L'understatement di Severino Cesari

Di Severino Cesari mi resterà indelebile il ricordo del suo signorile understatement che non aveva il sapore dello snobismo ma di una spontanea e umanissima attenzione verso l’altro.

Sapevo, si sapeva da anni, che lottava contro un male che gli dava poche speranze e che quella eroica resistenza si sarebbe spezzata mettendo la parola fine a un esercizio instancabile di quotidiana cognizione della sua malattia.

 

Di quella tenace, sofferta ma talvolta persino ilare resistenza ci resta una straordinaria documentazione scritta, Severino negli anni ci ha dato un’anatomia letteraria  del male che lo affliggeva, con un attenzione chirurgica al dettaglio e una capacità che non ha eguali di restituire ai colori, alle emozioni e alla pietas della scrittura ogni dettaglio di quella lunga vitalissima agonia.

Le scritture, appunti, pagine sparse, testimonianze su facebook, i racconti in diretta delle progressioni e regressioni del suo male sono un sofferto capolavoro di osservazione di sé e del mondo intorno a lui dalla specola della sua ostinata resistenza. Spero che un giorno ne nasca un libro, sarà una testimonianza lucida di rara potenza letteraria.

Severino aveva una dote che gli ho sempre invidiato: l’attenzione riflessiva, la capacità rara che ti permette di vedere negli eventi del quotidiano i dettagli che i più non vedono e di saperli analizzare con pazienza prima di azzardare una spiegazione.

 

Lo avevo conosciuto alla redazione culturale del Manifesto di cui era coordinatore, erano gli anni Ottanta. Gli raccontavo i libri che faceva la casa editrice per cui lavoravo, la Boringhieri (allora ancora senza Bollati); ricordo un interlocutore attentissimo, che ascoltava, e poi si prendeva lunghe pause di riflessione da cui non uscivano sentenze ma domande sempre nel merito delle cose. Ricordo il sollievo di non dovere aderire al formulario retorico e salottiero in cui brillavano altri che facevano il suo mestiere.

 

Poi nascevano da quegli incontri pezzi e recensioni che coglievano nel segno perché affidati alle persone giuste che avevano ragioni vere per scrivere. Severino aveva una capacità di prendere le distanze dal chiacchiericcio della cultura e di cogliere l’essenziale di un discorso, di un libro, di un articolo.

Quella dote di osservazione e intelligenza del necessario, la sicura individuazione del superfluo, dell’abbellimento inutile, lui la sapeva mettere a frutto come pochi nel mestiere di editor. Prima nell’attività giornalistica poi in quella di indefesso allevatore di giovani romanzieri che sapeva prendere per mano, a cui spiegava gli errori correggendoli con interventi perfetti. Mai con piglio professorale, sempre con la sensibilità partecipe di chi sa che scrivere è un mestiere che procede per tentativi ed errori, che scrittori non si è mai del tutto e che il pericolo di scivolare è sempre in agguato.

 

Ricordo un giorno del 1996 nella sala delle riunioni di via Biancamano. In una Einaudi riemersa da anni di traversie finanziarie e proprietarie.

Seve espose, assieme al suo sodale editoriale di sempre Paolo Repetti, davanti ad un’Einaudi riunita intorno al tavolo ovale, il progetto di Stile libero. Serpeggiava scetticismo, quella strana combinazione di pop e cultura alta sembrava una provocazione. Che c’entrava l’Einaudi con le confessioni degli adolescenti, i racconti del loro quotidiano, i fenomeni dei nuovi media, i romanzi in rete?

 

Mi colpì la calma con cui Severino seppe dire le ragioni di una proposta che non snaturava un’immagine ma intercettava una nuova domanda di cultura. Il suo ragionare pacato costellato però di fulminanti carotaggi nelle nuove sensibilità della cultura giovanile di cui era un osservatore partecipe e straordinariamente intelligente. Era riuscito, con il suo eloquio pacato, la sua curiosità contagiosa, la precisione dei suoi aggettivi a disarmare i più riottosi tra i suoi interlocutori e a dissiparne i dubbi. Soprattutto aveva convinto fin da subito l’anziano fondatore dell’ illustre officina editoriale che portava il suo nome. Quella benedizione fu forse l’ultimo grande lascito di Giulio Einaudi alla sua casa editrice. I due di Stile libero, rientravano nella capitale con un lasciapassare da cui sarebbe nata un’impresa tra le più originali dell’editoria europea.

 

Sono convinto che quell’impresa non sarebbe mai nata senza Severino. Le doti del vulcanico ed energico Paolo Repetti si sposavano sorprendentemente con la riflessività analitica e paziente di Seve che garantiva per così dire tutta la solidità culturale necessaria a un edificio che crebbe a vista d’occhio riuscendo da subito a scoprire e valorizzare alcuni dei migliori talenti della narrativa italiana degli ultimi decenni, da Simona Vinci a Carlo Lucarelli, da De Cataldo ai Wu Ming.

Talenti che Severino andava a cercarsi ovunque ci fosse sentore di creatività e innovazione, dal cinema, al teatro a Internet.

 

Ricordo l’incontro con Marco Paolini e lo straordinario lavoro che Severino fece con la resa editoriale dei suoi testi teatrali: entrambi osservatori attenti del contemporaneo e della storia italiana del Novecento si erano incontrati e perfettamente capiti. Severino aveva saputo dare alla forza mitopoietica di Marco una veste letteraria da cui, accanto all’attore, è nato un grande scrittore. E questo fino alla fine, fino all’ultimo lavoro di Paolini scritto insieme a Gianfranco Bettin, il romanzo Le avventure di Numero primo, uscito una settimana fa da Einaudi. Chissà se Seve ha fatto in tempo a vederlo.

 

Con lui se n’è andato un sognatore garbato, tenace, irriducibile al chiacchiericcio banale dei salotti letterari di qualsiasi tipo e latitudine, per il quale lo scrivere era necessaria intelligenza del mondo e condivisione partecipe delle sue infinite contraddizioni.

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