Giordano Bruno

In copertina, sullo sfondo di un cielo temporalesco, si staglia, tetra e angosciante, l’immagine della protagonista di Campo dei Fiori di Massimo Bucciantini, la statua di Giordano Bruno che sorge a Roma in Campo de’ Fiori. L’oscurità incombente fa apparire la statua un neo-gotico spettro, un revenant. E tale in fondo è stato il “Nolano” (come si autodefiniva nei suoi dialoghi italiani), arso vivo nel 1600 nella stessa Piazza che ne conserva il monumento, dopo una prigionia quasi decennale tra le carceri dell’Inquisizione romana: un “ritornante”, dopo secoli di quasi oblio, nella cultura italiana di metà Ottocento. Il precursore dell’idea di un universo infinito, di una natura vivente e divinizzata, in cui immergersi nelle forme dell’eroico furore, era stato “riscoperto” a fine Settecento, dal giovane Schelling, in cerca di una rinnovata filosofia della natura. Da noi, si deve attendere la stagione risorgimentale per ritrovare Bruno, accanto a Campanella e Galileo, fra i simboli della resistenza del pensiero contro l’arroganza dogmatica della Chiesa.

 

Noto per essere tra i massimi studiosi di Galileo – oltre a curarne alcuni scritti, come Le lettere copernicane, vi ha dedicato il fondamentale Galileo e Keplero (Einaudi 2003) –, Bucciantini, docente di Storia della Scienza all’Università di Siena, si è soffermato sui rapporti tra le “due culture” in Italo Calvino e la scienza (Donzelli 2007) ed Esperimento Auschwitz (Einaudi 2011), dedicato a Primo Levi. L’accuratissima indagine storica di Campo dei Fiori, sorretta da un imponente lavoro d’archivio, non si sofferma sul finire del Cinquecento in cui la scienza moderna avvia il suo percorso, non torna al 1592, quando il nobile veneziano Mocenigo, deluso dagli insegnamenti ermetici del Nolano, denuncia quest’ultimo all’Inquisizione. In quello stesso anno in terra veneta giunge Galilei per insegnare all’Università di Padova: quasi un passaggio di testimone dagli slanci immaginifici delle “scienze curiose” del tardo-Rinascimento al passo lento, ancorato al terreno delle “sensate esperienze”, della nuova fisica. E si è potuto supporre che Bruno e Galilei abbiano avuto un breve incontro: lo immagina il Galileo di Liliana Cavani del 1968, mentre non vi accenna, se ben ricordo, il Giordano Bruno di Giuliano Montaldo del ’73. A dominare la scena di Campo dei Fiori sta il tortuoso cammino che portò a inaugurare, il 9 giugno del 1889, la statua di Bruno, a poca distanza dall’apertura al pubblico della Tour Eiffel, nel centenario della Rivoluzione, e dall’inaugurazione a New York della “Libertà che illumina il mondo”. Tre monumenti su cui erano scolpite parole come scienza e libertà, emblemi dell’avvenire luminoso della civiltà in cui confidava la cultura tardo-positivistica, erede dell’Illuminismo nel combattere l’oscurantismo religioso ed il giogo della tirannide.

 

Bucciantini inizia la sua storia dal gennaio del 1865, quando nell’atrio dell’università di Napoli viene inaugurato un complesso monumentale in ricordo di quattro figli della Campania, Pietro Della Vigna, Giambattista Vico, Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno. Dalle parole degli oratori emerge la volontà di stabilire una continuità fra Rinascimento e Risorgimento; i lineamenti stessi attribuiti a Bruno – sguardo fiero mentre impugna il verdetto della condanna ed esclama: “Forse voi giudici pronunciate la sentenza contro di me con più paura di quanta io ne abbia nell’ascoltarla” – sembrano volerne fare un patriota delle guerre d’Indipendenza. Ai piedi della statua di Bruno un gruppo di studenti si ritroverà per dar fuoco al Sillabo dove papa Pio IX condannava le “pestilenti” concezioni laiciste della modernità, dal liberalismo al naturalismo.

