Leggere Marx come sottotesto del nostro tempo

In Sconfitta e utopia. Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche (Mimesis, Milano_Udine, 2018, pp 236, euro 20), Romano Màdera riprende un discorso iniziato nel 1977, prima data di uscita del cuore di questo testo rivisto e ampliato in questa nuova edizione. All’epoca l’autore usciva con le ossa rotte dalla lotta politica, ma non aveva rinunciato “al sogno di una cosa”, all’utopia di una condizione umana maggiormente consapevole e realizzata in una società più giusta e solidale. Non si trattava, né si tratta, dunque di abbandonare Marx, almeno non in toto, ma di restare fedeli alle istanze che avevano dato forma a un desiderio capace di incendiare gli animi, rivedendone la forma. Secondo Màdera, quella di Marx fu “una perfetta diagnosi, una mediocre prognosi e una terapia inconsistente”. Se la prima va rilanciata perché è tuttora assolutamente attuale, la seconda va corretta e la terza, la rivoluzione comunista condotta dalla classe proletaria e da quanti si schiereranno con essa, decisamente abbandonata. L’idea dell’unione di tutti proletari in vista della rivoluzione comunista, osserva Màdera, risulta del resto del tutto slegata dall’impianto teoretico dell’opera marxiana e quasi giustapposta ad essa. La sua necessità scientifica, potremmo dire, appare piuttosto una necessità morale, nel senso kantiano del termine. 

 

Secondo l’autore, la straordinaria fama de Il manifesto del partito comunista ha posto l’attenzione sul Marx politico finendo per sottostimare l’importanza “del filosofo-sociologo-antropologo critico che bisogna saper leggere nel suo lessico hegeliano riformato”. Al centro della proposta marxiana Màdera scorge il tentativo di educare alla formazione di una “coscienza enorme” che sia consapevole dell’interdipendenza di tutto da tutti e di ciascuno da tutto, e che diventi per questo capace di denaturalizzare i fenomeni sociali avvertiti come inevitabili e validi in sé, siano essi il capitalismo, la famiglia, la morale o i rapporti di produzione, perché “il capitale fabbrica, tra gli altri suoi prodotti, anche il prodotto umano”, con la formidabile capacità di “rendere perfettamente omogeneo a se stesso ogni preteso avversario”. La questione è dunque la produzione sociale, di merci e di identità, “senza coscienza e senza controllo, le qualità assenti che costituiscono il Feticcio-Golem, automa collettivo guidato da una sistematica del caos”.

 

 

Al Marx strutturalista, che leggeva la storia come esito inevitabile di forze che ne determinano il corso, Màdera affianca, per integrarne la prospettiva, la dimensione biografica e individuale al centro dei lavori di Nietzsche e di Freud. Nessuno dei due possedeva la visione d’insieme delle determinazioni storiche propria di Marx, né la sua “spinta ideale e amorosa verso il prossimo”, ma entrambi avevano il merito di evidenziare l’irriducibilità del singolo alle forze che certo lo innervano e lo condizionano ma che, tuttavia, non lo determinano. Uniti e integrati, i “tre filosofi del sospetto”, come li definì Ricoeur, potevano offrire una sintesi capace di facilitare una diversa percezione della realtà, dunque di sé e del mondo, coniugando la dimensione individuale alla dimensione collettiva che li innerva sin nel midollo, senza tuttavia annullarne la particolarità biografico-esistenziale. Si scorgono qui i primi segni della proposta etico-terapeutico-esistenziale che Màdera ha chiamato “analisi biografica a orientamento filosofico" e che considera il suo “personale modo di continuare a fare politica con altri mezzi”. Ad animarlo è l’idea è che “l’analisi”, critica o analitica, “non basta, ci vuole un esercizio per trasformarsi e autotrasformarsi, una sorta di disciplina personale e di gruppo, tailor-made, adatta alla biografia di ogni individuo e insieme capace di convivere e cooperare in un collettivo”. In questa prospettiva le speranze che animavano Marx non vengono meno ma cessano di essere mete che si vorrebbe concretizzare per rivelarsi principi e valori per i quali vale la pena vivere, nella consapevolezza che: “non si lavora per vedere la costruzione del Tempio, ma per partecipare, portandoli proprio mattone, alla speranza che un Tempio, dedicato a un’umanità redenta da se stessa, e dal suo retaggio di orrori, ci possa mai essere”. La sconfitta, insomma, non annulla l’utopia; insegna a viverla diversamente. 

 

Ma torniamo al Marx filosofo e critico della società: secondo Màdera il cuore della sua proposta critica sta nell’aver colto con straordinario acume che “il feticismo costituisce il codice genetico della società dell’accumulazione” sul quale si fondano “non solo la teoria del valore e la sua forma, ma anche la teoria generale dei rapporti di produzione e di scambio, nonché la critica dell’economia politica”. È su di esso che poggia quella che Màdera definisce «La religione consacrata del consumo mantiene della religione l’inattingibilità delle sue origini e l’ordine sacrificale della sua scala di valori: proprio perché “incarnato” nell’uso, il valore di scambio che in esso si realizza diventa “naturale”, innervato dentro le dinamiche del bisogno organico e psichico, qualcosa la cui rinuncia risulta innaturale e disapprovata dalla coscienza collettiva».

 

 

Appare dunque chiaro come la reificazione denunciata da Marx non si limiti a far scadere le persone a funzioni, mere cose tra le cose, proprio mentre infonde personalità alle merci elevandole a feticci dotati di quel  magico valore spirituale, che gli antropologi chiamano mana; essa “struttura i rapporti di potere, le relazioni tra persone, la psicologia collettiva, i valori, gli ideali, i simboli,” operando una vera e propria rivoluzione antropologica che chiama l’individuo ad una coscienza non più, o non soltanto, di classe ma, più ampiamente, esistenziale. La coscienza enorme auspicata da Marx dovrà essere olistica e portare il soggetto a riconoscere “nella sua corporea individualità, l’universalità che è, dissolvendo l’identificazione feticistica” che lo porta a scambiare la parte per il tutto (questo è appunto un feticcio), per riconoscere, sulla scia di Nietzsche, la propria identità come irriducibilmente molteplice, in divenire e in permanente coabitazione con un Altro che le ricorda, freudianamente, che “l’io non è il padrone di casa”. Permettendo di comprendere come anche la stessa identità sia un feticcio di cui si dimentica la natura intrinsecamente dialettica che non va confusa con una sterile ipseità, Freud e Nietzsche offrono all’indagine marxiana la considerazione della dimensione irriducibilmente biografica di ogni vicenda umana; da parte sua Marx ricorda alla psicoanalisi che “l’assoluta incongruenza delle nostre vite non dipende affatto da una qualche psicopatologia, anzi fa spesso parte della loro eziologia, poiché favorisce uno stato permanente di dissociazione”. 

 

Il filosofo tedesco Marx cercava compagni di viaggio che si lamentava di non aver trovato, tanto da sostenere che avrebbe potuto fondare un partito con lui e l’amico Friedrich Engels come unici iscritti; Nietzsche e Freud l’hanno volutamente ignorato e si sono pensati enormemente distanti dal suo pensiero, solo perché lontani dalla sua proposta strettamente politica. Chissà se ora che quella proposta ha palesato tutti i suoi limiti, questi tre spiriti non possano agitarsi insieme per il mondo.

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