S-Word: il senso di una tesi

(esatto, proprio quella sul SUCA)

Il grande Umberto Eco ci aveva preso, non c’è niente da fare. E più di una volta. Quella da cui vorrei cominciare è la definizione di apocalittici e integrati (Eco, 1964), che al caso della S-Word, scoppiato in queste ore, si adatta alla perfezione.

Ecco brevemente i fatti, se li conoscete potete saltare al prossimo capoverso. Tutto è facilmente ricostruibile con una breve surfata sul web. La storia comincia con la tesi di laurea in Scienze della Comunicazione di Alessandra Agola dal titolo “S-Word. Segni urbani e writing”, discussa all’Università di Palermo e di cui sono relatore. Tesi che ha come oggetto le scritture urbane e in particolare la parola SUCA, che con una frequenza disarmante si ritrova su muri di Palermo e di molte altre città. Su questo lavoro scrive per primo Gianfranco Marrone, peraltro correlatore della tesi, su I love Sicilia, un magazine piuttosto diffuso sull’isola e non solo. Da qui un articolo di Lucio Luca dello scorso 6 dicembre sull’edizione locale de la Repubblica, che scatena il putiferio: servizi in video e voce da parte delle emittenti locali, ma anche di REP TV il cui post, mentre scrivo, a circa di 15 ore dalla messa on line, ha ricevuto circa 3,4 mila condivisioni. Quelle dell’articolo di Luca non si contano più. C’è stato un momento in cui Alessandra era testa a testa con gli U2, che per una tesi di laurea triennale non mi pare male. Potete immaginare (e leggere) le reazioni.

 

da instagram @suca.forte

 

Ma torniamo ad apocalittici e integrati. È passato più di mezzo secolo da quando sono state coniate queste due parole a proposito dei sistemi di comunicazione di massa, e la profezia che contenevano sembra avverarsi ogni giorno di più. L’idea è che davanti a una novità, una di quelle proposte dal sistema dei media – Eco non poteva immaginare internet naturalmente – la gente, quella con la g minuscola, ovvero appunto la massa, polarizzi le proprie cosiddette opinioni su due posizioni opposte. Da un lato ci sono gli apocalittici, quelli che la vedono nera, che rigettano la novità, che criticano, solitamente evocando nostalgicamente i lustri di un passato perduto. Dall’altro gli integrati, quelli che ci stanno, che assumono il cambiamento, addirittura divertendosi. Sono quelli che comprano l’ultimo telefonino (anziché ostentare il rifiuto ad averne uno), che scrivono su Facebook (anziché usare solo carta, penna e calamaio), che bevono la Coca-Cola (anziché solo acqua e vino, e che sia di campagna mi raccomando!). Quello che non si dice troppo spesso è che nessuna di queste due posizioni deve essere intesa come valida, perché sono entrambe semplificazioni. Esattamente ciò che il grande semiotico, in compagnia di molti altri, ha passato la vita a contrastare. Ora, a me pare che il caso della S-Word – della tesi che ho seguito sul SUCA palermitano – dimostri perfettamente quanto Eco avesse ragione. Non voglio affrontarlo subito però, altrimenti finirei anch’io per cadere nella trappola. Quello che vorrei fare è provare a indicare la possibilità di una terza via, che era poi quella che il maestro aveva suggerito nel titolo che aveva scelto per la sua opera: Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa. Titolo che poi, come è noto, gli fu suggerito di cambiare da Valentino Bompiani, facendo la fortuna del libro. Perché? Ma è ovvio, perché aizzò apocalittici da una parte e integrati dall’altra proprio mentre ne teorizzava l’esistenza.

 