 

 

È nel 1876, l’anno dell’avvento al governo della Sinistra storica, che alcuni studenti universitari promuovono un Comitato allo scopo di edificare un monumento a Bruno. Sono figure che oggi più nessuno ricorda, Adriano Colocci, Alfredo Comandini, liberali radicali, avversi al clima di conciliazione con la Chiesa che dominava le aule della Sapienza. Ma l’idea che il monumento dovesse sorgere proprio in Campo de' Fiori fu di Armand Lévy, ebreo e socialista libertario, rifugiato a Roma dopo la Comune parigina. La sottoscrizione promossa dal Comitato trova scarsa accoglienza fra professori e politici; anche il nuovo governo della Sinistra non mostra alcun desiderio di “dar ombra” all’autorità papale. E questo benché Bruno non fosse più in Italia quel signor Nullanus (l’epiteto gli era stato affibbiato dal contemporaneo Tycho Brahe, il grande astronomo danese); l’interesse crescente degli studiosi induceva l’allora ministro dell’Istruzione, Francesco De Sanctis, a pubblicare a spese dello Stato le opere latine di Bruno. Il problema più grave è la mancata adesione della giunta comunale di Roma, guidata dai clerico-moderati, perché ad essa spettava la concessione del terreno per il monumento.

 

Si trattò di una falsa partenza, e solo tredici anni dopo il progetto, ammorbidito nei toni, troverà attuazione. Nel Comitato d’onore figurano Victor Hugo ed Ernest Renan, Spencer e Swinburne, Haeckel ed Ibsen, fra gli italiani Carducci e Ardigò, Lombroso e Villari, oltre a politici di varia provenienza, inclusi monarchici costituzionali e liberali moderati. Con l’avvento al governo, nel 1887, di Francesco Crispi, ex garibaldino e massone, l’iniziativa si accelera e, quando alle elezioni comunali del 1888 le forze clericali sono sconfitte, la statua è ormai pronta. Nei bassorilievi sono illustrati i momenti salienti della vita del Nolano (rogo incluso), nei medaglioni compaiono altri “liberi pensatori” vittime dell’intolleranza religiosa, come Campanella, Hus e Wyclif, Serveto e Vanini. Si decide all’ultimo momento di togliere il volto di Galileo (forse perché in lui, costretto all’abiura, mancava il gesto eroico ed il martirio finale); ma sotto il volto di Vanini, lo scultore, il massone Ferrari, dispone, quasi invisibile, anche l’effigie di Lutero.

 

L’inaugurazione del monumento assume toni di festa popolare con delegazioni provenienti da tutta Italia. Fu una vittoria per il “massone” Crispi, ritenuto dal Vaticano regista occulto dell’iniziativa, svoltasi tra l’altro nel giorno di Pentecoste. Per il  papa si trattò di uno sfregio al volto della Città Eterna; veglie vennero organizzate nelle Chiese, in riparazione della glorificazione del “più laido degli apostati e nemico acerrimo della fede cristiana”. Leone XIII ribadì che proprio da Bruno erano iniziate le empietà dell’epoca moderna, in primo luogo quell’emancipazione dell’umana ragione da Dio che doveva sfociare nello spirito giacobino. Girò voce che il papa volesse fuggirsene dalla città che ora ospitava quel “campo maledetto”. Venne inaugurato anche un busto di Garibaldi sul Campidoglio; e Colocci poté leggere quanto l’eroe dei due mondi aveva scritto al comitato organizzatore nel lontano ’76: “Possa il monumento da voi eretto al gran pensatore e martire essere il colpo di grazia alla baracca di cotesti pagliacci che villeggiano sulla sponda destra del Tevere”.

 

 

 

Si trattò di una delle poche battaglie laiche e anti-clericali, combattute e vinte nel nostro Paese, osserva Bucciantini: scontro fra due Italie, che sulla scuola, la famiglia, la religione, sull’idea stessa di umanità, avevano idee diverse, ma ad uscire sconfitti saranno poi i vincitori del momento. E questo a causa della debolezza del positivismo italico di fine secolo, testimoniata dal discorso di commemorazione di Bruno affidato allo psichiatra Enrico Morselli, il quale si lancia in una ricostruzione quantomeno improbabile, materialistica ed evoluzionistica, del genio del Nolano. La bancarotta della cultura positivistica non si deve sol(tanto) alla ripresa spiritualistica, quanto al suo concetto feticistico ed ideologico della scienza: “non ci fu bisogno dell’idealismo per distruggere la profondità di tanta ‘scienza’”, rileva amaramente l’autore. Per dirla con il Gadda de I miti del somaro, che molto apprezzava “l’Arrostito” (come amava chiamarlo per antonomasia), il positivismo di fine Ottocento aveva perso il suo slancio propulsivo: «Ma se la consapevolezza “scientifica” e “documentaria” del positivismo acquistò valore di mito e divenne mito a sé medesima, ciò accadde in modo puro e ingenuo; e non fu gioco di putta, né calcolo di ruffianona bugiarda». Del resto, Gadda non manca di richiamarsi a Bruno nella sua Meditazione milanese: l’universo vitale e senziente dell’Arrostito gli appare confusa anticipazione della leibniziana “rete complessa” in cui tutto comunica e si risponde. Ispirazione prossima a quella che anima la “filosofia naturale” di Italo Calvino: il naturalismo di Bruno, come quello di Cyrano de Bergerac, risveglia l’idea, che era già in Lucrezio e Ovidio, della sostanza unitaria che accomuna gli umani alla natura intera, di un universo di partecipazione a cui siamo chiamati a collaborare.

