Rancore al potere

In una celebre canzone italiana “rancore” fa rima con “procuratore”. È il genio anarchico del genovese Fabrizio De André che, raccontando le vicende di un giudice di bassa statura, rende conto della logica profonda di questa passione tanto triste quanto, sappiamo, di estrema e attualissima diffusione. Si ricorderà che, in questa storiella di squallida vendetta (il nano diviene giudice e condanna al patibolo malcapitati qualsiasi), il rancore gioca un ruolo basilare, quello dell’acredine covata a lungo, scientemente e silenziosamente: “Fu nelle notti insonni vegliate al lume del rancore / che preparai gli esami, diventai procuratore”. Niente di più politically incorrect, ma di schiettamente verosimile.

 

Il fatto è che il rancore, forse più ancora che il suo parasinonimo risentimento, è sentimento di estrema complessità: prende il corpo e insieme la mente, allunga il tempo, producendo una sorta di suspense che travalica, col suo specifico oggetto di fredda vendetta, la storia in cui tale sentimento si trova inserito. Resta spesso un rancore puro, senza oggetto, o meglio con un oggetto vago, indeterminato: più che pretendere ragione e riscatto, esso finisce per dar luogo a uno sfogo – fisico e psicologico al contempo – irrimediabilmente fine a se stesso. Una pletora di pensatori ha riflettuto su questa complessa logica affettiva e sulle sue conseguenze politiche oltre che culturali: da Nietzsche a Simmel a Girard etc. Anche doppiozero ne ha parlato più volte e approfonditamente, rilevandone l’importanza strategica per cercar di comprendere al meglio la società e la cultura del nostro tempo (leggi l'articolo qui, qui e qui). 

 

Una via per tornare sulla questione, ripensandola da un altro punto di vista, potrebbe essere quella di dare un’occhiata al dizionario, ossia al modo in cui, nel gioco di denominazioni e definizioni, ciascuno di noi pensa alla cosa usandone il nome. La semantica dei termini non perdona.

Apriamo il famigerato Devoto-Oli. “Rancore = risentimento, avversione profonda, tenacemente covata nell’animo in seguito a un’offesa o a un torto ricevuto”, descrizione pressoché identica a quella che si trova su Google, salvo informarci, quest’ultimo, che Rancore è anche lo pseudonimo di un noto rapper italiano. Alla voce “risentimento” troviamo invece: “atteggiamento di avversione o animosità per un’offesa o un affronto ricevuto”. Sfogliando altri dizionari, di carta oppure on line, le cose non cambiano di molto. Così per esempio il Treccani in rete su “rancore”: “sentimento di odio, sdegno, risentimento profondo, non manifestato apertamente, ma tenuto nascosto e quasi covato nell’animo”, o il De Felice-Duro cartaceo sullo stesso termine: “odio o risentimento profondo, nutrito e represso dentro di sé”; o, ancora, il Dizionario italiano Olivetti su “risentimento”: “sdegno provocato da un’ingiuria o da un’offesa che si desidera vendicare”.

 

 

Se dunque il risentimento è un’animosità, una passione che conduce a un preciso atteggiamento, e cioè a una forma di azione vendicativa nei confronti di chi si crede ci abbia fatto un torto, il rancore è diverso: il rancoroso non passa quasi mai all’atto, e vive un sentimento profondo, covato nel profondo dell’animo, a lungo ma, soprattutto, segretamente, in assoluta solitudine, senza un finale narrativo. Una lenta, disperata macerazione interiore. Salvo poi scoppiare al momento più inopportuno. Esattamente come fa il procuratore di De André e, in parte, quello del suo ispiratore Edgar Lee Masters. “Be’ non vi par naturale / che gliel’abbia fatta pagare?”, domanda il giudice Selah Lively di Spoon River dopo aver mandato a morte un bel po’ di innocenti. Dove il termine chiave, brutalmente rovesciato di significato, è senz’altro “naturale”: non c’è nulla di naturale nel rancore, meno che mai nei suoi esiti imprevedibili, tanto casuali quanto spietati. Tutto costruito psicologicamente, socialmente, antropologicamente.

