Opposizione e politicofobia

“Governare assieme a un partito che trovo obbrobrioso, oppure stare all’opposizione?” Questo dilemma assilla i partiti dopo le elezioni del 4 marzo. Ma prima di tutto occorre capire che cosa implichi, oggi in Italia, governare e stare all’opposizione.

Dal 1994, da quando si è votato con un sistema maggioritario, a ogni elezione ha vinto l’opposizione. Nel 1994 vinse la destra (non uso i termini ipocriti centrodestra e centrosinistra: dirò destra e sinistra), nel 1996 vinse la sinistra, nel 2001 rivinse la destra, nel 2006 rivinse la sinistra, nel 2008 rivinse la destra. Nel 2013 la sinistra ebbe una vittoria mutilata. Nel 2018 sono stati proclamati vincitori i due partiti più all’opposizione: il M5S che incarna un’opposizione radicale, e la Lega che era all’opposizione da sette anni, riformata da Salvini in modo da toglierle i connotati di un partito che aveva governato per otto anni con Berlusconi. È insomma un’alternanza perfetta, come a lungo vagheggiato da chi era disgustato dalla prima Repubblica, nella quale dal 1948 fino al 1992 ha vinto sempre un solo partito: la Democrazia Cristiana. E dove un partito perdeva sempre: il Partito Comunista. Se questo ritmo di alternanza rigida sopravvivrà al passaggio al proporzionale, dobbiamo trarne indicazioni precise.

La prima è che decidere di governare, in Italia, significa abbonarsi alla sconfitta nella successiva elezione. Semplice. Credo che grazie a questo ragionamento Renzi abbia optato per una scelta drastica di opposizione di fronte a un governo possibile di Lega e M5S: è prenotare la vittoria del PD al prossimo turno elettorale. Sempre che la legge cosmica dell’alternanza regga. 

 

La seconda indicazione, molto più profonda, è che l’alternanza perfetta è una spia della crisi della democrazia. Si dice che una democrazia è matura – paradossalmente – quando vota poca gente. Quando in Italia si andava a votare in percentuali bulgare, l’Italia non veniva considerata ancora democraticamente matura… Ovvero, una democrazia è solida quando una parte rilevante dell’elettorato non crede più nella democrazia! In effetti, se una parte consistente degli italiani vota sempre contro il governo, cioè è scontenta di qualsiasi governo indipendentemente da quello che ha fatto, questo significa che prima o poi smetterà di votare. Ovvero, si dirà, come del resto tantissimi già dicono, e non solo in Italia: “I politici sono tutti eguali. Non cambiano nulla. Sono tutti dei magna-magna.” Il successo di questo epiteto, magna-magna, si presta a osservazioni psicoanalitiche che avanzerò alla fine. Ma se tutti i politici, che noi cittadini abbiamo scelto col nostro voto, deludono, questo apre le porte al fascismo: se il popolo sceglie sempre e solo dei magna-magna, allora meglio avere un super-politico che scelga per il popolo, un duce, un Führer, un caudillo… L’alternanza perfetta è l’anticamera di un processo che può portare agli Orbán, ai Putin o agli Erdogan, che della democrazia conservano solo la facciata. È quello che dico ai miei amici che si vantano di non votare: astenersi dal voto è dare spazio al fascismo. Non votando, si lascia decidere ai propri concittadini – è il primo passo di una delega che può portare molto lontano. Questa delega della scelta politica ai concittadini è il vestibolo di un regime in cui Loro – per evocare il film di Sorrentino – decideranno per noi.

 

Ma perché una vasta parte della popolazione è puntualmente scontenta di chi governa e segue entusiasticamente l’ultimo demagogo sulla piazza che promette di fare piazza pulita? Le ragioni sono complesse e non posso sviscerarle qui. Già Platone, Aristofane e Tucidide se ne erano occupati, confrontati alla democrazia ateniese, e con una perspicacia in gran parte ineguagliata dai pensatori di oggi. Mi basterà però dire che, contrariamente a quel che si è ripetuto fino alla noia in due mesi di commenti ai risultati elettorali italiani, i partiti al governo non perdono perché commetterebbero errori. Cosa vuol dire che Renzi, ad esempio, ha perso le elezioni per gli errori commessi? Che cosa è un errore in politica?

 

 

Nel 1945 Churchill, subito dopo aver vinto la seconda guerra mondiale, perse malamente le elezioni, perdendo quasi il 12% dei voti. Fu battuto dal labourista Attlee. Churchill perse allora rovinosamente perché aveva commesso errori? Certo non nella conduzione della guerra, dato che era riuscito a guidare il popolo britannico in un’eroica resistenza e poi in una sfavillante vittoria. La verità è che i britannici volevano voltare pagina; sentirono d’un tratto, dopo i sacrifici della guerra, il bisogno di una politica più sociale. Il vento era cambiato, ed è difficile, anche per il miglior politico, andare contro il vento, che in certi casi diventa uragano. Anche se tutti i venti, anche quelli più impetuosi, prima o poi si placano, o cambiano direzione. Accadde qualcosa di simile quando nel 1992 Clinton batté Bush Sr. alle presidenziali americane, anche se Bush aveva vinto la guerra del Golfo senza errori e sbavature. Ma Clinton mostrò subito di avere un’intelligenza e un fascino straordinari, a cui il vecchio Bush non poteva tener testa, anche senza commettere alcun errore. 

