Il teatro raccontato dagli artisti. Del Cielo non è un fondale di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini ha già scritto su Doppiozero Graziano Graziani in occasione della prima romana. Per le recite di Prato (fino a domenica 12 al Fabbricone) abbiamo chiesto direttamente agli autori un intervento sulla genesi dello spettacolo, un’altra tappa del loro particolarissimo, antiretorico, quotidiano, lacerante, ironico “teatro dell’invisibile”, sospeso tra rappresentazione e suo svelamento, tra nuda verità e bisogno di storie e di emozioni. 

 

Non è uno spettacolo tratto da

O uno spettacolo su

Non è nemmeno liberamente ispirato a

Né dedicato 

 

Siamo incappati nella sua opera come può succedere anche in un matrimonio riuscito: ti innamori di un altro, magari il dottore dove vai a fare una visita medica in una città straniera. 

Avevamo già un tema molto ampio, il rapporto tra paesaggio e figura, ci interessava affrontare la questione urbana, avevamo fatto tante letture, ragionamenti. Ci bastava solo una trama, un piccolo fatto vero o di fantasia che rendesse possibile tessere una narrazione. Siamo invece incappati – lo ripetiamo – in un mondo, un universo che ci ha complicato le cose per un bel po’. Avevamo già letto un anno prima Il posto e avevamo dato a un nostro site-specific questo titolo, ma qui stiamo parlando de Gli anni. Un libro capitale. Potevamo almeno fermarci lì, era già tanto, invece abbiamo letto tutto, voracemente, anche in un francese ancora poco praticato. In particolare i libri sull’esterno: Journal du dehors, La vie extérieure, Regarde le lumière mon amour.

 

Le abbiamo scritto ("Gentile Annie Ernaux” cominciava la lettera, “Lei stessa in un'intervista ha detto che la conoscenza e la comprensione del mondo e di sé le è venuta dai libri letti. Ha scritto che in alcuni libri si è 'riletta'. Non siamo certo i primi a dirglielo: i suoi libri ci hanno cambiato. Siamo due artisti di teatro italiani e grazie alla pubblicazione in Italia de Il posto e poi de Gli anni abbiamo potuto conoscerla…”) e l’abbiamo invitata a vedere i nostri lavori. Lei è venuta a vedere Reality al Théâtre de la Colline a Parigi, una domenica pomeriggio. Si è seduta in prima fila sulla sinistra del palco. È stato come se fosse entrato Dostojevskij o la Cveteava o qualunque altro amore letterario. 

 

Il cielo non è un fondale, Claudia Pajewski.

 

Poi bere un bicchiere di vino con lei al bar del teatro ci è sembrato del tutto normale. 

Normale che ci scrivessimo qualche e-mail, estremamente bello che lei ci spedisse con grande rapidità tutti i vecchi libri pubblicati da Garzanti in italiano e difficili da recuperare.

 

Abbiamo inizialmente immaginato una collaborazione sul Cielo, ma lei stessa con grande precisione notava in una delle sue mail che noi “avevamo bisogno di una narrazione che nei suoi testi ‘sull’esterno’ era carente”. E negli altri libri la protagonista era lei e anche se la sua capacità di parlare di tutti parlando di sé è indiscussa, noi non volevamo né parlare di lei come scrittrice, né interpretarla come figura. 

 

Il cielo non è un fondale, Claudia Pajewski.

 

Ma tutto questo ci ha portato all’inizio delle prove, anzi ai primi incontri ancora interlocutori con Francesco Alberci e Monica Demuru, a una scelta. Nessuna figura oltre a noi, nessun altro da raggiungere. Per chi non conosce Annie Ernaux, questa è una delle meraviglie dei suoi testi (o il suo limite, per chi non la ama): lei parla sempre di sé e della sua vita. Il titolo del suo progetto editoriale Écrire la vie che raccoglie quasi tutti i suoi libri è letterale. Per noi un passo non difficile ma che poteva diventare un passo indietro. Se in Rewind a parlare eravamo noi, Daria e Antonio, in Reality ci eravamo affacciati alla figura di Janina Turek, in Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni il tuffo dentro le quattro pensionate immaginate da Petros Markaris era stato decisivo. E ora? Daria, Antonio, Francesco, Monica. 

