L'Italia di Adriano Olivetti

Nell’autunno del 2007 Enrico Morteo mi coinvolse nell’organizzazione di una mostra che avrebbe celebrato a Torino, nella primavera successiva, i cento anni della Olivetti. Aderii con entusiasmo. Mi ero laureato, parecchi anni prima, sulle attività culturali di Raffaele Mattioli e da allora ho pensato ad Adriano Olivetti come a un suo complementare pendant nell’Italia che rinasceva nel 1945. Avevo raccolto nel tempo qualche appunto, avevo notato come il nome Olivetti incrociasse le vicende di molti uomini illustri dell’Italia repubblicana, ma non mi era mai stata data occasione di studiarne la storia. Cosa fosse divenuta nel frattempo la Olivetti lo ignoravo. Avevo letto sui giornali che dopo Carlo De Benedetti c’erano stati una serie di passaggi di proprietà e mi ero accorto che il nome Olivetti, fino ad allora parte della nostra vita quotidiana, si era via via offuscato fino quasi a scomparire al passaggio del secolo. Scoprii che era proprietà di Telecom, che il marchio era utilizzato per produrre telefax e registratori di cassa, e che a Ivrea esisteva ormai solo un archivio creato ex post dove erano stati radunati materiali e carte che provenivano dai vari uffici frettolosamente smantellati. Tra Roma e Ivrea la Fondazione Adriano Olivetti, con pochi mezzi, cercava di tener alto il vessillo di un’Italia migliore. 

 

Mi concentrai nella mia ricerca sulle attività culturali (le riviste, le Edizioni di Comunità) e sui percorsi degli intellettuali che erano stati attratti nell’orbita di Adriano Olivetti: una lista lunghissima, impressionante. In una giornata d’inverno piena di luce andammo a trovare Renzo Zorzi nella sua casa sulla sponda veronese del Lago di Garda. Quasi novantenne, altissimo, un po’ curvo, austero nei modi ma con una punta di malizia veneta che spargeva nella conversazione, rievocò una vita trascorsa nelle attività culturali dell’azienda. Mi sembrò un doge di terraferma. Era considerato il custode della memoria olivettiana e ci raccontò le sue verità. Ma altre verità emergevano dalla lettura del libro curato da due psicologi del lavoro olivettiani, Francesco Novara e Renato Rozzi (con la collaborazione di Roberta Garruccio): Uomini e lavoro all’Olivetti (2005), un volume che raccoglie le testimonianze di chi aveva lavorato in Olivetti dai tempi di Camillo fino a Carlo De Benedetti, che risultava da quelle pagine come l’affossatore di quella magnifica avventura. Con l’eccezione di una recensione di Corrado Stajano su «l’Unità», il libro, che resta importante, venne ignorato da tutti gli organi di stampa.

 

Per la mostra e per il relativo catalogo decidemmo di accantonare la categoria dell’“utopia olivettiana”, un’etichetta che ci pareva servisse soprattutto a mettere in parentesi un’esperienza che non si sapeva alla fine come giudicare. La mitologia olivettiana, coltivata da una minoranza colta e a volte un po’ snob, ma avversata, per ragioni diverse, dal capitalismo italiano attraverso i suoi giornali, dagli intellettuali di formazione marxista, dal cattolicesimo ufficiale, si era pressoché estinta verso la fine del XX secolo. Il nostro establishment non poteva digerire un industriale che per un certo periodo non aderì a Confindustria e che, incredibile a dirsi, giunse a proporre la cessione della proprietà dell’azienda ai dipendenti e a varie istituzioni pubbliche; i marxisti restarono spiazzati da una proposta di società comunitaria che mandava in soffitta la lotta di classe; le gerarchie cattoliche, in epoca preconciliare, non potevano apprezzare l’insistenza sui valori spirituali da parte di un laico convertito al cattolicesimo, figlio di un ebreo e di una valdese. Prova ne era che anche nei migliori libri di storia dell’Italia repubblicana usciti dopo la fine della prima Repubblica, lo spazio dedicato ad Adriano Olivetti e alla Olivetti era scarso. Scarseggiavano anche gli studi: una biografia pioneristica di Bruno Caizzi dedicata a Camillo e Adriano Olivetti (1962) e quella, ancora di riferimento, di Valerio Ochetto (1985, 2013) che riuscì ad ascoltare molti testimoni che avevano conosciuto Adriano anche prima della guerra, il lavoro filologico condotto da Davide Cadeddu e molti ricordi di valore diseguale di chi aveva lavorato nella mitica Olivetti di Adriano, era tutto ciò che si aveva a disposizione. Un po’ poco. D’altra parte studiare la storia della Olivetti era ed è difficile. Significa infatti mettere insieme design, organizzazione industriale, architettura, strategia di comunicazione, prospettive politiche, ruolo degli intellettuali, valori etici, coscienza sociale, l’uso delle esperienze artistiche, ricerca tecnologica, grafica e il fine ultimo della comunità. 

