaz. Viene prelevato dai servizi yemeniti e si lascia convincere ad essere sottoposto a giudizio presso un tribunale illegale, con la promessa che la sentenza non sarebbe mai stata rispettata in Yemen ma che avrebbe solo accontentato le esigenze della CIA. Verrà condannato a 10 anni. 

Durante questo periodo (tre anni) tutta la famiglia riesce a visitare Fawaz in prigione: alla fine del processo Fawaz viene condannato a otto anni. Sentenza commutata in appello con l’esecuzione di morte. In prigione, Fawaz sarebbe stato interrogato più volte dalla CIA che gli avrebbe dato tre diverse opzioni: il trasferimento a Guantanamo, il processo con sentenza di morte, l’assassinio mascherato da morte accidentale. “So queste cose perché portavo i pasti a mio fratello – dice Amina – e riusciva a raccontarmi quello che gli succedeva restituendomi dei foglietti nascosti nei posti più impensati”. La corrispondenza continua fino alla fuga. Fawaz sarebbe fuggito dal carcere nel 2006 con altri 22 prigionieri. La notizia fa il giro dello Yemen. “Mio fratello era un osso duro, non mollava mai”, sospira Amina.

 

Così duro che avrebbe avuto anche il coraggio, da latitante, di andare a trovare il padre, ricoverato in ospedale, dopo l’amputazione delle gambe per problemi insorti successivamente a questa raffica di disgrazie, agli arresti e alle torture, consegnando in quella occasione alla sorella una lettera destinata, tramite il fratello Abu Bakr, allo sheikh Rhalib al Ghamesh. La lettera contiene una minaccia: lasciate in pace la mia famiglia. 

L’ultimo atto di questa saga familiare è degno della più terribile delle tragedie: Fawaz verrà assassinato da latitante; Abu Bakr arrestato nuovamente. A oggi il terzo fratello ha scontato parte della sentenza (dieci anni) ma è in attesa di verdetto al secondo grado di giudizio. 

In tutto questo, di Salman si sa davvero poco. Amina adesso sospira doppiamente: “All’inizio abbiamo ricevuto una lettera della Croce Rossa internazionale che ci confermava il suo arresto in Afghanistan prima, la sua estradizione nel carcere di Bagram poi, il suo trasferimento a Guantanamo alla fine”. Vi hanno permesso di rivederlo on line?, chiedo. “Sì, su Skype, ed è stato il giorno più bello per tutta la famiglia. Eravamo emozionati, tesi. Non saprei dire. Un sentimento strano. Piangevamo, ma quando lui è apparso attraverso lo schermo ci siamo fatti forza”. Il padre, in particolare, vive appeso alle chiamate. “Prima dell’ultima diceva che era convinto che fosse davvero l’ultima, almeno per lui. E così fu. Mio padre è morto dopo la telefonata di Salman”.  

Amina, che ha lottato soprattutto per la sua personale rispettabilità, ormai fatalmente compromessa da tutto l’ambiente familiare, oggi ha le idee molto chiare sul fatto che Salman, il fratello innocente, debba essere liberato e che si renda noto, una volta per tutte, che se un colpevole c’è stato in famiglia, quello era un altro: il fratello maggiore Fawaz che li ha gettati nel disastro più assoluto per la smania di far soldi facili.

Per Fawaz ha già chiesto ad Allah di fare giustizia lassù. Qui, continua a stringere al cuore il cuore di Salman.

 

Questo testo è estratto dal libro di Laura Silvia Battaglia.

Lettere da Guantanamo, edizioni Centouno, Torino 2017.

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