 

Come proseguire la nostra pratica tra “qui e ora” (quello inequivocabile davanti al pubblico) e un “altrove” che permette di uscire da noi ed essere chiunque e dovunque? Che distanza leggibile mettere tra ‘io’ e un altro (io)? E poi che relazione costruire tra noi quattro in scena? Non volevamo inventare una trama (“senza trama e senza finale”, il consiglio di Anton Cechov a un giovane scrittore non ci era mai sembrato così importante), quindi non quattro amici che si raccontano, non quattro sconosciuti che si trovano chiusi in un posto a causa di un fatto di cronaca. Niente fratelli, niente padri e figli. 

Nello stesso tempo ci era chiaro che non volevamo creare quattro autoritratti. Ma allora perché essere lì sul palco?

 

Giorgio Termini.

 

A questo punto è necessaria una precisazione. Anche se qui parliamo del rapporto con Annie Ernaux questo non esaurisce la complessità delle domande che ci stavamo facendo e le altre fonti indispensabili alla nostra ricerca. Una ricerca che aveva sempre più chiaramente “l’altro” come protagonista. Tre mesi di prove, con Francesco e Monica, un mese in più per noi e Davide Grillo. Un laboratorio attorno alla scrittura di Annie Ernaux (tre settimane con dodici performer sorprendenti), in collaborazione con Monica Piseddu e Attilio Scarpellini a Carrozzerie Not a Roma. 

Letture che arrivavano da Annie, che si allontanavano da Annie. L’amato Albert Camus, il sociologo Pierre Bourdieu, Marguerite Duras, ma anche Jack London e il suo Popolo dell’abisso (che è rimasto nel lavoro finale attraverso un testo di Attilio Scarpellini), i reportage su La lettura di Mauro Covacich, le poesie di Beppe Salvia, quelle di Philip Schultz. Uno strepitoso saggio sull’Outsider di Colin Wilson. E i film di Antonioni e una certa Roma di Fellini e…

Fine della precisazione.

 

Sulla propria vita è facile produrre materiali. Purtroppo. Ci siamo ritrovati con una marea di testi, di scene, senza nessun collegamento tra loro, almeno così ci è sembrato all’inizio. A fine luglio abbiamo fatto vedere una scelta (già per noi ridottissima) ad Attilio Scarpellini: dopo sei ore non avevamo ancora finito. Ora, a spettacolo finito, possiamo solo ammirare (come se non parlassimo di noi) la pazienza, la passione e il piacere quotidiano di andare in sala prove. Non siamo gli unici ad aver scoperto che darsi un compito più grande di noi ci protegge dalla presunzione. 

 

Il cielo non è un fondale, C. Claudia Pajewski.

 

Al di là della strada che ha preso il lavoro, che ha poco o nulla a che fare con lei, Annie ci ha permesso:

- di sollevare zone di vergogna, di capire cos’è questo sentimento, di raccontarci dei segreti, di colmare alcuni buchi; 

- di attivare la memoria, memoria vista come attività quotidiana che collega il nostro passato a quello che siamo oggi e quindi di renderla mobile, attiva e non quel prodotto preconfezionato che chiamiamo ricordo;

- di allenare lo sguardo sui dettagli, quello stare ‘fuori di noi’ salvifico sempre;

- di comprendere la nostra unicità;

- di ricopiare le sue frasi sui quaderni di lavoro come dei piccoli mantra: “La scrittura, se non è un’avventura, un’avventura dell’essere, un impegno, non è nulla. Se non si pensa che si potrebbe morire dopo, non vale la pena di scrivere…”;

- di condividere – tra noi prima di tutto – la passione verso le canzoni.

