Politically correct, o della paura del contagio

La lettura della recensione di Francesca Rigotti al libro di Jonathan Friedman, Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime, uscito in questi giorni per Meltemi, non abbonda purtroppo delle qualità – acume, leggerezza e ironia – da lei invocate nel ricordo di Flavio Baroncelli. Si capisce subito che "le grevi e tormentate" pagine di questo antropologo nordamericano, che vorrebbe "fustigare", la disturbano profondamente e le fanno venire l'orticaria. Come altrimenti interpretare l'utilizzo reiterato – ben undici volte in meno di quattro pagine – della formula "sostiene Friedman", se non come una precauzione profilattica, come il bisogno costante di rimarcare la presa di distanza – "occhio, è a lui a dirlo!" – a fronte delle idee potenzialmente pericolose dell'autore? A meno che non sia invece proprio attraverso questo stesso espediente retorico che la Rigotti voglia mostrare la loro auto-evidente e ridicola inconsistenza. Peccato che cosi facendo si colga chiaramente soltanto il suo imbarazzo, e non si capisca cosa sostenga lei, a parte il prezioso richiamo sulla distinzione ontologica tra i valori della sinistra (l’uguaglianza!) e quelli della destra (la gerarchia!) e la "velenosa" coda.

 

Dati questi presupposti, non ci si può sorprendere per l'assenza in tutta la recensione di un qualche argomento che discuta sul fondo anche una sola delle molte questioni che l'autore espone e argomenta in trecento pagine, per quanto difficili, e al di là del fastidio che possono provocare alle certezze che ognuno di noi ha. Carlo Formenti l'ha fatto, e in modo interessante, su Micromega, sollevando osservazioni e critiche che spero contribuiscano ad aprire un dibattito serio sui temi che il libro tratta, che poi è l'unica ragione che mi ha spinto, a più riprese, a fare il possibile per pubblicarlo in Italia. La Rigotti sceglie invece un'altra strada caricaturando dall'inizio la storia del politicamente corretto (p.c.) come la favoletta del «figlio di padre postmoderno e di madre costruttivista radicale… nato negli Stati Uniti e ben presto trasferitosi in Svezia, proprio nel momento in cui la socialdemocrazia… cominciava a disgregarsi… ». Replicando in questo modo molti dei problemi che il libro si sforza di discutere, a partire da qualcosa che, vorrei ricordarlo, l'autore ha prima vissuto sulla propria pelle, nella "gelida e lontana" Svezia, e solo in seguito ha trasformato in un oggetto di ricerca. 

 

All'inizio di tutto, siamo nel 1997, c'è il crescendo di accuse di razzismo e fascismo rivolte dai media svedesi e da alcuni colleghi all'antropologa Kajsa Ekholm-Friedman, sua moglie, per avere discusso pubblicamente – in un contesto identificato dai media come antimmigrazione – il fallimento delle politiche d’integrazione di un paese che viceversa ha fatto della politica multiculturale una questione centrale. Lo sosteneva dopo anni di ricerca, dentro e fuori le enclave etniche delle periferie svedesi, in cui aveva constatato una diffusa tendenza tra i vari gruppi etnici a chiudersi su se stessi, accentuando situazioni di forte marginalizzazione, sia spaziale che economica. Dire questo, argomentandolo con dati empirici e fattuali, è stato descritto "come un atteggiamento razzista” (p. 55), che per di più rischiava di portare acqua al mulino della destra reazionaria. Parrebbe plausibile e razionale affermare che in una fase di crisi economica in cui, per ragioni diverse, molti perdono il lavoro, l’arrivo di importanti flussi d'immigrazione provochi dei conflitti, rendendo in questo modo più difficile, se non impossibile, affrontare quegli stessi problemi che non si erano riusciti a risolvere in precedenza. Parrebbe, ma di fatto non lo è. Come si è arrivati a questo punto? 

