Perché le storie ci aiutano a vivere

Può sembrare un’iperbole editoriale, di quelle che da qualche tempo vanno di moda in Italia, ma il titolo del nuovo densissimo libro di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere (Raffaello Cortina, 33€), indica perfettamente il risultato a cui perviene la sua ricerca: narrare non è un’attività con finalità eminentemente estetiche. Prima di essere arte il narrare è una necessità dell’uomo, un suo bisogno originario, una sua prerogativa fondamentale, come per altro indica il sottotitolo del libro: “la letteratura necessaria”.

 

Ma di che necessità si tratta e quale aiuto danno le narrazioni alla vita?

 

Per rispondere a questa domanda l’autore si toglie il gusto di far provare al lettore di antica (e probabilmente antiquata) tempra umanistica, ignaro delle numerose implicanze antropologiche della letteratura, una serie di salutari e stranianti confronti con quella che potremmo chiamare la physis del narrare, la sua radice biologica e la sua funzione evolutiva nella lunga storia della specie umana. Così facendo introduce da subito un concetto che si è fatto recentemente disciplina e su cui poi gravita l’intero impianto argomentativo del suo saggio-trattato, la biopoetica.

 

Ci spiega Cometa che ormai da vari decenni, soprattutto in area anglosassone, una serie di discipline e saperi, come ad esempio le scienze cognitive, le neuroscienze, l’evoluzionismo, abbiano fornito un quadro dettagliato della rete di rapporti che connette la cultura al bios e come in particolare l’abilità di narrare storie sia l’esito di una complessa vicenda evolutiva.

 

Lo story telling, da questa prospettiva, è una delle capacitàf ondamentali acquisite dall’homo sapiens, di cui vale la pena di esplorare l’ontogenesi e la filogenesi per rendersi conto di come dispositivi mentali necessari alla sopravvivenza siano acquisibili attraverso questa competenza. Per esempio la capacità di strutturare in senso temporale vicende passate stabilendo rapporti logico-causali nella successione dei fatti. Un’abilità che concorre a determinare l’identità della persona e la sua capacità di orientarsi nel mondo.

 

A chi pensasse che questa prospettiva della ricerca letteraria sia una forma di indebito riduzionismo scientista Cometa ricorda molto opportunamente come già Aristotele nella Poetica abbia dimostrato il fondamento antropologico della mimesis, che è l’essenza stessa della poesia, “il principio dei principi”. Ma soprattutto in area illuministica, lo sviluppo dell’antropologia moderna ha chiaramente indicato, agli albori della modernità letteraria, come il commercium mentis et corporis  possa essere esplorato nel modo più efficace mediante le narrazioni. Karl Philipp Moritz, il geniale autore di quello che è forse il più bel romanzo di formazione, Anton Reiser (1785-1790), annunciando la pubblicazione imminente di una nuova “Rivista di psicologia sperimentale” da lui diretta si era rivolto ai suoi futuri lettori esortandoli a inviare narrazioni di fatti reali accaduti ad essi o ad altri. E non è un caso che il suo stesso romanzo, che era di fatto la sua autobiografia e che si presentava nel sottotitolo come “Un romanzo psicologico”, sia stato poi anticipato sulla rivista, la cui missione non era letteraria ma piuttosto scientifico-pedagogica.

 

 

Il tentativo avviato da Moritz negli anni Ottanta del Settecento di dare vita a una sperimentazione di carattere psicologico e insieme letterario aveva al suo centro la narrazione come condizione per capire le nostre psicopatologie: romanzo biografico, biografia, autobiografia e resoconto psicologico consentivano la visualizzazione dei processi mentali e delle degenerazioni patologiche offrendo l’opportunità di una presa di coscienza che rendeva possibile la guarigione. Insomma un cognitivista letterario ante litteram a cui anche studi recenti sulla genesi del romanzo moderno devono molto.

L’esito più importante del libro di Cometa è l’aver dimostrato, attraverso una planimetria bibliografica dettagliatissima, quasi un Forschungsbericht delle scienze del narrare, come in realtà la funzione poetica non sia circoscrivibile in una dimensione puramente estetica ma come già da sempre la qualità letteraria, la supposta ‘differenza’ dell’arte rispetto alla realtà di cui pure è imitazione, sia intimamente connessa con la competenza cognitiva e come l’oggetto artistico sia un artefatto in cui si catalizzano competenze multiple, tali da obbligarci a ripensare radicalmente le categorie estetiche su cui si è basato il lessico critico-artistico e critico-letterario a partire dalla fine del Settecento.

