L'impero del cotone

Anche la storiografia ha le sue mode, guidate dalla ricerca di un pubblico di lettori ma anche da scelte delle corporazioni accademiche che pongono al centro del dibattito un tema, con congressi, seminari e finanziamenti. Avviene così che specialmente i giovani ricercatori in cerca di un'occupazione aderiscano alla moda del momento. Da qualche anno ormai è di moda la storia globale, promossa e sostenuta da un potente stimolo politico e finanziario. Non è un fatto negativo in sé se la storiografia parte dal desiderio di criticare l'idea evidentemente superata della centralità esclusiva dell'Europa e degli Stati Uniti nello sviluppo economico, culturale e sociale del mondo. Ma è un proposito più morale che di metodo se l'innovazione consiste solo nell'occuparsi degli “altri” o nell'avere uno sguardo alle connessioni e agli scambi tra paesi e culture differenti. E lascia sovente spazio a una forma diversa di eurocentrismo, come avviene per esempio in quella che si chiama "la grande divergenza" nel progresso economico del mondo occidentale rispetto all'Oriente e al Sud del mondo. Ci sono molte definizioni possibili di storia globale, ma in genere per storia globale si intende non affrontare la complessità e la pluralità dei punti di vista ma guardare a grandi spazi, a tempi lunghi, a bibliografie fittissime e a documenti d'archivio visti a volo d'uccello. Come forse è inevitabile se la globalità è il mondo.

 

Mi suggerisce queste osservazioni la storia di una materia prima che ha prodotto grandi ricchezze e insieme sofferenze terribili agli schiavi nelle piantagioni, ai contadini proletarizzati e ai lavoratori nelle fabbriche. Nel 1835 Alexis de Tocqueville, visitando Manchester, parla di "una spessa e nera coltre di fumo che copre la città. In questa semioscurità 300.000 creature umane si agitano in continuazione... È in questa cloaca infetta che il più grande fiume dell'industria umana si origina per fecondare l'universo. Da questa fogna immonda sgorga oro puro. È qui che lo spirito umano si perfeziona e si abbrutisce, la civiltà produce le sue meraviglie e l'uomo civilizzato torna ad essere quasi un selvaggio". Il personaggio di questa terribile visione citata da Beckert è il cotone.

 

Sven Beckert della Harvard University ha scritto nel 2014 un libro importante sulla storia dell'industria cotoniera che ora appare anche in traduzione italiana: L'impero del cotone. Una storia globale. È un libro che ricostruisce quello che avvenne nel periodo in cui, a partire dal 1780, il cotone divenne il grande protagonista della rivoluzione industriale inglese sostituendo, con uno sviluppo rapidissimo, l'India che, essendo il principale coltivatore della materia prima, era anche la nazione che fino a quella data, attraverso l'industria domestica, produceva e esportava tessuti di cotone in quantità enormemente maggiore rispetto all'Europa e agli Stati Uniti.

 

 

Dopo aver esaminato in un capitolo la storia della coltivazione del cotone fino al '500 in estremo Oriente, nell'America meridionale e in Messico, il suo arrivo nell'impero ottomano e in Egitto, la diffusione della tessitura in Italia e poi in Germania grazie all'importazione della materia prima dall'impero ottomano, l'autore concentra la sua attenzione sul tema a cui è dedicato il libro, la "rivoluzione del cotone": "alla fine del XVI secolo fiorì un'industria del cotone interamente nuova che puntò sull'Atlantico e non più sul Mediterraneo. Gli europei diedero per scontato che solo l'espansione del potere statale avrebbe potuto assicurare il successo in queste nuove zone commerciali". Inizia qui la storia della centralità europea nel creare un impero globale del cotone .

Nel raccontare questo Beckert ci parla di tre fasi successive: quella del “capitalismo di guerra” (war capitalism) cioè il capitalismo mercantile che, grazie allo schiavismo nella produzione della materia prima e alla violenza dello sfruttamento sempre più esteso della manifattura domestica nelle campagne dei paesi tradizionalmente produttori, attraverso cioè “il dominio dei padroni sugli schiavi e dei capitalisti di frontiera sugli abitanti indigeni”, permise agli europei di arrivare a dominare i mondi del cotone, "fondendoli in un unico impero di cui Manchester rappresentava il centro". In questo le grandi compagnie commerciali portoghesi, inglesi, olandesi e francesi sostenute dai loro governi svilupparono un commercio sempre più esteso che collegò Asia, Americhe, Africa ed Europa in una rete commerciale complessa. L'inserimento sempre maggiore nel processo produttivo indiano fu la prima fase: progressivamente, spesso con la violenza, vennero sostituiti i mediatori locali che gestivano la grande ma frammentata produzione domestica nelle campagne e potevano così controllare i prezzi. Solo successivamente, a partire dalla seconda metà del '700, l'avvio della produzione europea di tessuti cominciò a sostituire la produzione indiana continuando tuttavia l'importazione della materia prima di cui aveva sviluppato il controllo. "L'espansionismo imperialistico, la tratta degli schiavi e le espropriazioni di terre gettarono le fondamenta dell'industria locale del cotone in Europa". 

