Leggende metropolitane, rumors e fake news

Nel luglio 2005 Londra fu teatro di un attacco terroristico islamista, che uccise cinquantadue persone. Subito dopo a Roma si diffuse una voce secondo cui i jihadisti avevano avvelenato gli acquedotti della Capitale. Il sindaco di Roma dell’epoca, Walter Veltroni, smentì sdegnato la notizia, stigmatizzando coloro che l’avevano messa in circolazione. Allora non si era imposto il termine fake news, si parlava di leggende metropolitane (calco dall’inglese urban legends), ancora prima si parlava di rumors, ma di fatto sono nomi diversi per la stessa cosa. L’unica differenza, che alcuni sopravvalutano, è che prima di internet le fake news circolavano essenzialmente da bocca a orecchio, mentre ora circolano da tastiera a monitor. Se si racconta una leggenda metropolitana al bar dello Sport di Roccasecca, subito essa impatta magari dieci persone. Se si scrive su Facebook una leggenda identica, impatta subito centinaia o migliaia di persone allo stesso tempo. Grazie a internet, la piazzetta del villaggio si allarga a dismisura, ma i discorsi sono sempre quelli che si fanno nelle piazzette dei villaggi. I meccanismi profondi che generano “le voci” sono sostanzialmente gli stessi, secoli fa come oggi.

 

Non è detto che le leggende metropolitane siano solo orali, talvolta finivano e finiscono anche sui grandi media. Nel 1998 lessi sulla prima pagina del “Corriere della Sera” una notizia da Siena. Qui un banchiere cinquantenne del Monte dei Paschi si era chiuso in una stanza d’albergo con una giovane donna, che aveva legato nuda al letto, e lui nudo si era lanciato su di lei dall’armadio per penetrarla, ma era finito per terra rompendosi una gamba, così né lui né lei potevano chiedere aiuto. Ora, si dà il caso che si trattasse di una urban legend, che riappare qua e là nel mondo con qualche variazione locale. La leggenda del Batman erotico è ben nota agli studiosi di rumors. Queste leggende sono come vecchie talpe che scavano sotto terra, per riapparire poi all’improvviso in una qualche parte del mondo, non si sa perché.

Alcune fake news malevole hanno fatto la storia.

 

Alcibiade, l’uomo più potente di Atene nel V secolo a.C., ebbe la carriera politica rovinata perché si diceva che avesse deturpato le statue di Ermes agli incroci delle strade di Atene: erano statue itifalliche (con un pene in erezione) e si diceva che fosse stato lui a “castrarle”. Dopo l’incendio di Roma del 64 d.C. corse voce che l’imperatore Nerone lo avesse appiccato volontariamente (cosa che gli storici di oggi escludono). Nerone capì la pericolosità della fake news, per cui creò una contro-leggenda, ovvero che erano stati i cristiani a bruciare Roma. Questa fu presto creduta perché i cristiani erano invisi alla plebe romana, mentre Nerone era molto amato da quella plebe. Nerone disse insomma al popolino quel che esso voleva sentire. Eppure all’epoca non c’era internet.

 

Prima ho detto che il sindaco Veltroni puntò il dito contro i mascalzoni che avevano messo in giro la diceria degli acquedotti avvelenati. È la reazione tipica di chi governa: dire che c’è stata una cospirazione. Ma per lo più non ci sono cospiratori: le fake news germogliano spontaneamente, come l’erbaccia agli angoli delle strade poco trafficate. Se la bufala diventa virale, è perché soddisfa desideri fondamentali di chi alla bufala crede e la ripete. I politici, in sostanza, creano una diceria sulla diceria: ci sarebbe stato un complotto per diffonderla.

 

Nel 2000 pubblicai un libro, Dicerie e pettegolezzi (Il Mulino), in cui proponevo una teoria precisa della genesi delle leggende metropolitane. Anche se in questo libro non citavo mai Freud, di fatto costruivo un ragionamento parallelo a quello di Freud in L’interpretazione dei sogni. Per Freud ogni sogno è la realizzazione quasi allucinatoria di un desiderio. Io scrissi che ogni rumor soddisfa certi desideri di chi lo propaga, insomma, le fake news sono sogni collettivi. O, se si vuole, wishful thinking.

Non è una teoria facile da sostenere, perché si può obiettare subito – come peraltro lo si obiettò a Freud per i sogni – che la maggior parte delle leggende metropolitane o fake news, che dir si voglia, sembrano realizzare non desideri ma timori: di solito hanno un contenuto persecutorio, paventano complotti o catastrofi. Com’era il caso dell’avvelenamento dell’acquedotto di Roma. Ma se fosse fatta un’indagine approfondita, si sarebbe verificato che chi credeva a questa diceria e la ripeteva a sua volta era già un anti-islamico: l’“informazione” confermava i peggiori timori sui musulmani. Non posso dire “odio gli islamici” perché verrei tacciato di razzismo, ma posso dire “mi hanno detto che gli islamici stanno avvelenando l’acqua di Roma”. Di solito ogni leggenda metropolitana ha questa forma: “A un amico di un mio amico è capitato questo…” Ma se si prende la briga di trovare questo amico dell’amico, costui a sua volta dirà: “È successo a un amico di un mio amico…” E così via. 