 

Quanto all’Italia di oggi, era chiaro dal 2016 che il vento andava contro Renzi, perché, a torto o a ragione, la gente identificava ormai il PD con il Potere, così come in passato avevano identificato il Potere con la DC e poi con Berlusconi. La politica è in gran parte irrazionale, funziona più con la pancia che con il cervello. E non ne faccio una questione di livello culturale di chi vota. Anche gli intellettuali hanno una pancia, e spesso ce l’hanno molto ulcerosa.

 

Un vento portò nel 1922 al trionfo elettorale di Mussolini, e poi nel 1933 a quello di Hitler in Germania; negli anni 60, un vento portò alle grandi riforme dei diritti civili negli Stati Uniti (fine della discriminazione di razza, eguaglianza di genere), un altro portò al successo del neo-liberismo reaganiano e thatcheriano negli anni 80… Come si vede, alcuni venti possono essere considerati molto lodevoli, altri invece catastrofici, ma hanno in comune di essere venti poco resistibili. Oggi spira per l’Europa una raffica sfavorevole alla sinistra, a qualsiasi sinistra, radicale o moderata, ed è difficile per un partito di sinistra uscirne indenne – a meno di non fare gli opportunisti, di cavalcare la tigre o vento che sia, farsi portavoce delle domande popolari più becere e malsane. Ci sono certamente politici che cambiano non solo casacca, ma anche visione del mondo, pur di inseguire il consenso. Ne conosciamo tanti di questo tipo: non sono pastori che guidano il gregge umano (come voleva una metafora secolare del buon governo), ma lupi che seguono il branco, in modo da trarre i maggiori vantaggi personali dalle passioni momentanee del branco furibondo. Nelle ultime elezioni italiane, sono emerse queste esigenze popolari come predominanti: (a) rigetto dell’Europa e tentazione di separatismo sovranista, (b) rigetto degli immigrati e chiusura delle frontiere, (c) un generale abbassamento delle tasse soprattutto a chi è ricco, (d) un’assistenza di stato a chi ha problemi economici. Può un partito di sinistra, o che si proclama tale, far proprie queste esigenze “dal basso” giusto per vincere le elezioni? No, anche se questo significasse ridursi al 10% dell’elettorato. Un partito serio è fatto non solo per vincere, ma per tener fermi certi principi, anche se fuori moda.

 

Non mi pare che i tanti commenti di esperti e persone comuni alla sconfitta della sinistra il 4 marzo offrano nell’insieme linee di superamento della crisi, anzi, ripetono proprio quei clichés che hanno portato alla sconfitta della sinistra. Per esempio, si ripete continuamente che il PD avrebbe dovuto fare come il M5S, andare nelle periferie, tra chi non riesce a emergere dalla gig economy, tra i più marginali. Forse, è vero, occorreva andare di più tra questa gente, ma per dir loro che cosa? Non basta ascoltare le lamentele scuotendo il capo in modo affermativo. Se sei al governo e vai tra le folle, rischi di essere fischiato, non di ascoltare rivendicazioni. Il M5S è andato tra i marginali perché aveva una proposta demagogica, non realizzabile in Italia, come il reddito di cittadinanza (la Finlandia, che ha un PIL pro capite del 30% superiore al nostro, ha introdotto una forma di reddito di cittadinanza, ma ha dovuto eliminarlo dopo un anno). I leader di sinistra dovevano andare nelle periferie per fare anch’essi questa promessa fasulla? Certo che i PD hanno impostato la campagna elettorale non su promesse ma cercando di difendere quello che avevano fatto. Ma non basta mai rivendicare le cose buone fatte per acquietare il malcontento. Basti guardare alla Germania. È parere condiviso dagli esperti che la coalizione CDU-SDP, Merkel più socialdemocratici, abbia governato bene la Germania fino al 2017, facendone il paese leader dell’Europa e assicurandole uno sviluppo economico solido. Eppure i due partiti della coalizione hanno perso insieme alle elezioni del 2017 circa il 14% dei voti. Un disastro. Molto più di quanto non abbia perso il PD tra 2013 e 2018 (circa il 7%). Questo perché Merkel e Schultz hanno commesso errori? No, semplicemente perché i tedeschi, anche se un po’ meno degli italiani, sono scontenti di chi governa, chiunque esso sia.

 

Quel che acceca molti intellettuali sulla politica è che non vogliono riconoscere la sua irrazionalità. Ad esempio, il rigetto popolare dei politici in quanto tali, ma soprattutto dei politici che governano. Certamente molti politici sono corrotti e inetti, ma il rumor ubiquo fa di ogni erba un fascio. La psichiatria e la psicoanalisi possono esserci di aiuto per capire questa politicofobia che sta portando al tramonto della democrazia. Credo che il Leitmotiv “politici tutti magna-magna” sia una forma di ipocondria sociale.

