Supermamme e Superpapà

La questione dell’educazione è diventata una chiave di volta della differenza sostanziale della nostra contemporaneità rispetto ai decenni passati. Oggi emergono in primo luogo le insoddisfazioni e l’incomunicabilità tra cittadini e istituzioni, tra lo Stato come garante di un’eguaglianza di potenzialità e le ragioni di una quotidianità che sembrano sfuggire al “discorso istituzionale”. L’altro aspetto è quello che riguarda il rapporto tra generazioni, per un verso incrinato da una sfiducia nella trasmissione di possibili valori e per l’altro chiuso nella nuova logica iperprotettiva del “chilometro zero” dell’educazione. 

Eppure tutte queste questioni sono state anticipate una cinquantina di anni fa dal lavoro di critica della scolarizzazione e del concetto stesso di educazione che ha avuto tra gli antesignani Ivan Illich. Questi in Deschooling Society e poi in tutta la sua opera ha scavato nell’archeologia dell’educazione, facendo notare il tradimento che il termine “educare” aveva subito. E/ducare è l’attività materna di nutrire la prole, di “tirarla su” e non ha nulla a che vedere con l’idea che una istituzione debba erogare, riversare dei contenuti dentro individui che poi verranno selezionati in base a quanto ne hanno assorbito.

Illich sosteneva che la scolarizzazione, invece di diminuire le differenze e le diseguaglianze, ne aveva offerto una giustificazione: dietro l’apparente offerta democratica si celava e si cela un regime di giudizi che non tiene conto né della storia personale e culturale di ognuno, né delle effettive opportunità di partenza. La scolarizzazione ha distrutto la capacità di moltissime culture di trasmettersi e ha sostituito a queste una “normalizzazione” appiattente.

 

Lo ha ribadito anche nelle ultime interviste e nelle ultime opere. Aggiungendo però qualcosa che durante il suo percorso di pensatore aveva scoperto e denunciato. E qui il lavoro di Francesca Nicola risulta utilissimo per capire quanto la critica illichiana sia ancora attuale. Quando negli anni Ottanta Illich dà alle stampe Shadow work, “Il Lavoro Ombra”, ha come obiettivo tutta la mitologia del self help, tutta l’ondata dell’economia informale di cui l’educazione in casa, ma anche l’educazione come lavoro proprio ai super-genitori è una parte fondamentale. In quegli anni l’economia scopre attraverso le teorie dei “Chicago Boys” quanto vale il lavoro “d’amore” che le donne svolgono nella società, e quanto vale in genere quel lavoro ombra che la gente svolge facendo attività non pagate perché il “sistema” economico tenga. Si va dal pendolarismo, all’autocura, al bricolage, al farsi l’orto, all’educare i figli, al soccorrere i vicini e a tutte le attività in cui l’iniziativa dei cittadini si sostituisce all’assenza delle istituzioni. Si arriva all’assurdo di dover seguire dei corsi di self-help, di gente che ci insegna come “facciamo a fare da soli”.

Francesca Nicola ci racconta quanto lavoro richiede oggi il “lavoro d’amore” dei super-genitori. Dietro c’è l’ideologia del “dover fare” di cui la nostra epoca è intrisa, una nuova morale che giudica non più soltanto gli alunni e le alunne della scuola ma anche la capacità dei loro genitori. Un’intera società giudicante trasforma i genitori in erogatori di un servizio che deve essere giudicato da esperti. La mostruosità di tutto questo è un ourobouros, un serpente che si morde la coda, un ciclo chiuso dove all’apparente libertà di educare si sostituisce il giudizio sull’essere all’altezza di questa libertà.

 

 