 


Mesi fa si diffuse la voce che Laura Boldrini aveva fatto avere a sua sorella un vitalizio; in realtà questa sorella non esisteva, perché era morta da anni. Le persone che hanno commentato indignati quel favoritismo immaginario erano tutte persone – ci scommetto la mano – che già odiavano la Boldrini. Ma siccome non potevano dire “odio la Boldrini perché è una donna di sinistra che si è occupata di rifugiati, e io detesto i rifugiati”, conveniva loro credere alla fandonia che avesse fatto avere una prebenda alla sorella. La notizia falsa fa sì che si prendano i propri odi per realtà.

Su Doppiozero ho riferito di una frottola diffusa in tutti gli ambienti rurali europei, ovvero che le vipere vengono lanciate da aerei di stato per salvare quella specie e ristabilire l’equilibro ecologico. Anche qui la leggenda dà forma a un desiderio di denuncia contro la filosofia ecologista che oggi si sarebbe imposta nelle stanze del potere: è un modo di opporsi al re-inselvatichimento delle campagne.

 

La verità atroce è che tutta la vita sociale – dovremmo dirlo una buona volta - è intrisa di fake news. Io stesso ogni tanto scopro di aver creduto per decenni a delle bufale, semplicemente perché mi sono fidato di “gente bene informata”. Mi basta parlare un po’ a ruota libera con tante persone, per esempio con i taxisti, per rendermi conto di quante idee distorte la nostra testa sia infarcita. E non bisogna pensare che le persone dette colte siano immuni. Proprio su questa rivista ho analizzato una fake knowledge diffusa anche tra i laureati: che gli scandinavi sono particolarmente inclini al suicidio. Giorni fa ho parlato con professori universitari, ma non biologi, i quali erano convinti che l’evoluzione darwiniana delle specie si fosse arrestata con la comparsa di Homo sapiens! E sostenevano di averlo appreso da eminenti biologi. 

La disinformazione impatta persino il mondo scientifico. C’è ormai una vasta letteratura per contestare luoghi comuni di ricostruzione storica delle scienze. Fino a pochi decenni fa si leggeva in tutte le guide turistiche di Pisa che Galileo aveva utilizzato la torre pendente per effettuare un esperimento cruciale: lanciare dalla cima coram populo gravi di peso diverso per dimostrare che sarebbero giunti a terra simultaneamente. È fake history, perché questo esperimento non è mai avvenuto. Del resto, se Galileo lo avesse effettuato in modo improvvido, si sarebbe constatato che gravi di peso diverso non sarebbero giunti a terra nello stesso tempo, per ragioni che ogni fisico dovrebbe sapere. Oggi le guide di Pisa parlano di questo esperimento, ma premettono che è una diceria. C’è del progresso.

 

C’è poi tutta una fiorente galassia che chiamerei di fake historical research, il cui patrono è Dan Brown. Nel secolo scorso fiorì la teoria secondo cui Shakespeare era in realtà il filosofo Francesco Bacone – una panzana a cui prestò fede persino Sigmund Freud. Una delle più diffuse oggi è la teoria secondo cui gli antichi romani avrebbero già scoperto l’America. Si pubblicano vari libri su questo argomento nei paesi occidentali. Mi chiedo che cosa in una teoria del genere possa attrarre l’interesse di tanta gente che magari fa mestieri molto lontani dall’archeologia. Anche se l’ipotesi fosse vera, che cosa cambierebbe mai della nostra immagine della Roma antica, dell’America, della colonizzazione europea?... A mio avviso la molla segreta di questo interesse per il ciarpame storiografico è una obliqua denuncia dell’establishment culturale, in questo caso degli storici di professione, che tacerebbero una parte di verità storica. Siamo nella serie “il potere accademico e scientifico ci mente, nasconde la verità a noi gente comune!”

 

Che cosa dire dei tentativi da parte dei politici – o di Facebook – di porre freno alla circolazione delle fake news? Secondo me, è come voler raccogliere il mare con un cucchiaio. Qui emerge una fondamentale ingenuità (o cattiva fede) dei politici. È evidente che fin quando esisterà una qualche libertà di parola, e una certa libertà di navigare in internet, circoleranno sempre fandonie, falsi saperi, superstizioni, credenze assurde… Sarebbe strano il contrario. Di fatto molti di noi sono condizionati da una teoria filosofica rassicurante, la quale recita così: la libertà, in particolare la libertà di parola, porta sempre, prima o poi, verso la verità e le soluzioni migliori. Sappiamo dalla storia che non è affatto così. La libertà di parola è alla base di cose magnifiche come la scienza, la filosofia, la buona letteratura…, ma è anche alla base delle leggende metropolitane, del razzismo, della xenofobia, dell’odio tra etnie e religioni, di odi criminali… In Italia c’è libertà di parola, e proprio per questo fioriscono xenofobia, odio etnico, neo-fascismo, populismo… Voler controllare la comunicazione popolare è come voler controllare dall’alto i rapporti sessuali e amorosi tra la gente. Bisogna rassegnarsi a questo duro prezzo da pagare per avere democrazia e libertà: la produzione di miti e di falsi. Dell’innata tendenza degli esseri umani a costruire “saperi” che confermino e avallino i propri desideri, e diano corpo ai propri odi, farsene una ragione.

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