M5S: una forza “antisistema” perno del sistema

Un dato è certo. Grazie soprattutto al Movimento 5 Stelle il 4 marzo 2018 è stata spazzata via una classe dirigente inefficace e corrotta, una gerontocrazia autoreferenziale sostenuta da (quasi) tutto il sistema mediatico. La “casta” non è stata in grado di affrontare le grandi sfide del XXI secolo: né la globalizzazione con il riequilibrio geopolitico e la conseguente crisi economica, che ha colpito più duramente un paese incapace di guardare al futuro ma attento solo a conservare; né la rivoluzione digitale, con le sue potenzialità di sviluppo economico e culturale, e con le sue ripercussioni sulle attese e sulla comunicazione politica. 

 

Il Movimento 5 Stelle – grazie anche all'intuito politico di Grillo e al suo precoce anti-europeismo – ha invece saputo cogliere ed esprimere questo cambiamento. Ha anticipato l'ondata populista che sta travolgendo i sistemi politici di molte democrazie fragili. Ha offerto strumenti che hanno cercato di dare forma a una possibile democrazia 2.0, con tutti gli inciampi del caso.

Il “metodo 5 Stelle” ha funzionato. Il Movimento è stato il principale bersaglio polemico della campagna elettorale, a cominciare dai costanti attacchi di Renzi e Berlusconi, che non hanno smesso di sottolineare le difficoltà della sindaca Raggi a Roma e la “scontrinopoli”, ovvero i mancati rimborsi dei parlamentari. Ma la giunta Raggi, anche se si deraglia, difficilmente può far peggio di Mafia Capitale, hanno ragionato gli italiani. E gli scontrini riguardano somme che gli esponenti delle altre forze politiche non si sono mai sognate di restituire alla Cassa Depositi e Prestiti, ma si sono tranquillamente intascati; di più, i “reprobi” sono stati subito condannati al linciaggio mediatico ed espulsi, come i candidati massoni, indagati o condannati. Mentre le altre forze politiche facevano quadrato intorno agli “impresentabili”. 

 

Per gli osservatori superficiali l'aspetto giacobino è uno dei talloni d'Achille del M5S. Secondo la maggior parte degli osservatori politici, il dissanguamento delle espulsioni e delle dissidenze, anche all'interno del Parlamento, avrebbe finito, in questi cinque anni di legislatura, per addomesticare i “grillini”, come venivano definiti con una punta di disprezzo. È successo il contrario: in questa fase di ascesa le espulsioni hanno rafforzato la leadership, come pure la sensazione di “purezza” rispetto agli “inciuci” che caratterizzano da un secolo e mezzo il trasformismo italiano.

Oggi inizia una nuova fase. Una forza “antisistema” diventa il perno del sistema. Un movimento che aveva basato la sua strategia comunicativa su irritazione, provocazione, denuncia, deve assumersi inevitabili responsabilità politiche.

Al di là del pienone elettorale, molti nodi restano irrisolti. 

 

 

Il primo riguarda la selezione della classe dirigente. Le “parlamentarie” sono un simulacro di democrazia diretta social, ed è fin troppo facile metterle in ridicolo. È una rete che non ha filtrato – malgrado l'intervento dei vertici – candidati impresentabili e incompetenti. Che però, non appena sono stati individuati, sono finiti nella lista nera e hanno subito la ghigliottina social M5S. In ogni caso è una cinghia di trasmissione che consente di ricavare energie dalla società civile, superando i meccanismi di cooptazione dei partiti personali. È fin troppo facile prevedere che nelle prossime settimane scopriremo che alcuni parlamentari M5S hanno qualche scheletro nell'armadio. Ma è altrettanto facile prevedere il loro destino.

 

Un secondo aspetto riguarda la qualità di una classe dirigente ancora inesperta, la sua capacità di formazione e autoformazione, il rispetto che sapranno avere delle istituzioni, a tutti i livelli. Le forme della democrazia devono cambiare, perché la società sta cambiando molto velocemente. A suo interno, il M5S è da sempre diviso tra tentazioni verticistiche e aperture partecipative. La dialettica con le istituzioni – ovvero l'introduzione di forme di deliberazione digitale e partecipata – costituirà un esperimento affascinante: l'Italia è da sempre un avanzato laboratorio politica, che anticipa mutazioni di più ampia portata.

Dovrà cambiare – sta già cambiando – la modalità di interazione politica. Finora il M5S poteva permettersi di irrigidirsi sulle proprie posizioni: le altre forze politiche dovevano allinearsi a quello che era stato deliberato, formalmente con il meccanismo “una testa un voto” e in realtà con forti ipoteche del vertice. Le “proposte” del programma elettorale sono state presentate così: chi le approva vota con noi, gli altri si arrangino. È un atteggiamento che sfocia inevitabilmente nel totalitarismo, perché esclude l'opzione della mediazione politica necessaria in un sistema democratica. Come e quanto la leadership del Movimento sarà capace di mediare con le altre forze politiche? E la base saprà accettare i compromessi della Realpolitik?

 

Collegato a questo è il nodo del blocco sociale cui si appoggiano il Movimento e un suo eventuale governo. Di quali ceti è espressione il trionfo elettorale del 4 marzo? Alla base ci sono di sicuro rabbia e frustrazione, come dimostra il “cappotto” in un Sud dimenticato e marginalizzato. Ma è molto difficile trasformare questi sentimenti negativi in un efficace progetto politico, ed è impossibile accontentare tutti. Un successo elettorale di queste dimensioni può liberare molte energie nella società, ma può anche generale ulteriori frustrazioni: la storia politica italiana è un alternarsi di speranze illusorie e catastrofiche delusioni, dal centro-sinistra a Craxi, da Berlusconi a Renzi.

A quale modello di paese può puntare un governo pentastellato? Non bastano la moralizzazione della vita pubblica e un pacchetto di misure generiche e velleitarie. Nella competizione globale, la corretta gestione dell'esistente non basta più. È necessario scegliere le priorità dello sviluppo e tagliare i rami secchi.  Fare scelte è difficile, e finora la sinistra ha saputo solo difendere le rendite di posizione e per questo è andata al suicidio. 

 

Nei vecchi e nei nuovi populismi convivono due anime, quella di destra e quella di sinistra. Finora, ci insegna la storia, lo sbocco è stato quasi sempre autoritario. Il passaggio inevitabile è stato l'impoverimento e l'indebolimento della classe media, che è la base della democrazia. La sfida che attende Di Maio è semplice ma forse impossibile: come uscire dalla crisi, come far crescere la democrazia italiana, senza appiattirsi sul progetto identitario (“Italians first”) e in sostanza  reazionario di Salvini e dei suoi soci? Sempre che sia possibile portare l'Italia nel XXI secolo.

 

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