Vorrei cominciare allora affrontando il tema della dignità accademica di una tesi sulla S-Word. Già S-Word. E non per timidezza o per malcelato puritanesimo, ma perché è questo il modo più corretto di riferirsi a ciò di cui parliamo, per renderne conto completamente. La parola non è mia, ma di Alessandra Agola, ovvero la tesista che ha redatto con il mio aiuto la tesi. Solo per aver pensato che per nominare una parola serva cambiare quella parola secondo me avrebbe meritato una menzione, ma andiamo con ordine. E l’ordine impone di tornare di nuovo a Eco. Questa volta non a un suo libro, ma a un articolo, che nel 1965, quando uscì, fece scalpore. Si trattava di Le strutture narrative in Fleming (Eco, 1965). Quest’ultimo, per chi non lo sapesse, è l’autore dei romanzi su James Bond, l’agente 007 a cui sono state dedicate decine di film di spropositato successo. Eco allora aveva 33 anni, ed era un giovincello di grande talento la cui carriera universitaria era appena cominciata (diventerà professore ordinario dieci anni dopo all’Università di Bologna). Il motivo per cui in molti si indignarono fu che con quel saggio Eco portava nelle aule universitarie lo studio di romanzi considerati di serie B. Bisogna fare uno sforzo oggi anche solo per immaginare quanto coraggioso fosse quel gesto. Nell’accademia entravano infatti solo i classici, Platone e Aristotele, Dante e Boccaccio, e qualunque variazione era percepita come una terribile forma di decadimento della cultura da osteggiare strenuamente (un’epoca idilliaca per gli apocalittici). E se per caso si faceva notare che Dante scriveva in volgare, che per la sua epoca era un po’ come dire con un linguaggio di serie B (e che dire del Decameron di Boccaccio?), si veniva liquidati con uno sguardo esterrefatto. Stiamo parlando di Dante! Lo so, certo, ma scriveva in volgare e, come è noto, ai suoi tempi aveva più di un detrattore (gli apocalittici, in fondo, sono sempre esistiti, come anche i laudatores temporis acti). Ma la cosa che più irritava i cattedratici era che Eco, pur riconoscendo perfettamente la differenza fra Dante, Manzoni e tutti gli altri e il suo amato Fleming, dimostrava – non sosteneva, pensava, riteneva, ma dimostrava – che le strutture profonde usate nei suoi romanzi erano paragonabili a quelle della grande letteratura. Mostrava insomma che testi di livello diverso, pur nelle loro differenze – l’avevo già detto? fa niente, lo ripeto – avevano un meccanismo di funzionamento comune. E dunque che meritavano entrambe di essere studiate, soprattutto per delle scienze che volevano confrontarsi con la contemporaneità, restituendo dignità a un presente che si voleva (e che si vuole eternamente) epoca corrotta e banale, di cui, molto semplicemente, sarebbe stato giusto non occuparsi affatto. Come a dire che sarebbe meglio continuare a studiare la peste anziché il cancro. Fu da questa intuizione, condivisa poi da altri studiosi di altri campi disciplinari (sociologia, psicologia ma anche informatica), che nacquero le Scienze della Comunicazione. Un progetto culturale (!) più che un corso di laurea nel quale, per inciso, credo profondamente.

 

L’idea è che si possano dire cose non banali, serie, profonde, anche a partire dalla cultura di oggi, quella nella quale tutti siamo immersi e che viviamo ogni giorno. Che Kant – ma anche Aristotele e Platone, e perfino Dante e Boccaccio – non siano morti, e vadano dunque adorati come si fa con una mummia, attenti a preservarla così com’è, ma vivano nelle loro idee che sono tanto più valide quanto più si possono usare (già, usare) per capire quello succede oggi, ora, adesso. È questo che fanno le Scienze della Comunicazione: elaborano modelli da usare per analizzare il contemporaneo. Senza limiti, senza preconcetti, senza timore reverenziale per nessuna Accademia, con il solo imperativo morale di rispettare le idee e di continuare a farle vivere. Anche criticandole, se è il caso, e provando ad adattarle a condizioni che inevitabilmente sono diverse da quelle che esistevano quando sono state formulate.

E veniamo alla tesi sulla S-Word e all’ambito disciplinare specifico del quale fa parte, ovvero la semiotica. Sapete qual è la prima domanda che mi fanno quando sentono questa parola? “Ah bello, ma cos’è?”. Sono vent’anni che succede, e non mi fa più nessun effetto, ma forse dovrebbe. Ci sono volte addirittura che, per risparmiare tempo, non pronuncio più la parola, dico solo che insegno “comunicazione”, che ovviamente è una cosa che non può esistere da sola per il semplice fatto che è troppo complicata da tenere tutta insieme. Un po’ come la medicina che ha bisogno delle specializzazioni: cardiologia, pneumologia ecc. Semèion in greco vuol dire segno, dunque la semiotica sarebbe la disciplina che studia i segni. Inutile dire che la S-Word lo è, dunque ci siamo. Vi dico però che (quasi) nessuno oggi parlerebbe semplicemente di segni, per ragioni un po’ tecniche che ci porterebbero molto lontano (i biglietti per il viaggio sono disponibili, si acquistano nelle università o in libreria), preferendo la dicitura “sistemi di significazione”. La semiotica è la scienza che si occupa dei sistemi di significazione. Non insomma semplicemente di segni, di identificarli ed eventualmente decifrarne il significato, ma di sistemi di significazione, in cui il focus è sul processo (la significazione) più che sulla cosa in sé (il significato), ovvero sul come (come fanno le cose a significare quel che significano…) più che sul che cosa. Questo cambia la prospettiva, anche sulla S-Word. Il problema con Alessandra Agola non è mai stato (solamente) cosa significasse quella parola, ma come lo facesse. Perché una parola è molte cose diverse. È un suono, ma è anche un significato, un’idea, e poi è anche un insieme di caratteri che si possono scrivere da qualche parte. Ma un carattere alfabetico è a sua volta un’altra cosa di cui chi sa leggere apparentemente non si accorge più: un’immagine. Le lettere sono immagini. In fondo lo sappiamo bene, ce ne accorgiamo tutte le volte che modifichiamo il carattere con cui scriviamo. Vogliamo essere informali e simpatici? Comic Sans! Vogliamo essere moderni? Arial. Vogliamo essere chiari e professionali? Times New Roman. Un’arte, quella della scelta del carattere in funzione del messaggio, nella quale i grafici sono esperti, potendo attingere a milioni e milioni di quelli che comunemente chiamiamo font. Nel caso graffiti, in cui i font non si usano (ma ci sono gli stencil…), oltre a essere una scritta è anche un gesto, che coinvolge quel supporto che nella maggior parte dei casi è un muro. Il quale a sua volta si trova in un edificio, e poi in un quartiere, e poi in una città, e poi in una regione, e insomma, lo avete capito: all’interno di altre strutture di significazione. Ah già, perché la cosa che non vi ho detto è che la semiotica studia i sistemi di significazione indipendentemente dalla sostanza espressiva che utilizzano. L’idea è insomma che una parola, un muro, una città possano essere considerati come dei linguaggi che, in quanto tali, sono in grado di articolare propri discorsi, ovvero di comunicare qualcosa (in particolare, su Palermo si veda Marrone 2010).