La differenza rispetto agli anni in cui usciva Deschooling è che oggi dietro a tutto c’è non più o non soltanto una classe di professionisti dell’altrui genitorialità, ma i genitori stessi, che avendo assorbito i giudizi sono nel continuo sentimento dell’inadeguatezza, una nuova classe di ipocondria. E non a caso tutto il sistema è intriso di una dose massiccia di medicalizzazione e di erogazione di droghe giuste. Questo tipo di manicomio farmacologico per bambini è talmente scivolato nell’ovvietà che non ci si rende conto che non è un fenomeno solo americano, ma che è entrato anche nella vita quotidiana europea e italiana. Una società in preda all’ipocondria depressiva ha bisogno di educare le nuove generazioni a dipendere dall’oscillazione tra speed e slow, tra antidepressivi e depressivi. È una nuova classe di genitori che è adibita a trasformare i propri figli in genitori, ad annullare le differenze generazionali dando a essi gli stessi farmaci che aiutano i genitori ad andare avanti. Con effetto di annullare la novità dirompente e rivoluzionaria che ogni nuova generazione porta con sé. È una fragilizzazione delle nuove generazioni che risponde all’esigenza di creare dipendenze fin dai primi anni in una visione dell’umanità come qualcosa di terribilmente sbagliato e inadeguato. Illich sosteneva che la storia dell’Occidente è la storia del tentativo costante della Chiesa prima e delle istituzioni poi, dello Stato e del Mercato, di convincere l’umanità del bisogno di dipendere da erogazioni fornite da sistemi professionali e da apparati di esperti.

 

Fin quando queste stesse istituzioni non vengano introiettate da coloro che ne devono dipendere.

Il lavoro di Francesca Nicola è molto prezioso perché sostanzia, con la sua capacità di esplorare nelle vite quotidiane il peso di tutto questo, ogni visione generale – per altro sono io che mi permetto di leggere il suo pensiero in chiave illichiana, non so se lei sarebbe d’accordo fino in fondo. La cosa estremamente interessante è la dimensione dolorosa di tutto ciò, la fatica di vivere, di essere madre single o di essere genitori con scarse risorse a cui si aggiunge il costante dovere di “adeguarsi” a un sistema esterno di giudizi e di valutazioni. Ma anche nel caso della “libertà di educare” di coloro che non mandano i propri figli a scuola perché vogliono dedicarsi personalmente alla loro scolarizzazione, le cose non sono molto diverse. Dietro queste apparenti libertà ci stanno i manuali, le teorie a cui aderire, l’educazione ipocondriaca che sospetta ogni intromissione esterna e che arriva all’ossessione di cui un film recente come Hungry Hearts (2014) di Saverio Costanzo parla in maniera drammatica. Nell’ossessione vegana, salutista, anti-vaccino c’è l’effetto del bombardamento che trasforma l’essere genitore in qualcosa che ha a che fare con il guardiano della vita altrui e trasforma l’educazione in una manipolazione dell’altrui esistere, un nuovo tipo di robotizzazione dell’alterità, di negazione a essa della libertà d’essere diversa da quella dei genitori. 

 

Sicuramente non è dando la colpa alle istituzioni che si capisce come uscire dalle conseguenze nefaste di questa iper-genitorialità. C’è al fondo anche un’irrisolta mediazione, un rapporto tra generazioni che oggi è totalmente in re-definizione. Ogni società ha le sue maniere di trasmettere da una generazione all’altra. Si trasmettono storie, mitologie, maniere di muoversi, pratiche, e questo trasmettere fa parte del mondo con cui una cultura si ripropone e si mette alla prova e cambia. In culture diverse dalla nostra la trasmissione non è una questione di scolarizzazione, cioè di erogazione di contenuti e di giudizi finali. È molto spesso un rapporto tra corpi, un educare come nutrire e un educare come offerta di gesti, parole, categorie e corpi da imitare. Insegnare in queste culture significa porre le nuove generazioni nella scelta tra imitare o rielaborare le generazioni precedenti. Se c’è una morale da seguire essa consiste nelle regole di convivenza che tengono in piedi il gruppo che vive insieme in un dato posto. Nelle società complesse come le nostre le figure di riferimento si de-fisicizzano, diventano manuali, direttive, e si riferiscono a un know how che sembra esulare dalla vita quotidiana della gente. 

 

L’Italia è un caso particolare, proprio per il peso della vita quotidiana e per quello che essa significa nel contrastare l’invadenza di regole generali e istituzionali. Il carattere “anarchico” dell’italianità potrebbe salvare quel tanto di fisico e immanente che esiste nella trasmissione tra generazioni. Ma attenzione che anche da noi le cose stanno cambiando a grande velocità e si stanno allineando ai diktat di una morale mondiale e globalizzata. Questo libro può aiutarci molto a prendere coscienza di dove in generale ci troviamo e di cosa c’è dietro alla super-genitorialità. 

 

Francesca Nicola, Supermamme e Superpapà, il mestiere di genitore tra gli USA e noi, Meltemi 2017.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!
Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.