 

Il secondo momento è il capitalismo industriale, innanzitutto inglese, basato sulla manodopera salariata nelle fabbriche dopo distrutta la tessitura domestica e, da metà '800, una volta abolita la schiavitù negli Stati Uniti divenuto il principale paese produttore della materia prima, nei grandi latifondi del Sud. È un processo lungo, quello dell' accumulazione primitiva e della proletarizzazione dei piccoli proprietari: i profitti del capitalismo di guerra finanziarono l'impianto di industrie che sorsero grazie alla “genialità” degli inventori inglesi, che permise la meccanizzazione prima della filatura poi della tessitura e che portarono alla concentrazione della manodopera in grandi edifici industriali. Il nesso fra potere sociale e potere politico ha un ruolo fondamentale nella comparsa della nuova figura dell'industriale, cioè di capitalisti che organizzarono gli operai in grandi complessi produttivi basati sull'uso delle macchine, aumentando la produttività e la qualità della produzione. "Il rapporto fra l'espansione della manifattura e l'irrobustimento dello Stato era un rapporto di rafforzamento reciproco": attraverso l'integrazione di molti mercati prima frammentati: l'imperialismo coloniale, la monetarizzazione della fiscalità e dei salari, la privatizzazione delle terre comuni, progressivamente i lavoratori a domicilio furono trasformati in una moltitudine di contadini espropriati divenuti salariati. L'abbassamento dei costi di produzione all'inizio dell'800 aveva messo fuori gioco tutti i concorrenti del mondo non europeo; l'industria inglese esportava ormai oltre il 60% della sua produzione: una gran parte di questa andava a vestire gli schiavi delle piantagioni americane.

  

E cresceva rapidamente il consumo, che richiedeva un drastico aumento della quantità del cotone necessario, cosa che fu possibile solo attraverso lo schiavismo che consentì la diffusione rapida e sempre più estesa della coltivazione in America. Al principio ci fu il boom della produzione nelle isole caraibiche francesi, e nelle Barbados britanniche: fra 1784 e1791 vi furono importati 250.000 schiavi africani. Poi la rivolta degli schiavi di Santo Domingo del 1791 aprì le porte alla espansione della coltivazione nel Sud degli Stati Uniti, inizialmente in Georgia e Carolina del Sud poi in Alabama, Louisiana, Mississippi, Arkansas e Texas successivamente annessi, con una parallela moltiplicazione dell'importazione o del trasferimento al Sud di un milione di schiavi e l'espropriazione e lo sterminio della popolazione nativa. Cresciuta enormemente la produttività delle piantagioni, i prezzi del cotone cominciarono a calare: la quantità del cotone che partiva per l'Inghilterra cresceva tuttavia continuamente, mentre dall'Inghilterra giungeva il capitale che consentiva l'espansione dell'acquisto di schiavi e delle colture americane. I tentativi francesi in Senegal e inglesi in India di alleggerire la loro dipendenza dal cotone statunitense durante la prima metà dell'Ottocento ebbero scarso successo perché in questi paesi, senza un dominio totale sulla manodopera che solo il sistema schiavistico consentiva, i contadini e i mercanti locali conservavano il controllo sulla terra, sulla manodopera, sulla tecnica di produzione e sui circuiti di scambio. Dove invece ci fu una notevole crescita della produzione fu in Egitto: lo Stato di Muhammad Alì Pascià riuscì a obbligare i contadini a coltivare cotone nelle terre di proprietà statale con una forma che si avvicinava molto allo schiavismo.

  

La diminuzione dei prezzi del cotone fu il risultato degli investimenti di capitali in genere da parte di mercanti, che incentivarono la meccanizzazione della filatura e della tessitura progressivamente trasferite nelle fabbriche per utilizzare energia idraulica e vapore. Ma questo era bilanciato da una crescita colossale del consumo e della produzione e da uno sfruttamento brutale del lavoro svolto da un numero di lavoratori con alte percentuali di bambini e donne a salari ridotti. Il successo della produzione inglese si diffuse rapidamente in altri paesi europei: per affrontare la concorrenza inglese, l'industria dei second comers doveva essere fin dall'inizio concentrata e meccanizzata, e si sviluppò specialmente nelle aree con una lunga tradizione di produzione tessile manifatturiera con la progressiva marginalizzazione del lavoro a domicilio. Il blocco continentale e poi le politiche protezionistiche e la costruzione di infrastrutture sottolineano il ruolo dello Stato nel favorire la diffusione delle imprese capitalistiche nei paesi europei capaci di difendere il proprio mercato interno e di creare mercati protetti attraverso le imprese coloniali. Ma fu uno sviluppo diseguale: i late comers si videro obbligati in molti paesi a tornare alla sola produzione di materia prima (India, Egitto, e anche gli Stati Uniti prima del 1870) e molti tentativi di creare un'industria tessile efficiente fallirono (Messico, Catalogna), schiacciati dalla concorrenza dei first comers.