 

Da questo punto di vista lo studio di Cometa s’inquadra nella più generale tendenza alla de-estetizzazionedel fatto artistico che ha investito anche gli studi di storia dell’arte. Per citare un importante lavoro recente si pensi al saggio di Horst Bredekamp Immagini che ci guardano. Teoria dell’atto iconico, uscito anch’esso da Raffaello Cortina nel 2015.

 

Pertanto le divisioni manichee (o crociane) tra poesia e non poesia,arte e non arte, appaiono oggi, alla luce delle acquisizioni delle nuove discipline della mente, prive di giustificazione, ammesso che l’abbiano mai avuta.

 

In effetti, ci spiega l’autore di questo ricchissimo libro, le storie ci aiutano a vivere perché nascono dalla vita stessa, ossia dalla vicenda evolutiva dell’homo sapiens, dalla sua complessione psicofisica e la produzione di immaginazione, di storie, di finzioni esprime un bisogno di primaria importanza la cui soddisfazione concorre alla sua sopravvivenza.

 

L’intelligenza di questo sostrato biologico delle narrazioni è quindi una condizione imprescindibile per poterle valutare anche nelle loro prerogative estetiche.

 

D’altra parte si tende a dimenticare che estetica deriva dal greco aisthesis, che indica la capacità sensitiva dell’uomo.Il significato di estetica come filosofia dell’arte è il frutto di un’evoluzione successiva mentre in origine, per esempio nell’Estetica (1750) del filosofo tedesco Baumgarten, si tratta di una facoltà conoscitiva, inferiore rispetto alla conoscenza razionale e logica ma necessaria perché fornisce all’esercizio cognitivo il suo contenuto. Gli aisthetá, le cose sensibili, sono già in Platone e Aristotele fondamentali per il pensiero filosofico, di esse si occupa la scienza che studia l’anima e i modi del sentire.

 

Se andiamo dunque alla radice della disciplina a cui il libro di Cometa ci introduce, la biopoetica, scopriamo che gli aisthetádi cui sono fatte le nostre storie giungono a noi attraverso la forma che l’arte di narrare dà ad esse.  E questo dare forma agli eventi del passato, reali o immaginari che siano, è esattamente quanto fa la letteratura di finzione dai poemi omerici ai romanzi moderni. A questo proposito ritorna assai utile un confronto con le tesi aristoteliche sulla poesia secondo le quali la forma che determina la superiorità della mimesis poetica rispetto ad altre pratiche di conservazione della memoria, per esempio la storiografia, consiste nel mythos, vale a dire nella costruzione della trama, nella successione delle azioni. È questa l’abilità vera del poeta, non l’uso sapiente delle parole e la costruzione dei versi.

 

In un capitolo particolarmente ricco di riferimenti culturali intitolato ‘Antropologia dell’ansia’, Cometa fa i conti con un ulteriore e fondamentale aspetto che caratterizza narrazione, fiction e letteratura, l’effetto di ‘compensazione’. L’antropologia filosofica – un riferimentofondamentale è al filosofo tedesco Odo Marquard– sostiene che la precarietà biologica dell’uomo, le continue minacce alla sua integrità fisica, la sua cronica indigenza hanno generato il bisogno di una compensazione di natura psichica. Cometa riporta la frase di Edward O. Wilson, il fondatore della sociobiologia, che dichiarò: “L’homo sapiens è l’unica specie che soffre di un esilio psicologico”. Dunque, lo stato di perenne bisogno in cui gli uomini, sin dal principio della loro storia evolutiva, si trovano a vivere starebbe all’origine della produttività immaginativa che li porta a costruire mondi possibili per superare l’ansia generata da quello reale.

 

Ora, questa vis immaginativa è anch’essa alla base delle creazione narrativa e contribuisce potentemente a situare lo story telling nell’orizzonte delle scienze della vita.

Nell’ottica in cui Cometa la pone, la biopoetica appare dunque, più che una tra le molte opzioni critiche per conoscere la letteratura, una sorta di kantiana esplorazione delle possibilità stesse di conoscenza del letterario che, sebbene non dia risposte sugli aspetti qualitativi dell’ars poetica, fornisce tuttavia un fondamento imprescindibile per capirne le affascinanti implicanze.

 

Questo articolo è già uscito su “Alias” di “Il Manifesto”, che ringraziamo.

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