 

 

La mostra del 2008, che aveva per titolo “Una bella società”, smosse qualcosa: servì perlomeno a rinfocolare l’orgoglio di chi aveva lavorato in Olivetti (ed erano ancora moltissimi sparsi per tutta Italia) e a comprendere che c’era una memoria da custodire, ancor prima che da studiare. Per conto mio avrei voluto avvicinarmi di più alla figura di Adriano Olivetti, che ancora mi pareva inafferrabile. L’occasione ci fu nel 2009, quando, per conto della Regione Piemonte, avremmo, sempre con Enrico Morteo, dovuto raccogliere i ricordi di chi aveva conosciuto Adriano Olivetti, un’esperienza che ci portò a incontrare una ventina di testimoni che avevano collaborato con l’Ing. Adriano, come era chiamato nel suo entourage. La varietà degli intervistati, il loro destino dopo che avevano lavorato in Olivetti dava, da un lato, il senso di una classe dirigente che si voleva nuova dopo il 1945, dall’altro, l’ampiezza del compasso degli interessi olivettiani: operatori sociali, giornalisti, dirigenti d’azienda, uomini di banca o di finanza, grandi avvocati, docenti universitari, scrittori. Emergevano racconti appassionanti, non tanto da parte dei più noti (Franco Tatò, Guido Rossi, Gianluigi Gabetti, Nerio Nesi) per cui la Olivetti e Adriano fu un momento, spesso iniziale, di una vita condotta ai vertici, ma delle prime donne emancipate in ambienti fino a quel momento solo maschili (Magda da Passano, Lelia Vaccarino, Cornelia Lombardo, Marisa Bulgheroni), oppure di chi aveva cercato di portare lo spirito olivettiano anche in altre esperienze (Massimo Fichera, direttore della Rai2 della riforma). A casa di Lidia Olivetti, la figlia maggiore di Adriano, osservai una fotografia dei genitori appena sposati: Adriano e Paola mi parvero Francis Scott Fitzgerald e Zelda. Stessa epoca, gli anni Venti, luoghi diversi: da una parte Long Island, dall’altra il Lago di Viverone. Ma anche la coppia Paola-Adriano non mancava certo di glamour (le storie personali degli Olivetti, un complemento a Lessico famigliare, sono inaudite rispetto a una società ancora integralmente cattolica).

 

La figura di Adriano, gentile e autorevole, partecipe e distante, emergeva, nel racconto di tutti, attraverso piccoli aneddoti. Nessuno arrischiava un giudizio complessivo. Indelebile la prima impressione: il colloquio à bâtons rompus con cui Olivetti si faceva un’idea di chi aveva davanti. Insomma ero a rischio di creare una rinnovata mitologia olivettiana. Nel 2010 cadevano i cinquant’anni della morte di Adriano: sempre con Morteo preparammo sei puntate per Radio Tre dove ascoltammo questi e altri testimoni. Qualcosa finalmente stava succedendo. Per conto mio andai alla ricerca di ulteriori pezzetti della vicenda olivettiana: Leonardo Sacco e l’esperienza di Matera; Giovina Jannello, che fu nella segreteria di Olivetti, prima di sposare Paolo Volponi; Anna Maria Levi, sorella di Primo, che si occupò della rivista del CEPAS «Centro Sociale», pioneristica per le esperienze degli assistenti sociali (una figura laica di mediazione fino ad allora inesistente nella società italiana) e finanziata (“troppo poco”, chiosava lei) da Olivetti; Muzio Mazzocchi Alemanni, che da uomo di lettere provò a ragionare sulle conseguenze linguistiche ed estetiche della rivoluzione informatica allora agli albori; Bruno Segre, che scelse di militare per il Movimento Comunità; oppure Francesco Gnecchi Ruscone, che ricorda l’Italia del sud e delle isole come un far west in cui le jeep messe a disposizione dagli aiuti americani (l’UNRRA-Casas) portavano i primi semi di modernità. Incontri con persone libere che offrivano racconti indimenticabili e che allargavano il quadro, confermando le capacità rabdomantiche di Olivetti nello scegliere i propri collaboratori, ma difficili da collegare in un insieme coerente. Nel frattempo Beniamino de’ Liguori, figlio di Laura e nipote di Adriano Olivetti era riuscito a recuperare la disponibilità del marchio delle Edizioni di Comunità, appartenente in quel momento a Mondadori. Da allora con grande determinazione pensò di rimettere a disposizione gli scritti di Adriano Olivetti e di recuperare alcuni titoli del catalogo storico.

