Lettera da Venezia

La laguna propone in questo inizio di estate molti appuntamenti importanti, intorno alla Biennale di Christine Macel, che si presenta sotto lo strano titolo Viva arte viva. Guggenheim ospita una notevolissima retrospettiva di Mark Tobey, dal titolo Luce filante, a cura di Debora Bricker Balken, con un bel catalogo edito da Skira Rizzoli. Nel canone statunitense dell’arte, per solito il maestro della “scrittura bianca” viene ricordato come antesignano e pioniere dell’action painting, ma la sua opera ha molti altri elementi. In primo luogo, nella retrospettiva è evidente il contatto con l’Oriente, frequentato nel corso di numerosi viaggi, e da cui mutua per tempo l’arte calligrafica, inserendo già negli anni ’30 sequenze di parole cinesi nelle sue opere, dopo il precoce incontro nel 1924 con Teng Gui, che era venuto a studiare negli Stati Uniti. Tra i titoli delle numerose esposizioni tenute negli Stati Uniti nel corso della sua vita, prima di prendere la decisione di trascorrere le ultime sue stagioni, funestate dalla demenza senile, a Basilea, dove aveva cercato riparo dal fisco americano, spicca questo: Modern Religious Paintings alla Durand-Ruel Gallery di New York nel 1946.

 

Il senso del sacro nell’arte è il filo rosso della ricerca di Tobey, che scelse di aderire alla fede Baha’i, un credo sorto in Iran nell’Ottocento, intorno al pensiero del mistico Baha’u’llah, che per la sua visione ebbe a subire l’esilio. Come la lettera rubata di Poe, Tobey è sempre stato in piena vista nel mondo dell’arte USA, ma mantenendo una sua notevole idiosincrasia, non aderendo a movimenti e conservando sempre una posizione indipendente. Per una parte della sua esistenza, in effetti, come Andy Warhol fu attivo nella moda come disegnatore di stoffe e, in un momento in cui l’omosessualità era tabù, non fece mistero delle sue passioni. In questa retrospettiva colpisce specialmente un istinto, fortissimo, alla ricerca che lo vede attraversare molti stili (da un originale passaggio giovanile nel confronto con il Cubismo), mantenendo intatta la fiducia nel gesto dell’artista come azione magica, sintesi complessa del vivere da rendere in un gesto che sappia dare conto del mutevole flusso della vita. Fondazione Prada, che a Milano propone la divertente Francesco Vezzoli guarda la RAI, scorribanda in un immaginario anni ’70, tra eros e politica, coglie un risultato importante nella sua attività espositiva con il complesso, fascinosissimo lavoro The Boat is Leaking. The Captain Lied, firmato da Thomas Demand, Alexander Kluge e Anna Viebrock.

 

Mark Tobey, Luce filante.


A partire da una folgorazione per l’opera di Angelo Morbelli, maestro divisionista, che si concentrò specialmente sulla raffigurazione degli ultimi al Pio Albergo Trivulzio, ossia alla Baggina milanese, che sono il cuore dell’operazione (una selezione di questi lavori è esposta, e in catalogo compare un saggio di Aurora Scotti, studiosa dell’artista), si declina una riflessione aguzza su un mondo migrante, che lascia dietro di sé frammenti di memoria. Anna Viebrock, strepitosa scenografa di Christoph Marthaler, disegna ambienti che traggono origine dai quadri, ma destabilizzano sempre lo spettatore. Oltre le numerosissime porte possono esserci film d’opera (con una acuta intervista del coreografo Sidi Labi-Cherkaoui), brani musicali suonati da una banda, con scene tristissime di una inumazione di cadaveri dopo la Prima Guerra Mondiale. Tre piani densissimi di memorie, lancinanti immagini di fughe senza speranza, di cui si intesse il sogno infranto del Novecento, ribadito dai primi piani, spesso spietati, dei minifilm di Alexander Kluge, che in un minuto disegna un inquietante ritratto. Una rapsodia degli addii al secolo breve, che è allo stesso tempo spettacolo dell’inquietudine e del rimosso.

