M5S un fallimento digitale?

Il dibattito e i commenti sulla candidatura di Luigi Di Maio alla presidenza del Consiglio riportano in primo piano il conflitto tra le due anime del Movimento 5 Stelle: quella bottom-up e “movimentista” dei meet-up, e quella top-down di Grillo e della Casaleggio Associati. Da un lato gli Ortodossi, fedeli ai principi egualitari delle origini, dall'altro gli Istituzionali, ovvero l’“anima democristiana” incarnata appunto da Di Maio. Il saggio di Paolo Ceri e Francesca Vetri, Il movimento nella rete. Storia e struttura del Movimento 5 Stelle (Rosenberg & Sellier, Torino, 2017), esamina in dettaglio la guerra tra la visione orizzontale e quella verticale del potere all'interno del M5S, una doppia anima, una sorta di schizofrenia politica, che porta subito a chiedersi se il M5S sia “espressione della crisi dei partiti o, al contrario, fattore del suo superamento” (p. 7). 

 

Da un lato c'è un movimento che proclama di voler inventare e praticare la politica 2.0, sul base del  principio “uno vale uno” abbinato alla rete, annunciando l'utopia di una democrazia digitale diretta, egualitaria, partecipata. Dall'altro c'è un partito personale, o meglio padronale, le cui fortune sono basate sulla figura carismatica del fondatore e leader Beppe Grillo, oltre che sulle utopie digitali e sulle tecniche di marketing (o di manipolazione, secondo i critici) della Casaleggio Associati. 

 

A partire da questa dicotomia, le analisi del Movimento 5 Stelle ricadono quasi tutte in due grandi filoni. Da un lato c'è chi vuol salvare l'Italia dal dilettantismo e dalla barbarie “grillina”, e in generale dal populismo (vedi Alessandro Dal Lago, Populismo digitale, Raffaello Cortina, Milano, 2017). Dall'altro c'è chi vede nel movimento l'unico antidoto a una partitocrazia corrotta e al saccheggio perpetrato dalla “casta”, in grado di recuperare all'attività politica milioni di cittadini disillusi. Per alcuni i “grillini” sono la massa di manovra degli ambiziosi padroni del partito. Per altri sono lo slancio vitale, radicato nei territori, che risolleverà le sorti della nazione, al di fuori di mafie e caste. Incarnando queste contrapposizioni, il Movimento 5 Stelle – con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, le sue illusioni e la sua realtà – rappresenta un affascinante laboratorio politico, utile per capire l'evoluzione della politica nel nuovo secolo (su questa base avevo impostato il mio Comico e politico. Beppe Grillo e la crisi della democrazia, Raffaello Cortina, Milano, 2014, sul quale vedi l’articolo di Marco Belpoliti su doppiozero).

Il confronto tra le due anime non spiega certo il perdurante successo elettorale del M5S, che ha motivazioni più complesse.

 

In primo luogo la presenza mediatica di Grillo e le sue gag politiche, dall'eroicomica nuotata attraverso lo Stretto di Messina alla comparsata al Festival di Sanremo, che nel 2013 hanno monopolizzato l'attenzione dei media e reso visibile il “non-partito”. Bisogna poi tener conto del quadro sociale e politico, oltre che della battaglia con gli altri partiti, a cominciare dal PD. Ma la dialettica interna aiuta a capire la possibile evoluzione del M5S. Allargando l'orizzonte, viene da chiedersi se le nuove forme della politica 2.0 siano davvero praticabili e in quali forme, con quali procedure. 

Il saggio di Ceri e Veltri ripercorre la cronologia del partito, almeno per quanto può essere documentata, senza indulgere al complottismo e cercando di allineare i fatti (anche se la posizione degli autori emerge con nettezza). L'indagine è condotta su due versanti: “Per capire la natura di un movimento sociale occorre osservare soprattutto le istanze e le forme dell’attivismo di base; per capire la natura di un movimento politico si devono osservare gli orientamenti e la struttura della leadership” (p. 12). 

Grillo ha fondato il suo blog nel gennaio 2005, nell'era del web 1.0, con la complicità di Davide Casaleggio. È stato lui a proporre, pochissimi mesi dopo, nel luglio 2005, la creazione dei Meetup Amici di Beppe Grillo, tipico strumento del web 2.0. Il partito nascerà solo nel 2009. Per Ceri e Veltri, questo “peccato originale” segna l'evoluzione successiva: “è mancata la fase genetica nella quale la partecipazione e la mobilitazione collettive sono talmente fuse da non essere distinguibili, così come sul piano soggettivo non è possibile distinguere quanto sia l’azione degli individui a creare il movimento e quanto questi siano portati dalla sua corrente” (p. 289). Questo non è avvenuto, il peso della leadership è stato e continua a restare determinante. 

