La regia, i sofisti, la città

La filosofia si addice al teatro. Claudio Longhi fonde vari dialoghi di Platone in uno spettacolo vivacissimo, Il sofista, che inizia provocatoriamente con immagini di talk show, con un Marco Travaglio sfinge e un Giuliano Ferrara profeta cinico a dividersi lo schermo, intervistati da un ammiccante Enrico Mentana. Sofisti, opinionisti, intellettuali (TUI: Tellekt-Ual-In, li ribattezzava Brecht nelle sue cineserie metaforiche):spacciatori di false verità?

 

Il regista quarantenne, allievo di Luca Ronconi, salito agli onori della cronaca per una rilettura di grande intelligenza e divertimento dell’Arturo Ui di Brecht con Umberto Orsini, dimostra che i dialoghi di Platone possono essere materia pulsante per le scene, per ricercare i fondamenti della nostra etica e smascherare i meccanismi della nostra comunicazione. E soprattutto si interroga - con un gruppo di attori giovani, fedeli, entusiasti, bravi, pronti a cimentarsi con leggerezza calviniana in imprese ardue - su un teatro nuovo, che abbandoni le sicurezze di ieri e si misuri con le domande di una società che sembra poter fare a meno del teatro (dell’arte, della cultura).

 

 

Il ratto d’Europa

Il sofista, visto nel meraviglioso teatrino rococò della Fondazione Collegio San Carlo di Modena, fa parte di un progetto complesso, che per un intero anno impegna quell’ensemble di attori-intellettuali in una domanda aperta sull’identità europea in due città, Modena e Roma. Si intitola Il ratto d’Europa e si sottotitola Per un’archeologia dei saperi comunitari, evocando, insieme, il mitico violento rapimento della bella Europa da parte di Zeus in forma di toro, l’archeologia di Foucault e i saperi comunitari, le culture del bene comune. Parte da interrogativi sull’unità d’Europa, usuali nei festival europei, poco frequentati nel nostro teatro sempre più di corto respiro. L’Europa è solo un’entità economico-finanziaria, un’amministratrice di debiti sovrani e di spread, o l’unione di popoli diversi, che si sono contrastati violentemente per secoli, ma che hanno anche comuni radici, necessità e prospettive culturali, sociali, umanistiche?

 

Tale questione ne sottende un’altra, sul teatro pubblico. Ce la sintetizza così lo stesso Longhi: “Cosa sono diventati gli stabili? Il contesto storico è molto cambiato da quando nel dopoguerra il Piccolo di Milano parlava di teatro come servizio pubblico. Perché si svolga un servizio, ci vuole una domanda a cui rispondere. E oggi la società non chiede più nulla al teatro. O se prova una necessità teatrale, non sa darle nome. Allora è la scena che deve cercare i propri spettatori, alimentare il bisogno di creazione, incontro, discussione, trasformazione. Chi il teatro lo fa deve abbandonare l’idea che il pubblico ci sia e collocarsi in una mappa complessa di relazioni con la comunità. Deve uscire dal comodo orticello in cui siamo rinchiusi”.

 

 

Sulla base di tali considerazioni, il regista, con Emilia Romagna Teatro Fondazione, ha lanciato un progetto di teatro a partecipazione che va in direzioni analoghe alle riflessioni recenti di vari festival e artisti (tra gli altri, ricordiamo l’ultima edizione del festival di Santarcangelo, intitolata Aria pubblica e rivolta in buona parte alla città, e il Mercuzio non vuole morire della Compagnia della Fortezza, un dialogo lungo un anno tra lavoro in carcere di Armando Punzo e territorio di Volterra). Il ratto d’Europa a Modena e a Roma dialogherà per vari mesi con gruppi, enti, comunità, per disegnare insieme uno spettacolo, che in maggio sarà presentato al teatro Storchi di Modena e in novembre all’Argentina di Roma. Un copione scritto attraverso laboratori, nel quale al fianco degli attori entreranno in scena anche gruppi formatisi strada facendo.

 

La regia ai tempi della rete

Si tratta, in questo modo, di ripensare anche la regia, un’arte che ha dominato soprattutto la seconda parte del Novecento, e che ora appare in crisi nei suoi propositi di totalità, messa in discussione da un proliferare di pratiche plurali, in tempi di comunicazione e ricerca orizzontale, di rete (si veda il convegno che si è chiuso ieri a Roma, ideato dal critico Franco Cordelli, intitolato Il declino della regia, e l’articolo Nekrosius: la regia debole di Roberta Ferraresi su “Doppiozero”). Longhi, dividendo il lavoro con i suoi attori, sposta il ruolo del regista verso quello del suscitatore di questioni nodali e di coordinatore di un processo di ricerca su questioni urgenti, che riguardano l’arte ma anche la convivenza civile, la comunicazione come conoscenza o come scienza dell’intrattenimento e del dominio, l’economia e la finanza come motori della nostra società e delle sue diseguaglianze.