 

Non lontano da là, a Ca’ Pesaro, museo tanto importante quanto appartato, senza troppo clamore né senza dare soverchie spiegazioni, arriva l’importante collezione di Chiara e Francesco e Carraro, che entra nell’apparato museale, con vetri (magnifici, come sempre, quelli di Fulvio Bianconi per Venini), mobili, decorazioni e un nucleo selezionato di grande valore di dipinti, con tre magnifici quadri di Antonio Donghi e un raro dipinto di Gino De Dominicis. Il magnifico palazzo Fortuny a San Beneto dedica le magnifiche stanze della wunderkammer di Mariano e Henriette Fortuny al tema della creazione, con una notevolissima mostra dal titolo Intuition, che è in primo luogo un gioco di scatole cinesi. Negli spazi del museo l’esposizione (curata da Daniela Ferretti insieme a Axel Vervoordt, con l’intervento di altri co-curatori), è un viaggio nel gesto artistico. Stanze tutte bianche, tutte nere, con opere in tono, installazioni complesse, gesti materici, squarci improvvisi di riflessione. Un viaggio, insomma, nell’immaginazione, nei suoi riflessi, nella sequenza di opere e artisti, dalle neoavanguardie postbelliche al presente, che talvolta sembrano lontani, ma sono legati da un filo tenace, nella dimensione del “capriccio” (nel senso goyesco del termine), della rappresentazione del libero gioco della fantasia.

 

All’isola di San Giorgio, la Fondazione Cini propone tre mostre: Pistoletto, Boetti (Massimo e Minimo), e i vetri di Ettore Sottsass. Spicca quest’ultima, un vero e proprio gioiello, curato da Luca Massimo Barbero, con un ricchissimo catalogo Skira. Questo aspetto dell’opera, ricchissima, del designer che sempre più si staglia negli archivi del ‘900 per la sua indipendenza di visione, finora non era stato messo in evidenza. Tra gli ironici Lingam e le incantevoli Morosine un vero e proprio archivio di forme, in cui la tradizione muranese del ‘900 è messa in discussione secondo le regole di un personalissimo gioco, con forme ironiche, allusive, spesso cariche di risonanze ironiche. Infine, una breve gita fuori porta, per andare al Centro Candiani di Mestre, spazio multi centro, con cinema e sale. Qui sono in corso due mostre: Attorno a Tiziano. La luce e l’annuncio del contemporaneo, a cura di Luca Massimo Barbero e Gabriella Belli, in cui, secondo un percorso iniziato con Giuditta II, esposizione intorno al mito di Klimt, opere antiche vengono messe a confronto con la lezione del sacro nel Novecento, tra magnifici Fontana, Luigi Ontani che, ironicamente, faceva l’annunciazione a se stesso in un magnifico scatto degli anni ’70, mentre Dan Flavin ripensava il sacro tra luci al neon e barlumi d’oro.

 

Un nuovo capitolo, quindi, della discussa relazione tra la Serenissima e la Terraferma, mentre continuano, infiniti, i dibattiti e fioriscono le diatribe su possibili referendum per la separazione dei due luoghi. Al piano di sopra dell’enorme palazzo, segnato da infinite frecce verso le esposizioni, per non perdere la direzione, un frammento della vasta storia di Porto Marghera, di cui quest’anno si celebra l’anniversario. Una mostra, molto divertente, dedicata a Paolini, Villani & C. La Compagnia Veneziana delle Indie, che ribadisce il filo, talvolta dimenticato tra Venezia e l’Oriente, narrando le vicende di una impresa per tramite di oggetti e soprattutto immagini, legate al mito del thè, tra Caroselli d’epoca e film, come La casa da tè dalla luna d’agosto di Daniel Mann, in cui pubblicità e fiction si danno la mano.

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