 

Il libro cerca di rispondere a questa domanda a partire da quanto l'autore ha osservato in Svezia (paese in cui vive da oltre quarant'anni), ma sforzandosi allo stesso tempo di fornire una spiegazione più ampia, e sistemica, delle ragioni storico-culturali e ideologiche che negli ultimi decenni hanno permesso a quella forma specifica di comunicazione che è il p.c. di prendere il peso che ha oggi nell'arena politica e nella sfera pubblica. Due sono i fenomeni tra loro interconnessi che Friedman prende in esame nella sua analisi: uno prettamente linguistico, l'altro più generale e connesso ai cambiamenti storici avvenuti all'interno del sistema mondiale, in un’epoca di globalizzazione, perché il p.c. riguarda "prima di tutto una politica semantica, e poi una decostruzione politica" (p. 21). Sul piano del linguaggio, non si tratta soltanto di essere consapevoli delle sue valenze offensive, quanto viceversa di riconoscere come in certe situazioni la componente indessicale della comunicazione tenda sempre più a prendere il sopravvento sul suo contenuto semantico.

 

Quando ciò accade, il rischio di essere classificati immediatamente in un certo modo per aver detto certe cose, come nel caso all'origine del libro, è molto alto. Questa categorizzazione funziona secondo associazioni e/o metonimie fondate sulla contiguità o sulla sovrapposizione semantica, e segue la falsa "logica" di sillogismi come quello citato dall'autore in un capitolo del libro escluso dall'edizione italiana: "Tutti i gatti sono mortali. Socrate è mortale – quindi – Socrate è un gatto". Questo tipo di categorizzazione è ampiamente operativa tanto in contesti altamente politicizzati, dove l’interesse è quello di canalizzare la comunicazione in una determinata direzione (per esempio, banalizzando la portata di un argomento o ignorandone gli aspetti problematici e/o le cause reali), quanto in situazioni di forte controllo sociale (in particolare, là dove lo "sguardo dell'altro" gioca un ruolo importante nella costituzione del Sé). 

 

Il riferimento di Friedman ai Rinoceronti di Ionesco va in questo senso, perché la pièce del drammaturgo rumeno mette in scena proprio "il modo in cui il libero pensiero viene cancellato in una società in cui la paura sociale, e il conseguente conformismo, annullano ogni tentativo di comprendere gli spaventosi cambiamenti in atto" (p. 107). Il p.c. diventa in questo caso un potente strumento di controllo e moralizzazione del mondo sociale, un modo per le nuove élite di eliminare/soffocare le possibili alternative, per quanto immaginarie, e per le vecchie di cercare di mantenere il loro potere. Nelle attuali condizioni storiche, si manifesta nello sforzo di stabilire una nuova ideologia che tiene assieme neoliberalismo, multiculturalismo e globalismo.

 

 

Il fatto che questa ideologia oggi emerga come "progressista" è per Friedman la conseguenza di un altro fenomeno, analizzato in dettaglio nel libro: la significativa inversione che ha interessato, tra gli anni '60 e '90 del secolo scorso, i valori dell'ideologia occidentale. Quelli una volta considerati progressisti – come l'identità nazionale, la sovranità, etc. – vengono ormai identificati come reazionari e incasellati come evidentemente immorali, mentre altri – come l’ibridismo, il cosmopolitismo, etc. – diventano ideali altamente morali, producendo "l’illusione del progressismo" (p. 118), identificato qui con un promettente, quanto inevitabile, futuro. Transnazionale e multiculturale, certo. Il sogno "europeista", nella sua autoevidenza, ne è un esempio, suffragato dalla "rispettabilità" che lo accompagna (e noi italiani dovremmo riconoscerne meglio di altri le implicazioni, dopo alcuni decenni di sottomissione volontaria alla cultura del "vincolo esterno").

 

Questa inversione del quadro ideologico dominante, centrale per la comprensione di cos'è il p.c., prende forma in un contesto storico-economico caratterizzato dal forte indebolimento dello Stato-nazione, e dalle altrettante profonde trasformazioni del sistema globale, col decentramento nell'accumulazione di capitale che implicano. Lo Stato-nazione va qui inteso nel senso di quel modello di solidarietà "degli abitanti di un luogo" (p. 94) rappresentativo, almeno in un certo periodo della sua storia, di uno Stato sociale, di un progetto comune di un insieme di cittadini che cerca di stabilire, o almeno prova a mantenere, un minimo di "controllo sulle proprie condizioni di esistenza" (p. 164). Terribile come pensiero, no? E infatti questa opzione è oggi spesso caratterizzata, in chiave negativa – scegliete voi a cosa aggiungere il suffisso "-ista!".