L’ipocondriaco, in senso lato, è una delle figure più diffuse nel panorama umano moderno. È qualcuno che certamente vive disturbi in senso stretto, ma non li correla a un disagio soggettivo: ne fa una questione medica. È convinto che il proprio corpo è malato, anche se una valanga di analisi mediche non mostra alcuna lesione organica. L’ipocondriaco attribuisce insomma al suo corpo una qualità persecutoria: lo fa soffrire perché questo corpo è malato. Con la psicoterapia si scopre, poco a poco, che questo corpo dolorante esprime un soggetto sofferente. È come se uno soffrisse di sudori freddi, ma senza sentire di avere paura; come se uno arrossisse continuamente, ma senza provare vergogna; o come se una donna ‘soffrisse’ di secrezioni vaginali, senza provare alcuna eccitazione sessuale… Il corpo è scisso dalla soggettività: è un altro che mi fa soffrire. Ma perché mi fa soffrire? Direi perché il mio corpo gode per conto suo, ma a mie spese. Come nell’esempio delle secrezioni vaginali (senza alcuna causa fisica precisa): il corpo di questa donna gode, ma a scapito della donna stessa. 

 

Seguo un giovane che per mesi ha sofferto di attacchi di tachicardia, in realtà attacchi di panico, senza che i vari test abbiano dimostrato la minima disfunzione cardiaca. Poco a poco, rivangando la sua infanzia, abbiamo scoperto che in qualche modo egli riproduce così gli effetti fisici del rapporto sessuale, che comporta sempre un’accelerazione cardiaca. Ma di questo rapporto sessuale egli non gode, anzi è preso da sconfinata angoscia: è l’altro a godere, a sue spese.

 

Ora, la cosiddetta classe – o casta – politica è un po’ come il corpo del campo sociale. La politica mi esprime, mi rappresenta, come il mio corpo mi esprime e mi rappresenta, ma a molti essa appare scissa da me, altra da me. Il politico mi deruba, mangia i miei soldi, perché gode; vive in una sorta di favoloso bunga bunga. Come per il corpo dell’ipocondriaco, il corpo politico non mi fa godere, perché mi esclude dai suoi piaceri. Del resto la metafora del magna-magna indica il fatto che il godimento dell’altro contro di me ha una qualità orale elementare: l’Altro è come un bambino vorace che succhia il mio latte, e mi dissecca. 

 

Certo la democrazia delude, prima o poi, perché essa si basa su una promessa che non può essere mantenuta. L’utopia democratica afferma che la volontà popolare è quasi onnisciente: basta far esprimere il popolo, e si troverà la soluzione giusta. Ma sappiamo che non è così. Il popolo può scegliere liberamente Mussolini, Hitler, Putin… La gente si rende conto che la Grande Promessa – se il popolo sceglie, sceglie per il meglio – non si realizza. Persistono rabbia e disagio. Di chi è la colpa allora? Ma dei politici, ovviamente! L’errore non è nella scelta che fa il popolo, ma nel tradimento di quelli che il popolo ha scelto, che pensano a godere per se stessi, che mi succhiano il sangue. E così, sullo sfondo, si profila il capo buono, il Duce.

 

Approfitto dell’occasione per dire come vedo la funzione dell’Opposizione paradigmatica, il M5S. Pare che il 50% dei suoi elettori si dicano di sinistra, e solo il 20% di destra. Questo dà argomenti a quelli della sinistra che vorrebbero un accordo governativo con il M5S. Ma quando si chiede agli elettori M5S con chi preferirebbero fare un’alleanza di governo, la Lega è di gran lunga preferita al PD. Come mettere assieme questi due dati che sembrano contraddittori? Perché credo che la funzione diciamo storica del grillismo sia e sarà quella di traghettare una parte della sinistra verso destra. La demagogia del M5S, agitando temi in apparenza di sinistra come il reddito di cittadinanza, porta l’opinione un tempo di sinistra verso il nazionalismo sovranista e xenofobo dell’estrema destra. Potrebbe generalizzarsi all’Italia quel che è accaduto nelle ultime elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia. Qui, nelle elezioni politiche di due mesi prima il M5S aveva ottenuto il 24,56%, due mesi dopo crolla all’11,67%. Ovvero, gran parte dei voti che alle politiche erano trasmigrati dalla sinistra ai pentastellati non sono tornati a sinistra, ma sono scivolati direttamente verso la Lega. Forse il Friuli-Venezia Giulia ha concentrato in un tempo fulmineo un processo che, più lentamente, potrebbe prodursi in tutta Italia. Se questa funzione del grillismo come stazione di passaggio nel viaggio verso Destra venisse confermata, questo si situerebbe in quello che considero il fatto politico più importante degli ultimi anni in Occidente: la progressiva radicalizzazione reazionaria, a destra, di tutti gli strati che in qualche modo si sentono sfavoriti, “perdenti”.

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