Ontologia della scatola

Nella farraginosa evoluzione di una philosophia perennis che si affanna a inseguire le seduzioni tecnologiche di una rivoluzione che dematerializza la memoria nella illusione platonica che siano le idee a donarci l’immortalità, le cose sopravvivono silenziose, pesanti, impolverate, ingombranti. Le loro migrazioni dagli scaffali dove si offrono alla voluttà dei loro futuri possessori al degrado di cantine e solai, per non parlare di discariche e di inceneritori, sono la memoria fisica di storie forse mai raccontate, ma non per questo meno reali. Pur nella sua vuotezza – se non fosse vuota non sarebbe una scatola, un contenitore – la scatola è una cosa che esprime la sua funzione in maniera inequivocabile, che non lascia ambiguità. Anche se il suo nome, in italiano, è metatesi del latino medievale castula, di origine germanica dove skata indica tesoro, perché skatts è in gotico l’oro.

 

Tra box e boîte, ma anche Box in tedesco, non c’è molta differenza perché la loro origine nel lontano medioevo associa queste parole al latino buxus: le scatole erano di legno. Chissà perché le scatole italiane avevano un’origine dorata e quelle mitteleuropee solamente legnosa? A questo punto sarebbe oltremodo pericoloso, linguisticamente parlando, andare a scavare in oriente dove le scatole si facevano di papier maché opportunamente laccate, e dove l’ideogramma cinese 盒 (Hé) chiaramente rappresenta un contenitore con il relativo coperchio. Se nella lingua latina troneggia, l’arca ecco che subito vengono alla mente le bibliche arche: quella dell’Alleanza (in ebraico ארון הברית, ʾĀrôn habbərît) e quella di Noé (in ebraico תיבת נח‎, Tevat Noaḥ). Entrambe di legno, hanno custodito, seppure in modi differenti, la nostra salvezza e la nostra memoria. Neppure nel mondo dell’Antico Egitto mancavano le scatole: da quelle più piccole per contenere gioielli o pedine da gioco, sino ai sarcofagi, e il vortice della storia ci trascinerebbe con un salto temporale nelle dimensioni dello spirito con le teche eucaristiche e i portareliquie. La pisside, il contenitore delle ostie, si chiama così perché originariamente era una scatola di legno di bosso, pixis in greco. Cose da glottologi e da antropologi.

Nella tassonomia delle cose la scatola quasi è assente perché delle cose è solo l’involucro, il contenitore, il carapace. Nell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert alla voce Boîte si legge:

 

BOITE, s. f. se dit en général de tout assemblage de bois, de cuivre, de fer, ou de quelqu'autre matière que ce soit, destiné, soit à contenir, soit à revêtir, soit à diriger, soit à affermir d'autres pièces. Il faut bien observer que toute boîte fait l'une de ces fonctions; mais qu'il y a un grand nombre d'outils, d'instruments ou d'assemblages qui ont quelqu'une ou plusieurs de ces propriétés communes avec la boîte, & auxquels on ne donne pas le même nom. 

 

E poiché «le nombre des assemblages auxquels on donne le nom de boîte est infini», aggiunge Diderot che firma la voce, se ne descriveranno solamente le principali, dalle Boîte à foret, Boîtes de réjoüissance, Boîte à pierrier, utilizzate in artiglieria, alle Boîtes à soudure, della bigiotteria, alla Boîte à lisser della tecnologia della carta, Boîte, in chirurgia è lo strumento che blocca una gamba in caso di una frattura scomposta; Boîte è uno strumento del fabbricante di spilli; Boîte, presso gli idraulici è allargamento del condotto che permette di filtrare il fluido; Boîte de montre è la carcassa dell’orologio e Boîte nelle arti della stampa è una parte del torchio, e così via praticamente per tutti i mestieri.