 

In una fase di declino egemonico come quella che stiamo vivendo, secondo l'autore, la rimessa in discussione dello Stato-nazione, data per inevitabile all'interno della retorica che celebra la globalizzazione, si accompagna a forti tendenze verso la frammentazione (sociale e culturale), e a un rafforzamento della polarizzazione di classe (tra élite e popolo). Le forme in cui il p.c. può manifestarsi sono molto diverse da un paese all'altro, come mostrano gli altri casi trattati nel libro, in particolare gli Stati Uniti e la Francia, paesi dove Friedman ha insegnato a lungo. Per questo ritornare sulla storia della formazione di uno Stato nazionale, come qui si fa a più riprese per il caso svedese, è importante per comprendere la natura di quel tipo specifico di politica culturale che è il p.c., che è invocato da particolari attori in particolari contesti storici. E in Svezia, considerata a lungo un modello di politiche egualitarie, il suo progressivo emergere come ideologia dominante, sulla spinta delle sue élite che si identificano nel cosmopolitismo e nel multiculturalismo (che non è "un parto" del p.c., ma al contrario una strategia politica in cui quest'ultimo ha attecchito con forza trovandovi un humus favorevole), ha indotto una rottura radicale rispetto al passato, producendo negli ultimi decenni una profonda ridefinizione in chiave etnica dei rapporti sociali al interno del paese. Per questo è un caso particolarmente interessante e rivelatore dell'impatto sociale e politico che il p.c. può avere.

 

Che l'interpretazione che il libro propone di questo fenomeno possa risultare per qualcuno provocatoria è normale, ma dati gli argomenti che la sostengono e le domande che solleva, credo dovrebbe spingerci a interrogarci e a discutere, piuttosto che a liquidarla sdegnosamente. A meno di non voler continuare a chiudere gli occhi davanti alle scomode questioni sociali che sottostanno a quelle posizioni, e alle specifiche visioni del mondo che propongono, identificate a priori come belle, buone e giuste, per poi gridare "al lupo!" perché qualcun altro, evidentemente antidemocratico, ad un certo punto ne ha intercettato elettoralmente il malcontento che scatenano. Purtroppo, questa posizione assomiglia terribilmente alla logica messa in luce da Pierre-André Taguieff nei suoi studi degli anni '90 sul fenomeno Fronte Nazionale, e descritta in La République menacée (1996) in questi termini: "se la gente 'vota male', bisogna interdire il popolo!". Vent'anni dopo, possiamo ancora stupirci perché Marine Le Pen ha raggiunto il secondo turno alle ultime elezioni presidenziali francesi?

 

Questi sono solo alcuni degli spunti che Francesca Rigotti non ha colto, o ha chiaramente frainteso, nella sua tormentata lettura del libro di Friedman, che tutto fa tranne che non prendere sul serio la questione del razzismo. Certo, lo fa da antropologo. E l'antropologia tra i suoi molti difetti annovera anche la pessima abitudine di andare a vedere e capire cosa accade là fuori, nel mondo "reale", di confrontarsi con quello che quel mondo e le persone che faticosamente lo abitano esprimono, per quanto immondo a volte tutto questo possa sembrarci. Lo fa consapevole che magari non è proprio il mondo che vorremmo, ma anche convinta del fatto che è l'unico che abbiamo a disposizione, e che ignorarlo o rimuoverlo – invece che interrogarlo, studiarlo, discuterlo – non sia di grande aiuto per cercare di andare avanti. Per questo, talvolta, sa ancora essere una disciplina felicemente impertinente.

 

PS: Da curatore del volume non posso che fare mea culpa nei confronti dell'autore e dei lettori per gli errori e i passaggi non chiari presenti, consapevole dell'irritazione che giustamente potranno provocare. La casa editrice vi sta già rimediando. Allo stesso tempo tengo a ringraziare Meltemi anche per il coraggio mostrato accettando la sfida di pubblicare nel difficile contesto dell'editoria italiana un testo scomodo, provocatorio, e però anche appassionato, come quello scritto da Jonathan Friedman. Era dal 2006 che ci provavo, sempre per lo stesso motivo: per la necessità e l'urgenza di poter discutere apertamente, e seriamente, di quei temi che paiono così "scorretti" a coloro che, si sa, operano solo per il nostro bene.

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