 

Mi chiese di dargli una mano. Aiutati dalla bibliografia analitica di Giovanni Maggia, uno strumento ancora oggi formidabile, passammo in rassegna tutti gli scritti di Adriano Olivetti e, per conto nostro, i suoi epistolari, incompleti ma ricchi di spunti di interesse, e che ancora attendono di essere studiati. Passai lunghe giornate a Ivrea, constatai come ancora esistessero (ed esistono) “due Ivree”: quella olivettiana al di qua della Dora e l’antico centro che ha sempre faticato a identificarsi come “la città di Olivetti”. Nel 2013 presentammo, proprio a Ivrea, una prima antologia di scritti olivettiani: Il mondo che nasce. È stata la data d’inizio di una nuova avventura. Da allora il nome di Olivetti, la figura di Adriano, hanno ripreso a circolare, complice anche una brutta fiction televisiva, ma 

ora si può finalmente affermare che Adriano Olivetti è entrato nel pantheon dei “grandi italiani”. Resta aperta la domanda: chi è stato Adriano Olivetti: Un grande industriale? Un riformatore visionario? Un teorico sociale? La risposta è naturalmente un insieme di queste cose. La cronologia aiuta a fare chiarezza sulle diverse fasi di una vita senza tregua: l’iniziale interesse politico, la scoperta dell’America e di una civiltà industriale che faceva da battistrada, la riorganizzazione dell’azienda familiare nel confronto quotidiano col padre Camillo negli anni del fascismo imperante, la pausa forzata tra 1944 e 1945 che gli consentì di scrivere L’ordine politico delle Comunità: un libro ambizioso, difficile, il cui fine ultimo era quello di raddrizzare il legno storto dell’umanità dopo la catastrofe di due guerre mondiali (qui davvero è un utopista, anche se l’intuizione della comunità come strumento di governo del territorio resta ancora da cogliere appieno), la difficoltà di affermare le sue idee in una Roma già partitocratica, il ritorno a Ivrea e la creazione di un’azienda globale ante litteram, tutto il lavoro metapolitico (culturale e sociale) degli anni Cinquanta che sfocia nell’esperienza politica diretta del Movimento Comunità, la ricerca legata alle prime esperienze dell’elettronica, l’acquisto della Underwood.

 

Per un uomo progettuale (pro-icere significa, nell’etimo, “gettare in avanti”) come Olivetti la morte ha lasciato molte situazioni aperte, in sospeso. C’è una sorta di accelerazione vitale nel corso degli anni Cinquanta, la paura di non farcela davanti a piani ambiziosissimi che solo in parte si stavano realizzando. Alcune idee, e la possibilità di verificarle nella pratica quotidiana – sta qui la differenza di un uomo che fu insieme di pensiero e di azione – furono davvero lungimiranti: il lavoro come strumento d’identità dell’uomo (gli effetti sull’individuo dei processi messi in moto dalla rivoluzione industriale), la fabbrica come principio di organizzazione del territorio. Ma era difficile: lo testimoniano i due grandi romanzi “olivettiani”: Donnarumma all’assalto (1959) di Ottiero Ottieri e Memoriale (1962) di Paolo Volponi, accomunati dal fatto di essere cronache di una sconfitta. L’esperienza politica diretta è stata una scorciatoia per Olivetti, ma il suo pragmatismo lo spinse ad abbandonare il parlamento dopo poco meno di un anno. Difficile pensare a Olivetti negli anni Sessanta, almeno quelli delle riforme del nostro centro-sinistra, più facile immaginarlo appassionarsi per le avventure spaziali e per le conseguenze dell’avvento della cultura di massa, in un mondo in cui l’uomo sembrò, per un momento, essere artefice del proprio destino.

 

l libro viene presentato sabato 18 marzo a Roma a Libri come con Furio Colombo e Giorgio Zanchini e martedì 21 alla Libreria Hoepli di Milano con Francesco M. Cataluccio ed Enrico Morteo.

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