 

Lo scontro tra le due anime è in atto almeno dal 2007, ma a prevalere finora sono stati Grillo e Casaleggio. Il destino dei meet-up ricorda il destino dei Soviet “normalizzati” dai bolscevichi e da Lenin, o l'involuzione leaderistica delle assemblee del '68, presto militarizzate dai gruppuscoli marxisti-leninisti. Per garantirsi l'unanimità, la leadership del M5S innesca un feroce meccanismo di espulsioni, con gogne e mini-plebisciti digitali assai poco democratici. Dal febbraio 2013 al gennaio 2015, i due gruppi parlamentari del M5S perdono quasi un quarto dei loro membri: 18 senatori su 54 e 17 deputati su 109. La feroce gestione del dissenso garantisce l'unanimità interna e non indebolisce il movimento, anzi ne rafforza la coesione relegando i reietti alla marginalità politica senza intaccare la base elettorale (come era accaduto per la Lega). Il leader può così presentare proposte approvate plebiscitariamente, in apparenza univoche e dunque non negoziabili. In questo si nasconde la vocazione totalitaria del M5S: “In guerra, fintanto che deve essere guerra, non vi è spazio per l’apertura, il negoziato, il compromesso. Ogni passo, anche minimo, in tal senso è giudicato un cedimento, un tradimento. Pertanto, solo in apparenza vi è contraddizione tra una concezione che vede nei partiti e nei politici il male assoluto e nei propri eletti l’alternativa senza macchia. Vi è anzi un’intima coerenza. Peccato mortale è infatti considerata l’intesa con i partiti, con il nemico. Non occorre si tratti di un’alleanza, basta l’accenno a un’apertura di dialogo” (p. 237).

 

 

Nel corso degli anni, il M5S cerca di strutturarsi come partito, almeno in apparenza. Vengono via via creati organi interni di coordinamento (il Direttorio) e di garanzia, che però si ritrovano spesso schiacciati tra un'investitura che arriva imperscrutabilmente dall'alto e la confusa e rissosa domanda di partecipazione che sale dal basso. La sintesi tra le diverse “volontà individuali” e la “volontà generale”, garantita dal “portavoce Grillo”, resta sempre precaria, e alla fine dev'essere determinata con un gesto autocratico.

 

Gli organi territoriali del Movimento, cui viene in apparenza lasciata ampia autonomia, non riescono a coordinarsi tra loro ed esprimere una volontà politica comune, e le direttive a livello nazionale restano appannaggio dei leader (che per sondare la “pancia” del movimento dispongono dei big data della piattaforma digitale). Per Ceri e Veltri è cruciale il fallimento del Meetup 280, il tentativo più organico di coordinamento interno “dal basso”, presto disinnescato dal vertice. Le conseguenze politiche di questa frattura tra i territori e il centro sono evidenti: “Se sul tappeto sono, per fare due esempi, problemi come la chiusura di un campo rom o l’accoglimento dei profughi, le decisioni relative hanno condizioni e conseguenze giuridiche, economiche e morali – in una parola, politiche – di portata nazionale o internazionale” (p. 231).

 

Un primo giudizio sulla storia del M5S può rientrare nella tradizionale aneddotica politica: un movimento allo “stato nascente” si istituzionalizza, come è forse necessario e inevitabile, grazie anche alla furbizia e al cinismo del leader carismatico, e tenta la scalata al potere (ovvero entra nelle istituzioni). Il titolo del libro allude ironicamente a questo: la rete è il terreno in cui si sviluppa la proposta politica, ma è anche la rete in cui il movimento viene intrappolato (o si mette in  trappola). In questa ricostruzione Grillo e Casaleggio non ci fanno una gran bella figura, ma intanto la strategia funziona e il M5S continua a vincere le elezioni: non è una meteora come lo sono stati Poujade o l'Uomo Qualunque di Giannini. Anzi, Grillo ha aperto la strada ad altri movimenti analoghi in Europa.

 

Se ci si astrae dalle beghe e dalle inquietudini politiche italiane, il M5S rappresenta un interessante esperimento di innovazione politica. In Occidente, la democrazia rappresentativa sta attraversando una profonda crisi, le vecchie organizzazioni novecentesche non funzionano più. Berlusconi e Trump sventrano i partiti tradizionali. Un comico diventa influente leader politico. Ma allora dobbiamo rassegnarci alle “democrature” alla Putin o alla Erdogan, dove si salvano le forme ma non la sostanza? O possiamo inventare nuove forme di partecipazione e deliberazione? 

 

Il movimento nella rete ci aiuta a capire quanto sia complessa e fragile la democrazia. Difenderla (o diffonderla) è una battaglia quotidiana. La lotta si fa ancora ancora più difficile se vogliamo reinventarla, per superare i tradizionali modelli parlamentari, raffinati negli ultimi secoli ma ora forse resi obsoleti dalle opportunità della rete, a cominciare dell'utopia delle piattaforme per il voto online. 