La questione ci interessa, qui e ora, nella misura in cui permette di leggere criticamente la nostra – italiana e non solo – attualità politica: dove, come si sa, il rancore è andato al potere. Dopo anni di proteste, lamentazioni, malcontenti, rimostranze, ire – e relativi insulti pecorecci (il “vaffaday” fu un programma politico) –, tutti emanati a partire da una netta e rivendicata opposizione nei confronti di governanti e amministratori, ecco che adesso i cosiddetti grillini (ma Grillo dov’è? che fa?) sono al governo.

 

E con loro quella Lega che il potere già ben conosceva, se pure temperato dagli alleati destrorsi d’un tempo. Il connubio Cinque Stelle/Lega (o se si preferisce Di Maio/Salvini) sta progressivamente cambiando, è stato notato, sia gli uni sia gli altri, dando luogo a una strana forma di manifestazione – e di azione/passione – che si fa fatica a chiamare politica, pur essendolo decisamente. Non foss’altro perché, appunto, al governo. Al potere. Un potere raggiunto grazie a una valanga di voti di persone, a loro volta, fortemente rancorose nei confronti del mondo, e di chi – per frettolosa definizione – lo ha voluto così: e cioè la classe politica nel suo complesso. Il pasoliniano Palazzo.

Ma che cosa fa il sedicente Nuovo Palazzo quando, cambiando veste, si riempie di rancore? Come e dove si dirige il rancoroso desiderio di rivincita? È evidente: se la prende con chi non c’entra nulla, proprio nulla, ma che però, per spostamento figurativo, si presta bene ad assumere il ruolo del colpevole da far fuori: l’uomo nero, l’immigrato pronto a contaminare la genuinità della razza, a mescolarsi a noi duri e puri che abbiamo passato notti insonni al lume del rancore. Più soffriranno costoro, più il nostro rancore troverà una sua giustizia: nana, piccolissima, ignobile, ma istituzionalizzata. Il nano non può vendicarsi, il giudice lo fa per lui. Niente di più “naturale”: chi potrebbe impedirglielo? 

 

Si dirà che la storia è piena di casi così, di matti con lo scettro che non vedono l’ora di prendersela col malcapitato di turno, provocando casini infernali. E indubbiamente è vero. Ma qui sembra esserci qualcosa di diverso: è come se il potere fosse giustificato dal rancore e, viceversa, il rancore dal potere. Il tutto alla luce del sole, senza infingimenti, senza bisogno di ulteriori legittimazioni. Basta dire che si tratta di populismo? Al di là dell’ambiguità del termine (e del concetto), probabilmente no. Non è sufficiente dire che, in nome di un’astratta idea di popolo, si fa il bello e il cattivo tempo. Quel che sembra in gioco, in questo caso, è proprio l’esito passionale di una macerazione collettiva: lenta, lunga e profonda. Un esito che il potere giustifica e rilancia, amplificandolo se del caso, modificandolo se altro.

Non si spiegherebbero altrimenti i fatti di Genova, con quell’alternanza impressionante fra applausi e fischi. Da una parte l’attribuzione di colpa e il conseguente desiderio di vendetta che, a lungo covato, porta a colpire il primo che passa. E cioè il povero Martina. È il fischio implacabile, come allo stadio. Dall’altra, un po’ come i Minions alla ricerca disperata di un capo (cattivo anche, purché ce ne sia uno), gli applausi a Salvini e i selfie di rito durante i funerali. Sembra una storia già scritta, e probabilmente lo è. Ed è proprio quella dei Minions: nanetti cattivissimi ma tanto, tanto carini. Chi potrebbe mai prendersela con loro? Loro sono al potere: felicemente irresponsabili.

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