 


Le scatole a stento diventano protagoniste della cultura perché è il loro contenuto, sacro o profano che sia a interessare, ma… C’è un ma come quando nel famoso ritratto di Alessandro Manzoni del pittore Francesco Hayez, lo sguardo dell’osservatore si sposta subito dal volto dello scrittore alla sua mano sinistra che trattiene una tabacchiera. Proprio nel saggio di Salvatore S. Nigro intitolato La tabacchiera di don Lisander (Einaudi, 1996) nell’introduzione si legge che il Manzoni “tirava tabacco in polvere da una tabacchiera in legno di fico, a scatola tonda e sempre di un nero lucido. Il modello era antiquato. Ormai si usavano le tabacchiere a cerniera. Ma Manzoni era fedele agli oggetti delle sue abitudini. […] «L'unico ritratto spirituale (grazie al modello) di questo artista grossolanissimo», ha osservato Ceronetti; che nella tabacchiera ha riconosciuto un elemento d'astrazione.”

 

La scatola del tabacco, la cui presenza nel dipinto pare sia dovuta a un espresso desiderio di donna Teresa Stampa, diventa così un emblema destinato a ritornare all’interno del capolavoro dello scrittore, quando nel capitolo XXXVI padre Cristoforo “levò dalla sporta una scatola” quadro così ben rappresentato nella classica illustrazione di Francesco Gonin. La tabacchiera, the snuff-box, era già stata protagonista nel Sentimental Journey dello Sterne ed era stata ripresa non senza ironia dal Foscolo nel Ragguaglio d’un’adunanza de’ Pitagorici. Conclude Nigro che “la tabacchiera è un luogo mentale, sede della memoria letteraria attiva nella scrittura del romanzo. Un richiamo, anche; per lettori disposti a brividare di agnizioni nel labirinto dialogico dei Promessi sposi.”

Poiché le arti pittoriche forse meglio di altre narrazioni più direttamente giungono al proprio pubblico, proprio i dipinti completano questa prima indagine ‘filosofica’ intorno alla scatola, il cui archetipo possiamo individuare nel vaso di Pandora che già nelle rappresentazioni vascolari greche è una scatola, un’urna. 

 

Tema che diventerà centrale nella pittura preraffaellita della seconda metà dell’Ottocento.

L’ontologia della scatola segue le mutazioni di questo oggetto che si trasforma dalle scatole cinesi alle matrioske, dal Jack-in-the-Box, la scatola a sorpresa, alla Boite-à-musique. Ma la scatola si trasforma da custodia dello strumento scientifico a custode dei ricordi nel ‘Memento Hominem” dove in essa sono racchiusi i ricordi del suo possessore. Le Black Box degli aeromobili, che in realtà non sono nere ma arancione fluorescente, alle capsule del tempo, il gioco degli specchi semantici si moltiplica perdendosi spesso la funzione primigenia di queste ‘cose’. Leonora Carrington in Giù in fondo (Adelphi, 1979, p.58.) ricorda che “una scatola di cipria marca “Tabù”, con il coperchio metà grigio metà nero, significava eclissi, complesso, vanità, tabù, amore.”

 

Ma la provocazione, e di conseguenza il balzo nel mondo delle idee arriva come sempre con gli artisti: Campbell’s Tomato Soup e Brillo di Andy Warhol e Merda d’artista (in scatola) di Piero Manzoni sono ormai icone della modernità ma forse miglior sillogismo si ritrova attorno alla scatola delle pagliette in acciaio preinsaponate “Brillo”. La loro scatola è disegnata da J. Harvey, un espressionista astratto prestato al mondo della pubblicità e forse più famoso per avere disegnato i pacchetti delle sigarette Marlboro e Philip Morris. Nell’aprile del 1964 Andy Warhol si farà fotografare nella Stable Gallery di New York circondato da alcune sculture realizzate con scatole Brillo. Ma ancora un salto in avanti: Mike Bidlo diventa famoso nel 1984 per la sua opera Not Andy Warhol Boxes con cui inaugura la nuova corrente dell’appropriazionismo in una mostra intitolata “NOT Andy Warhol's Factory”, dove le opere dell’artista newyorkese sono intenzionalmente replicate e riproposte al grande pubblico.

 

Oggi la scatola, sia essa box, can, packaging, è cosa che ci accompagna, ci ossessiona, ci seduce, ci preoccupa, ci induce a pensare al nostro passato e al nostro futuro. La scatola nella sua essenza sperimenta la totalità dell’essere perché lo circonda e lo contiene, lo nasconde o lo manifesta. 

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