La “piattaforma elettronica accessibile a tutti, destinata alla deliberazione condivisa e non solo al voto” (p. 120), viene promessa già nell'incontro al Teatro Smeraldo del 4 ottobre 2009. Un post di Grillo dell’aprile 2010 annuncia che verrà messa in funzione entro il 30 giugno dello stesso anno, anche se la piattaforma online nazionale, destinata esclusivamente a fornire agli attivisti la possibilità di selezionare in prima persona i candidati alle elezioni politiche, entra in funzione solo a fine 2012: è lì che i candidati alle primarie per il Parlamento postano i loro video autopromozionali. Oltre a quelle attive all'estero, vengono progettate piattaforme alternative: il portale Unovaleuno.it, creato nel 2010 da attivisti di Reggio Emilia,  Airesis o Agorà 2.0, Parelon (presentato dal “Fatto Quotidiano” come piattaforma ufficiale del Movimento). Sappiamo già che non può esistere un sistema elettorale perfetto. È il paradosso di Condorcet, dimostrato da Kenneth Arrow nel 1961: nei sistemi elettorali si possono creare situazioni circolari in cui i vari candidati vincono uno sull’altro, a seconda dell’ordine in cui si effettuano le votazioni. Aumentare la complessità del sistema, per farsi carico non solo del semplice meccanismo della votazione ma anche di quello ancora più sfaccettato della partecipazione, non elimina il problema. Al massimo lo occulta.

 

Nel 2013 entra in vigore, dopo anni di attesa, il ‘sistema operativo’ fornito dalla Casaleggio Associati, che “si occuperà di: (a) decisioni; ossia la possibilità per gli iscritti di votare 'su temi di interesse nazionale o del MoVimento'; (b) interazioni; la possibilità tramite forum di discutere su temi locali; (c) elezioni; la possibilità di selezionare le candidature sia a livello nazionale che locale; (d) leggi; i cittadini potranno discutere le leggi presentate dai parlamentari e proporne di proprie; (e) raccolta fondi (p. 183). Il 1° agosto 2017 viene lanciata la nuova piattaforma Rousseau, immediatamente violata: gli attacchi hacker e le polemiche che ne conseguono portano alla luce il problema della sicurezza, ma anche quello della regolarità delle elezioni. Senza dimenticare la dialettica tra l'esigenza della trasparenza e quella della privacy (a partire dalla segretezza del voto). Emerge inoltre la questione della proprietà e dell'uso dei big data, raccolti da una piattaforma che registra le preferenze di centinaia di migliaia di cittadini. La lezione non è bastata, i profeti della democrazia digitale restano dilettanti informatici. Il 21 settembre 2017, in occasione delle primarie Di Maio vs. i “sette nani” (visto che nessun leader aveva avuto il coraggio di affrontarlo), la piattaforma Rousseau collassa “per sovraccarico” e il seggio elettronico deve essere riaperto la mattina dopo.

 

Un altro livello critico riguarda il rapporto tra la democrazia partecipativa, ovvero la discussione aperta per definire l'agenda politica e per definire programmi e proposte, e la fase deliberativa, quella del voto. Per Cerri e Veltri la storia del M5S è stata anche un lungo “scontro interno fra forme di democrazia partecipativa e deliberativa e l’uso di una democrazia diretta basata principalmente sul voto” (p. 173). I leader del M5S, con la complicità dei media che enfatizzano l'aspetto agonistico, spingono verso una democrazia plebiscitaria, a cominciare dalle varie forme di primarie o parlamentarie, che possono assumere la forma degradata del sondaggio televisivo o del talent show. 

 

In fasi politiche di questo tipo si creano diversi livelli di partecipazione: alla base i semplici elettori che si limitano a mettere la croce sulla scheda, poi i militanti (i fan) che seguono l'attività del movimento; al vertice s'insediano gli attivisti, i militanti a tempo pieno che tendono a diventare una casta e sequestrano di fatto il dibattito, con il rischio di allontanarsi dal “comune sentire”: “Spesso si creano queste due realtà: il movimento civico e il movimento politico. Il primo con attivisti simpatizzanti e impegnato in più fronti non vuole che tutto si esaurisca nella competizione elettorale, apertura e chiusura della lista, vittoria e non delle elezioni. Ma che si crei di più il concetto di movimento e interazioni fra esso” (p. 123). Se alle difficoltà tecniche e all'arroganza dei rivoluzionari di professione si aggiungono le molestie dei troll, l'epidemia di commenti off topic, i fake, i sospetti di manipolazione, le purghe, si capisce perché la partecipazione sulle varie piattaforme diminuisca drasticamente. 