 

 

Nelle città, per esempio

A Modena Il ratto è stato presentato alla fine di ottobre con una settimana di lavoro che ha coinvolto 58 associazioni di diverso tipo, culturali, del volontariato, sportive, religiose (di differenti confessioni), con letture, laboratori, concerti, performance, incontri, dibattiti. Si andava dalla biciclettata in luoghi di particolare risonanza storica, con fermate e racconti, a concerti, a letture e interventi nelle scuole, a azioni di informazione con i metodi dell’agit-prop o del flash-mob, a scambi di ricette, a narrazioni che scavavano la memoria della guerra e del dopoguerra, a incontri sulle identità d’Europa e sulle questioni religiose e razziali. E c’era molto altro. Gli attori si sono trasformati in provocatori di energie, raccoglitori di idee, animatori di nuove esperienze.

 

La settimana iniziale ha aperto strade che saranno seguite fino allo spettacolo di maggio.

A Roma si svilupperanno tracciati simili, a partire da una settimana di lavoro, laboratori, azioni, spettacoli, dal 7 al 14 dicembre, tra centri anziani, spazi polivalenti, musei, istituzioni come la Casa delle letterature, università come Tor Vergata e la Luiss. Il gruppo che naviga questa avventura è costituito, nel suo nucleo, dagli attori del Sofista, Nicola Bortolotti, Michele dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Simone Tangolo, ai quali si aggiungono Donatella Allegro, Olimpia Greco, Diana Manea, Marco Rossi, Gianluca Sbicca, Antonio Tintis, l’aiuto regista Giacomo Pedini e, naturalmente, Claudio Longhi.

 

 

Il sofista

Opere d’assaggio come Il sofista sono tappe (autonome) verso lo spettacolo finale, che risulterà arricchito dall’insieme cammino e delle relazioni instaurate, in una concezione di opera aperta e distesa e di mappa culturale che contrasta con la sciagurata politica dell’evento, per ricreare un tessuto di questioni e di risposte creative a urgenze e fantasmi. Quei divi del talk show di cui si parlava all’inizio dell’articolo indirizzano subito Il sofista, che crea cortocircuiti entusiasmanti tra la parola ardua di Platone, la ritmica leggerezza degli attori che la porgono con verve, in contrappunto con partiture fisiche da teatro comico, senza mai sgarrare nella semplificazione o peggio nella corrività, tenendosi ben lontani anche da ogni pedanteria, e immagini che scorrono su uno schermo sullo sfondo in contrasto o a illustrazione di ciò che si dice.

 

Socrate è un filosofo giovane, con l’aspetto e il piglio da manager scapigliato e brillante. Ippocrate, ansioso di pascersi del verbo del sofista Protagora, si è buttato giù dal letto senza darsi il tempo di infilarsi i calzoni. Protagora si presenta con occhialini, fare intellettuale, sciarpa rossa e “Repubblica” sotto il braccio. E poi appaiono i protagonisti di un altro dialogo platonico, Teeteto e Teodoro, ballando una specie di sirtaki, in attesa di ascoltare lo Straniero che è stato allievo di Parmenide catalogare i diversi tipi di sofista e dimostrare che essi comunque sono cacciatori di giovani ricchi e famosi, venditori di concetti adattabili alle esigenze del migliore offerente.

 

La dimostrazione implacabile, l’interrogazione su virtù, opinione e verità, viene alleggerita da proiezioni televisive di schemini resi in modo divertente. E quando si arriva a un dunque, parlando di bene e verità che non ammettono le gradazioni del piacere individuale, di uso confuso delle parole che porta all’errore, mentre ci si allontana dalle finzioni teatrali dei sofisti, mettendo in discussione, implicitamente, la stessa figura dell’attore che opera sul crinale tra verità e simulazione; mentre si sente risuonare la definizione di virtù come cercare di non compiere ingiustizia più di quanto non si soffra il subirla e della necessità di trasformare la retorica in scienza del discorso (della comunicazione, del teatro) volta verso il bene, alle spalle degli indiavolati attori i volti da talk show si trasformano in immagini della Grecia di oggi, ridotta alla miseria dalle misure finanziarie, con tanto di schieramenti di polizia e scontri di piazza. Socrate, con tutto il suo sapere antico, si addormenta sotto una scritta insanguinata: “Bank of Greece”.

 

Massimo Marino - @minimoterrestre

Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.