 

Il capitolo sulla mobilitazione della manodopera e sulla fase di accumulazione primitiva, non ci dà molti dettagli. Il processo appare molto rapido e spietato: lo stato è uno strumento essenziale nello sviluppo del capitalismo industriale, favorendo la privatizzazione della terra comune e adeguando la legislazione alle necessità dell'industria, lasciando i lavoratori privi di qualsiasi protezione di fronte a uno sfruttamento terribile della manodopera infantile e femminile, orari lunghissimi, violenze e punizioni anche fisiche degli operai senza interventi sulle spaventose condizioni abitative dei sobborghi operai. Solo lentamente si cominciò a organizzare autonomamente una sindacalizzazione operaia che avrà poi un grande ruolo nel cambiare la geografia dell'industria cotoniera nel mondo.

 

Credo che sarebbe stato interessante esaminare più a fondo il problema della sostituzione della manodopera maschile con quella femminile nella tessitura, consentita dalla meccanizzazione che non richiedeva più il lancio manuale della spoletta o quella della sostituzione della manodopera femminile con quella infantile nella filatura, in cui il ruolo era in gran parte ridotto ad annodare i fili sui fusi quando si rompevano. E sarebbe stato importante considerare l'effetto della diffusione della moneta nella fiscalità che obbligava i contadini a una relazione intensa col mercato rompendo la possibilità dell'autoconsumo. Giovanni Arrighi ha studiato a fondo questa strategia quando gli inglesi in Rhodesia imposero un'imposta in moneta sulle capanne per obbligare la popolazione a lavorare nelle miniere per pagarla con il salario. 

 

 

Quando scoppiò la guerra di secessione americana nel 1861 l'industria cotoniera dovette affrontare una crisi drammatica, in un settore produttivo che ormai si era organizzato a livello mondiale. Centralizzata a Liverpool (e in parte molto minore per Germania e Francia a Brema e a Le Havre) la rete di controllo legava il cotone americano e i suoi produttori attraverso intermediari e mercanti importatori per giungere ai fabbricanti di Manchester. Un commercio che muoveva un grande flusso di credito aveva creato le sue reti fiduciarie che facevano circolare l'informazione e che si basava ormai su una precisa classificazione tipologica dei prodotti e si muoveva in un mondo in cui la mediazione fra merce e fabbricanti percorreva molte linee di raccolta e circolazione del credito e dell'acquisto e che coinvolgeva in modo complesso il mondo politico e la politica degli Stati. Ma il crollo improvviso della produzione negli Stati Uniti produsse una crisi devastante. Bisognava trovare rapidamente altre fonti che fornissero la materia prima: "Il governo e gli industriali britannici convennero che il potere amministrativo, legale e infrastrutturale dello Stato imperialistico dovesse spingersi fin dentro le campagne indiane" per favorire il passaggio alla produzione per il mercato mondiale. Lo stesso avvenne in altri paesi, dall'Egitto al Brasile alle campagne turche dell' Anatolia. 

  

Nel trentennio 1860-1890 il consumo mondiale di cotone raddoppiò e tornò a raddoppiare nel trentennio successivo. Questo fu possibile sia perché la fase dei prezzi alti del cotone durante la guerra civile americana stimolò governi e capitalisti a trasformare altre parti del mondo in coltivazioni cotoniere e molti contadini in manodopera salariata e anche perché i territori confiscati nel corso della guerra ai grandi proprietari del Sud degli Stati Uniti, anziché essere distribuiti agli schiavi liberati che volevano divenire piccoli proprietari, furono restituiti fin dal 1865 agli antichi latifondisti. Gli schiavi liberati, divenuti miserabili salariati, tornarono a lavorare come prima e dove divennero coloni parziari furono presto travolti dai debiti. In altri paesi non fu il latifondo, ma furono forme di colonia e la piccola proprietà ad essere impegnate sempre più nella produzione mercantile del cotone in sostituzione di un'agricoltura di sussistenza e dell'autoconsumo, messa in crisi dalla progressiva scomparsa della proprietà collettiva dei villaggi e poi dalla fiscalità e dall'indebitamento. Fu un periodo ulteriore di deindustrializzazione delle campagne passate ad essere da concorrenti dell'industria capitalistica come produttrici di tessuto a fornitrici di materia prima e di forza lavoro, ampliando il mercato dei consumatori.