 

Una democrazia diretta e partecipata tende a trasformare tutti i cittadini in militanti (e rivoluzionari) a tempo pieno, come notava Norberto Bobbio. A questo punto sorgono alcune difficoltà. In primo luogo, è materialmente impossibile “che tutti decidano su tutto in società sempre più complesse come sono le società industriali moderne”. Ma se anche diventasse possibile, se disponessimo degli strumenti tecnici adeguati, questo non sarebbe auspicabile “dal punto di vista dello sviluppo etico e intellettuale dell'umanità. Negli scritti giovanili Marx aveva additato come meta civile dell'umanità l'uomo totale. Ma l'individuo rousseauiano chiamato a partecipare dalla mattina alla sera per esercitare i suoi doveri di cittadino, sarebbe non l'uomo totale, ma il cittadino totale (…) E il cittadino totale non è, a ben guardare che l'altra faccia non meno minacciosa dello stato totale” (Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia. Una difesa delle regole del gioco, Einaudi, Torino, 1984, pp. 30-31). 

Il rapporto tra “professionisti” e “dilettanti” della politica si intreccia con la barriera della competenza: “non sempre i commentatori sono in grado di valutare correttamente l’effettiva fattibilità degli emendamenti proposti dagli altri iscritti. Non basta dunque che i commenti siano apprezzati da un numero elevato di utenti – di cui nessuno, al di fuori dei gestori della piattaforma, conosce la quantità precisa – perché questi diventino davvero parte della legge” (p. 186). Malgrado gli strali contro la “dittatura degli esperti”, quasi inevitabilmente si forma un ceto di professionisti della politica (e della pubblica amministrazione) in grado di raccogliere consenso, magari al di là della competenza specifica. Ma questo processo determina di fatto le modalità di formazione e di selezione della classe dirigente, un altro tema cruciale dell'evoluzione (o dell'involuzione) della società civile. Da queste scelte dipende la possibilità di tenuta di una forza politica nel medio termine.

 

Di Maio sta cercando di ottenere la candidatura a premier della prima forza politica italiana (a giudicare dai sondaggi). Il processo evidenzia molte delle contraddizioni evidenziate da Ceri e Veltri. Sono altrettanto emblematiche le reazioni degli osservatori. Da un lato, l'avvento di Di Maio viene salutato positivamente come indizio della normalizzazione del partito, con “una offerta politica più tradizionale e rassicurante”. Insomma, “ora i 5stelle sono un po' più uguali agli altri e nel senso migliore dell'espressione”. Tuttavia, si argomenta, “quella di Di Maio rischia di somigliare più a una nomina che a un'elezione. Un modo per legalizzare l'arbitrarietà del potere interno, non per superarla” (Stefano Cappellini, I gradi del leader e un'elezione che sa di nomina, “la Repubblica”, 16 settembre 2017). 

In gioco, nel “reality politico” del M5S, non c'è solo la leadership di uno dei tanti partiti in uno dei tanti parlamenti del mondo, in uno staterello a sovranità limitata e marginale nel mondo globalizzato. C'è di più. Per le speranze che ha suscitato, per i processi che ha innescato, l'avventura politica del M5S è una cartina di tornasole che illumina i processi democratici: il “sismografo Grillo” “ha registrato due sommovimenti profondi e contemporanei: lo smottamento del sistema di potere in un paese inerte, e l'impatto della rete sulle procedure della democrazia” (Oliviero Ponte di Pino, Comico e politico, p. 243).

 

Chissà se ora il “partito del Grillo” diventerà davvero un partito normale, creando un nuovo sistema di potere. A leggere Ceri e Veltri, c'è da temere che diventi un partito “più uguale degli altri”, accentuando nella sua caccia al voto le venature populiste, demagogiche, autoritarie. Se accadesse, e se il sogno democratico dei meet-up venisse seppellito, sarà necessario rilanciare la promessa – o l'invenzione – di una politica diversa, con modalità di partecipazione attiva che rispondano alle attese e alle abitudini delle giovani generazioni. Se i vecchi partiti non sapranno reinventarsi, (e non sembrano in grado di farlo), toccherà a qualcun altro. Magari ci proverà Google, che già pratica la democrazia digitale, “un clic un voto”. O Facebook, con la formula “un MiPiace un voto”. Il rischio è davvero quello del “populismo digitale”. Ma come aumentare la consapevolezza e il senso di responsabilità di ciascuno, contro le facili scorciatoie della demagogia e della manipolazione? Non sarà facile, ma è l'unico modo per provare a salvare la democrazia, o quello che ne resta: sognare una democrazia 2.0 più compiuta e vicina ai cittadini.

 

Oliviero Ponte di Pino è autore di Comico&Politico. Beppe Grillo e la crisi della democrazia, Cortina editore, 2014.

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