 

A proposito di scritte e graffiti ricordo bene quella che recitava, sempre qui a Palermo, in corrispondenza di una curva molto stretta: “muro duro”. Che voleva dire? Ma è ovvio: rallenta e fai attenzione perché rischi seriamente di distruggere la macchina. Era insomma un cartello stradale. Dava voce al muro, ma soprattutto lo faceva nel “modo giusto” (ovvero efficace) per il palermitano, che ha la tendenza a non guardare con troppa attenzione i segnali stradali e, al contrario, ama decifrare messaggi nascosti. Un ottimo esempio di traduzione da una cultura a un’altra.

Ma torniamo a noi. S-Word non è una parola, è una scritta, un oggetto di significazione che non può essere separato dal sistema di cui fa parte se si vuol capire come funziona. Culturalmente intendo. Ma allora perché così tante scritte diverse? Perché veri e propri collezionisti, come Giulio Bordonaro che ci ha aperto una pagina instagram con centinaia di “reperti” (suca.forte)? Sapete qual è stato uno dei punti di forza della tesi in questione? La vastità di ciò che chiamiamo corpus, ovvero dei prodotti culturali che si prendono in considerazione per analizzare un fenomeno comunicativo. Sì, perché la S-Word è un fenomeno comunicativo. Solo che quando diciamo la parola, quando la pronunciamo, il “fenomeno comunicativo” diventa il significato. E invece non è così. Il fenomeno comunicativo, soprattutto in questo caso, è il significante. O meglio, la relazione fra i due, come ha spiegato un linguista come Ferdinand de Saussure quasi un secolo fa (Saussure, 1922). Ed è proprio questa la cosa interessante: quando il significante predomina sul significato finisce per configurare nuovi significati. Ecco le ragioni della tesi. Perché qui a Palermo (ma, per quel che ho capito, anche nel resto d’Italia) la S-Word non ha più il suo significato letterale, ne ha sviluppati altri proprio in funzione della frequenza con cui la ritroviamo inscritta nella carne della città. Ma soprattutto delle variazioni che la interessano e che ne costituiscono la vera essenza, il motore della macchina semiotica che è. Una macchina che produce una cosa molto semplice: identità. Per questo il terremoto social che questa parola ha innescato. Se Alessandra non avesse colpito nel segno non sarebbe successo nulla. Due sorrisetti e qualche sbadiglio. La tesi ci ha preso, lo confermano le reazioni: è indubbiamente un fenomeno culturale profondo e serio. Più di quanto potessimo anche lontanamente immaginare a dire il vero.

 

