Teatri d’amore

Sandro Penna e Raffaele Cedrino, via della Mole dei Fiorentini 28, 1957.


SANDRO

 

Raffaele, perché vuoi scappare? Mi piaci, Raffaele, perché eri un poco animale, bestia, ti avevo visto a guardare il fiume, come se fossi una creatura che faceva parte di quell’ambiente. All’Isoletta fuori San Paolo splendevi, nel riverbero del sole, ti stagliavi come il compimento di un sogno. Lo sai che io non dormo la notte, devo vagare per la città, per trascorrere il tempo e battere le ore. Già che le poesie io non le volevo nemmeno pubblicare, mi stava bene la fama di lirico segreto. Vuoi scappare perché non ti ho dato il premio, dici che te l’avevo promesso. Già che è stato un premio tanto faticato, che proprio non mi volevano dare, uno dei giudici disse che si sarebbe coperta di vergogna tutta Italia, e sulla stampa hanno commentato che la sinistra foraggia la pornografia e il cattivo gusto. Forse sì, te li ho promessi quei denari, ma in un momento di felicità creativa, quando mi pareva che questo avrebbe cementato la nostra unione per sempre. Te lo ricordi, no, quando all’Acqua Acetosa ti dicevo di scegliere le poesie, per il libro? Pier Paolo diceva che sbagliavo, che ero sciocco a fidarmi di te, ce l’ha sempre avuta con te, non perdeva mai occasione per punzecchiarti. Ma per me incarnavi la saggezza animale. Il giudizio sereno del fiume che scorre. I denari servono a riparare le mura di questa stanza, che sembrano sempre sul punto di crollare, e per qualche tempo potrò sospendere i miei traffici, che mi esaltano e mi deprimono. Dove corri? Torna. Non mi hai mica rapito il cane per poi ricattarmi?

 

Ingeborg Bachmann e Max Frisch, piazza don Minzoni, 1960. 


Max è così contento di essere a Roma: crede che lo snack bar al primo piano del Café de Paris sia il massimo. Passa delle ore ammirato: quella è la vera eleganza, il vero temperamento che non trova a Zurigo. Tiene la pipa in bocca, e fa un censimento delle allusioni sessuali che si trovano nelle opere d’arte. Ha visto due volte Rocco e i suoi fratelli: è sconvolto da quante docce si fanno i personaggi, in Svizzera non si lavano così spesso. Quando mi sente che scrivo a macchina i racconti del Trentesimo anno, allora se ne va. Sente che il mio raccoglimento verso l’opera lo schiaccia, che è meglio che se ne vada al caffè, che legga un giornale, che guardi le ragazze e i ragazzi per capire le loro complicate e inedite cerimonie di corteggiamento. Quando lui scrive Andorra, io faccio lo stesso: vado al Caffè Greco, se no dalla parrucchiera, dove passo ore a leggere tutte le riviste femminili: Confidenze, Grazia, Mani di fata. Non ho mai fatto l’uncinetto, ma non si sa mai. Poi un giorno sono tornata a casa e Max non c’era più; una lettera. Qualche tempo dopo l’ho visto con l’altra, a via Condotti. Sono stata male: ho lasciato la dimora delle nostre macchine da scrivere, sono andata a via Bocca di Leone.

 

 

Lydia, amore, devi togliere l’armadio e il letto anche da lì, bisogna sempre spostarli ogni giorno, poidormiamo per terra. Lo sai tanto che ti aiuta Salvatore. Non trovi che i cavi elettrici siano perfetti, così grossi e neri, sono davvero le nostre anaconde da salotto? Che ore sono? Le undici, grazie. Da quante ore siete qui: nove? Giusto, ora quindi sarete pronti e preparati al sacrificio filmico. E non mi venite a dire che avete famiglia, quando entrate qui dovete scordarvela la famiglia, domani sera andrete via alle otto, ma stanotte si gira fino a domattina, ché abbiamo solo due settimane per finire. Lydia, sei bellissima con il costume, tienilo per quando andiamo al Circeo da Elsa De Giorgi. Salvatore come sta su il costume? Con lo scotch, perfetto. (Parla a una bambina che non c’è) Gea, amore, tu quando guardi la mamma davanti la vedi vestita, e dietro ci sono io, il papà, Don Giovanni, che invece la vedo nuda. Davvero un peccato che Gino la venga a riprendere alle otto, proprio a quest’ora sarebbe la perfetta figlia dell’amante di Don Giovanni, con il viso sconvolto dal broncio. Lo scopo del film è far entrare il mondo in questo appartamento, e per far questo ci vuole tempo.

 

Per l’altra scena nella stanza, sono stato sveglio settantasei ore, però è venuta come volevo, o quasi. Lydia poi devi preparare le fiamme, perché alla fine dobbiamo distruggere tutti i quadri. Scusate, ho detto fiamme, lo so che gli operatori sono spaventati, perché dicono che abbiamo troppo materiale tecnico qui dentro. Mi piacciono quelle porte antiche, e soprattutto le vetrate piombate, quando si dà il ciak si gira e dietro ci sono centinaia di metri di cavi elettrici, lo so che rischiamo, ma ars longa, vita brevis. Lydia, amore, mettilo più nascosto lo scotch.

 

Lou Andreas-Salomé, Paul Rée e Friedrich Nietzsche, c/o Malwyda von Meysenbug, via della Polveriera 3, 1882.


Tre siano gli specchi, e tre le prospettive, tre le porte del sogno, di corno, d’oro, come autorizzate dall’antichità e di sangue, entrata segreta di cui cantavano le maghe tessale tirando giù la luna con i loro incantesimi, per entrare in noi stessi. La Trinità è da subito

santissima, e la polveriera prende fuoco, di fronte alla civilizzatissima testimonianza della dimora vicina al Colosseo di donna Malwyda, esule politica, donna sapiente, madre nobile della rivolta, che ancora di tanto in tanto, poco prima dell’alba, sogna il 1848 rivoluzionario, a cui molto si dedicò, ma che non poté trovare compimento. Per i tre pensatori, che dichiaravano da subito una triadica necessità di ricerca e di studio, tesseva sulla mappa d’Europa una rete di protezione: “A Parigi, ci sono le mie figliocce, Olga Monod e Natalie Herzen”, ma anche Ivan Turgenev potrebbe venire in aiuto. A Pietroburgo Lou è di casa; Friedrich ha bisogno di conferme sulla perfezione mitica degli incontri: “Da quali stelle siamo caduti qui?” Da quelle arcane della bellezza tanto antica, che è dentro di noi e allo stesso tempo fuori di noi. Lou è pratica, terribilmente: alle profferte di matrimonio di Friedrich dichiara senza infingimenti che riceve una piccola pensione come figlia di vedova dall’amministrazione zarista; ogni coniugio avrebbe voluto dire perdere l’indipendenza economica e quella è la base del discorso, l’eros è una via diversa, e come tutte le strade sacre è più accidentata e imprevedibile. Il patto è una catena condivisa, uno sprone, una rivelazione e un compito ineludibile.

 

Da Luca Scarlini, Teatri d'amore, Nottetempo 2018. Disegni di Alvise Bittente.

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