Una conseguenza generale della mercantilizzazione della produzione della piccola proprietà contadina mostrò il suo volto feroce negli ultimi 30 anni dell'Ottocento, a partire dal crollo dei prezzi del cotone nella crisi del 1873 e per tutti gli anni 90: vi furono milioni di morti per la carestia in India, Egitto e Brasile e crebbe vertiginosamente la migrazione dei piccoli proprietari europei impoveriti. In molti stati vi furono rivolte e una feroce repressione.

 

Il terzo momento della storia del cotone è quello della decadenza della produzione europea e americana e il trasferimento di gran parte della produzione cotoniera nelle ex colonie, in cui la manodopera aveva salari bassi e vi era molta disponibilità di terra. Quando i prezzi del cotone cominciarono a crescere – di oltre il 120% fra 1898 e 1914 – una nuova fase spinse gli stati imperialisti a moltiplicare la produzione cotoniera nelle terre prima non ancora investite dalla coltivazione di cotone o nelle colonie da poco conquistate: la Russia nell'Asia centrale e in Transcaucasia, il Giappone investendo in Cina, la Germania in Togo, la Francia in Sudan e in Costa d'Avorio, il Brasile nel Cearà, l'Inghilterra in India, Egitto e in Africa orientale, il Belgio in Congo, gli Stati Uniti negli stati sottratti al Messico nel 1848. A partire dal 1920 si cominciò a configurare la fase successiva: che Beckert chiama "il ritorno del Sud del mondo": negli Stati Uniti e in Europa le lotte operaie avevano fatto crescere i salari e diminuito le ore di lavoro. Gli investimenti cominciarono a trasferirsi nelle aree dove il lavoro era a basso costo e gli Stati – a cominciare dal Giappone e dalla Cina – lanciarono e sostennero grandi progetti di industrializzazione nazionale in cui i nazionalisti si allearono ai proprietari dei cotonifici, specialmente in India e in Egitto dove gli industriali tessili sostennero il movimento per l'indipendenza. Ma progressivamente anche il ruolo dei singoli stati-nazione si stava esaurendo: oggi il cotone si muove in complicate reti mondiali in cui materia prima, filatura, tessitura, produzione e consumo di vestiario seguono costi, mercati e mode che scavalcano gli stati nazione.

 

Ripeto: è un libro molto importante e ricco. Ed è anche una storia in crescendo, a suo modo narrativamente avvincente. Ma è storia globale? Lo spazio trattato è il mondo, certamente. Ma il cotone è trattato un po' come nella storia tradizionale in cui erano i re i protagonisti di tutto. E così qui il cotone diviene protagonista unico, senza sufficienti riferimenti alle interazioni con altri settori produttivi. Certo non si può parlare di tutto ma il filatoio meccanico, per esempio, come ha mostrato Carlo Poni, esiste da oltre un secolo nei setifici e dunque non è la genialità degli inventori inglesi ma la capacità di usarlo e diffonderlo degli industriali cotonieri a essere importante, anche se contribuirono a questa rivoluzione importanti comprimari come la seta e la lana. Il cotone aveva trovato un mercato nuovo: quello dei poveri dei paesi caldi e quello di milioni di schiavi da vestire dove l'Inghilterra non consentiva uno sviluppo manifatturiero locale. E i protagonisti della rivoluzione industriale, che in questo libro sembrano ridotti agli Stati, agli industriali e alla loro manodopera erano certamente anche le attività minerarie del ferro e del carbone e la diffusione delle piante azotanti nelle rotazioni agrarie e del mais e delle patate che avevano accresciuto le produzioni alimentari e dunque la rivoluzione agricola che aveva liberato manodopera e diminuito i prezzi di una produzione molto accresciuta di generi di sussistenza. E questi sono solo esempi dei contesti utili a capire meglio il ruolo del cotone. Mi pare insomma che sia impropria la definizione di "storia globale": già molti hanno scritto storie di questo tipo ma perché, quando si fa la storia del cotone, la si definisce una storia globale? Forse perché si parla del protagonista principale di una vicenda che copre uno spazio mondiale? Nessuno scrivendo di schiavi, di ferro, di carbone, di zucchero, di lana, di seta, di caffè, di patate, di mais, di sale, di riso o di merluzzo si era mai sognato di definire queste ricerche una storia globale. Avrei preferito che un libro così importante avesse rinunciato a essere definito globale anche se tratta un fenomeno mondiale. Esistono libri su altri fenomeni che riguardano il mondo, per esempio le Guerre mondiali: si possono definire globali? 

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