A ogni modo, quello che ci interessava allora (oggi forse dovrò dare una tesi sul fenomeno mediatico che ha provocato, solo che per quello serve il tempo di un dottorato di ricerca) era proprio la varietà delle forme, la fantasia nella scelta dei supporti, il dialogo che queste scritte intrattenevano con oggetti (lucchetti, muri, piscine, dissuasori antiterrorismo…) e persone, in funzione appunto dell’identità che avrebbero creato. Visiva prima che sociale. Urbana prima che personale. “Una scritta – scrive Roland Barthes, altro grande maestro della semiotica – non ha bisogno d’essere ‘leggibile” per essere pienamente scrittura. Si può persino affermare che è proprio a partire dal momento nel quale il significante […] si stacca da qualsiasi significato e prende vigorosamente il largo da ogni alibi referenziale, che il testo – nel senso attuale del termine – appare” (Barthes 1973, p. 29 trad. it.). Inutile dire che Barthes contempla proprio le scritte sui muri fra gli oggetti di scrittura degni di analisi semiotica. Il problema non è la scritta, ma le strategie di comunicazione implicite che mettiamo in atto quando la realizziamo, al punto da fargli significare tutt’altro. Strategie che devono essere individuate e descritte se si vuol cogliere il fenomeno. Quest’ultimo, spiegava Greimas, altro maestro, non è ciò che viene prima dell’analisi, ma ciò che viene dopo (Greimas 1970), quando abbiamo capito come pensarlo. Perché scrivere la S-Word sulla neve o sul tabellone di un benzinaio, con il carattere dell’EXPO 2015 o al fondo di una piscina, produce sensi, umani e sociali, diversi, e sono questi che ci interessano. A proposito, per inciso, la S-Word sulla neve non c’è nella tesi. Questo significa che i vari giornalisti che hanno scritto gli articoli che tanto scandalo hanno suscitato, si sono fatti prendere anche loro dalla fregola della ricerca, diventando un po’ semiotici (e, non me ne vogliano, tesisti) anche loro. La tesi di Alessandra Agola allora può servire, a loro e a chiunque non sia troppo stanco per pensare, per comprendere la sistematicità di tutto ciò (sistemi di significazione, come dicevo). Mi auguro per lei e per i S-Wordisti di tutto il mondo che possa presto essere leggibile da tutti.

 

P.S.

A questo punto, vista la lunghezza del pezzo, dovrei aver perso la maggior parte dei miei lettori, dunque faccio male a pochi se ritorno sulla questione degli apocalittici e degli integrati. Perché anche ora ne avremo degli uni e degli altri. I primi diranno che quanto detto fin qui, che la bibliografia citata, sono tutte chiacchiere per difendersi, per proteggere la dignità di professore. Come direbbe Camilleri, per fare entrare lo sciecco per la coda. I secondi magari si soffermeranno sulla possibile simpatia che può aver fatto loro questo scritto, sulle risatine che si sono fatti qui e lì, liquidando i primi come i soliti fissati e se stessi come qualcuno che ha di meglio da fare. Io voglio bene a entrambi naturalmente, ma sarei interessato a parlare con gli altri, se ce ne fossero. Persone che non cercano il riduzionismo a tutti i costi, che si divertono ad avere a che fare con cose un po’ complicatucce, pensando che sia questo il bello della vita. Anche solo per ammirarla questa complessità e basta. Persone insomma che sanno distinguere fra serio e serioso. La cultura è una cosa seria, ma questo non significa che debba necessariamente essere seriosa. Questo era, ed è, finché Dio vorrà, il progetto delle Scienze della Comunicazione e, per quel che mi riguarda, della Semiotica. A me le merendine piacciono. E poi chi le vende ci diventa ricco. Per il resto, omnia munda mundis.

 

Per saperne di più

Apocalittici e integrati di Umberto Eco (1964) è oggi pubblicato per i tipi de La nave di Teseo, Milano, 2016. In occasione del cinquantesimo anniversario è stato ripreso da molti autori, anche su Doppiozero. Tra gli altri: Alberto Abruzzese (Apocalittici e integrati), Marco Belpoliti (Fortuna e storia di un titolo), Gianfranco Marrone (Uno splendido cinquantenne). Le strutture narrative in Fleming, è invece un capitolo in un libro a cura di Eco e di Oreste Del Buono del 1965 dal titolo Il caso Bond, Bompiani, Milano. Ora si può leggere in Umberto Eco, Il superuomo di massa, La nave di Teseo, Milano 2016. Il piacere del testo e Variazioni sulla scrittura di Roland Barthes sono due momenti fondamentali della riflessione sulla scrittura di questo autore. Entrambi del 1973 (ma il secondo pubblicato postumo) sono leggibili insieme nell’edizione Einaudi del 1999. Fra i tanti saggi di semiotica urbana, quello maggiormente pertinente in questa sede è Palermo. Ipotesi di semiotica urbana, curato da Gianfranco Marrone nel 2010, Carocci, Roma. Di Ferdinand de Saussure va ovviamente citato il fondativo Cours de linguistique générale del 1922, pubblicato in italiano per i tipi di Laterza, Roma-Bari, nel 1967. In Del senso del 1970, pubblicato in italiano nel 1974 per Bompiani, Milano, Algirdas Greimas scrive alcune delle pagine più lucide che io conosca sul lavoro della semiotica.  Infine, chi volesse saperne di più su questa disciplina può fare riferimento a Introduzione alla semiotica del testo, di Gianfranco Marrone, Laterza, Roma-Bari 2011. Oppure, se ha voglia di trovare i testi fondativi in un’antologia ragionata, può guardare La competenza semiotica, Carocci, Roma, del 2012 curato da Paolo Fabbri e da me.

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