 

La coincidenza tra il nostro piacere di collaborare con Monica Demuru, la voglia – tutta da capire all’inizio – di lavorare sulle canzoni come parti del testo e la lettura dell’ultimo libro della Ernaux, Mémoire de fille (di prossima pubblicazione da L’orma editore, sempre nella bella traduzione di Lorenzo Flabbi) che ha una canzone di Dalida come fil rouge è stata un’ulteriore forma di dialogo tra noi e lei. “La canzone è espansione nel passato, la foto finitezza. La canzone è il sentimento felice del tempo, la foto il suo tragico. Ho spesso pensato che si potrebbe raccontare tutta la propria vita soltanto con delle canzoni e delle foto” ha detto in una intervista la scrittrice e chi conosce i suoi testi sa quanto le fotografie (sulle quali abbiamo lavorato anche noi anche se l’unica traccia che rimane nello spettacolo è quella di una foto di Jack London) siano un elemento fondamentale. Con le canzoni abbiamo cercato proprio questa ‘espansione’, questa dilatazione del tempo, quel momento che Borges ha raccontato così bene nella storia del condannato a morte ne Il miracolo segreto, in cui una lacrima ci mette una vita a scendere. 

 

Elizabeth Carecchio.

 

Il cielo non è un fondale parte da un sogno, un sogno di Antonio che sul palco si apre a tutti e quattro, un sogno in cui Antonio stranito e con l’alopecia vede Daria buttata per strada, una barbona tra i suoi sacchetti. Parliamo di questa paura di ‘cadere’, di quanto ci sentiamo o meno responsabili dei problemi degli altri e di quanto in loro vediamo la nostra paura di cadere, ricordiamo momenti in cui la nostra vita ha subito interruzioni, o stasi che sembravano insuperabili. Proviamo ad accorciare la distanza tra noi – i privilegiati – e chi di privilegi non ne ha, cercando di ricordarci che i privilegi finiscono in un attimo. Raccontiamo il contagio che il sogno di Antonio provoca in Daria, quanto tra realtà e irrealtà ci sia poca distanza, scivoliamo dall’altra parte della barricata senza mai dimenticarci chi siamo. Francesco cade, ma lo sa, lui quel dolore, quella fatica non la conosce, la può solo descrivere attraverso l’incontro con Alom, un venditore di rose per strada. Questo scivolare indietro, in dentro che avvicina Daria alla donna incontrata nel giardino, che in una catena di associazioni libere la riporta alla propria povertà, alla propria precarietà. “Adesso ho un lavoro e sono rispettata. Ho anch’io un mio leggero confine. Qualcosa che mi permette di stare al mondo, perché tanto al mondo non si può fuggire…” diciamo attraverso una poesia di Beppe Salvia. Senza trama e senza finale. Chiudiamo con una canzone di Giovanni Truppi che in parte ha già cantato Monica: “ma qui si tratta solo di ingannare il tempo, / tanto alla fine si va a finire sempre / che la domenica la gente litiga”. Che ne è stato di Annie Ernaux? 

 

Giorgio Termini.

 

Debutto a Losanna, dove ci hanno costruito il più bel termosifone del mondo (quella del termosifone è un’altra storia). Poi per il RomaEuropa Festival al teatro India, poi a Parigi, all’Odéon, Ateliers Berthier. Annie non è venuta, in attesa di una operazione, non si sentiva bene. Dieci repliche, poi finalmente a casa per le feste. 31 dicembre, cinque del pomeriggio. Una mail: “Cari Daria e Antonio, sono stata dispiaciuta e triste di non aver potuto vedere il vostro lavoro. Spero che il 2017 ci permetterà di incontrarci in Francia (…) Con amicizia. Annie”.

 

Il cielo non è un fondale dopo Prato si può vedere al teatro Massimo di Cagliari dal 23 al 27 febbraio, al teatro Foce di Lugano il 24 e 25 marzo, al théâtre Garonne di Toulouse dal 26 al 29 aprile, al teatro delle Passioni di Modena dal 31 ottobre al 5 novembre, all’Arena del Sole di Bologna dal 21 al 26 novembre (annullate in questo spazio le date inizialmente previste in maggio).

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