 

L’affaire della statua di Bruno fa emergere in Italia le stesse “fratture profonde” che la Francia conosce con il caso Dreyfus; non a caso a Campo dei Fiori ci si radunò nel 1898 in favore di Zola, processato dopo il suo “J’accuse”. Da allora la piazza divenne luogo simbolo delle battaglie libertarie, delle lotte in favore della laicizzazione dello Stato; e tale è rimasta negli anni della Repubblica. Lì Marco Pannella volle celebrare la prima domenica di divorzio in Italia, nel ’70, lì si ritrovarono le femministe nel ’72 a manifestare contro l’aborto clandestino, lì nel 2009 si svolse un sit-in a favore della decisione della famiglia Englaro, ratificata dai giudici, di sospendere l’alimentazione forzata di Eluana. Non sorprende che, al tempo del concordato con la Chiesa nel 1929, si levassero richieste per demolire la statua; ma sia il re, Vittorio Emanuele III, che Mussolini furono decisi nel non fare concessioni ad una revisione storica che aprisse un processo al Risorgimento: “la statua di Giordano Bruno, malinconica come il destino di questo frate, resterà dov’è”, afferma il duce in un intervento alla Camera. Del resto, ci aveva già pensato Giovanni Gentile a porre le basi di una composizione fra gli opposti schieramenti. Il martirio del Nolano era il simbolo stesso dell’affermazione della libertà di pensare come atto vitale e la sua riflessione restava momento fondante del cammino con cui si era costruita l’autocoscienza della nazione italiana; Bruno poteva così trovare posto nei programmi dell’insegnamento della Filosofia previsti dalla riforma del ’23. Ormai reso però quasi innocuo, in virtù di quel nesso hegeliano tra filosofia e religione, per cui la prima porta la seconda ad un più alto contenuto spirituale, senza comunque annullarla; illuminante in merito è una conferenza del 1907, “Giordano Bruno nella storia della cultura” – conferenza che si può trovare nell’antologia degli Scritti di Gentile, sapientemente curata da Gianfranco Giudice (Aracne, 2014) –, che anticipa Giordano Bruno e il pensiero del Rinascimento del ’20. Il teologo determina la fede, il filosofo la verità; il pensiero bruniano si rivolge alla divinità presente nella Natura, mentre spetta alla dimensione trascendente rivolgersi alla mens super omnia; ma per questa occorre un lume soprannaturale, che non è del Bruno filosofo, ma in generale non è del pensiero moderno che, per comprendere, si affida alla ragione e non alla fede. Negare la conoscibilità razionale della verità di fede costituisce allora la conclusione logica del Rinascimento, annuncio del Dio nuovo di cui la natura intera canta la gloria e che innalza l’uomo alla dignità del cielo; ma se in Bruno c’è il Dio-natura, manca ancora il Dio-spirito, per il quale si dovrà attendere l’avvento dell’idealismo hegeliano. Certo il rogo di Bruno fu un errore dei giudici, riconosce Gentile; ma proprio quel rogo ha posto fine all’illusione di una possibile conciliazione tra l’antica fede ed il moderno, dove la libertà di pensiero è conquista storica definitiva. Ed oggi “tutti i roghi ormai sono spenti”.

 

Ma nel mondo cattolico, l’affaire Bruno non appariva certo chiuso. Per dirla con Luigi Firpo, la Chiesa era disposta a riconoscere il diritto a credere in quel che si pensa, o si “deve pensare per forza quello cui altri vuol che creda”? Ancora nel ‘40 padre Agostino Gemelli poteva affermare che, se il processo contro Galileo fu un errore, fu giusto e ineccepibile quello contro il Nolano, “disgraziato” che aveva smarrito la testa nel “bestemmiare orribilmente e nel dire le sciocchezze che ha detto”. Fu solo Croce in quella occasione a reagire, come più tardi nel ’47 a ricollegare il martirio di Gramsci alla tradizione risorgimentale, e più in là a quella dei pensatori meridionali le cui statue ornano l’università di Napoli. E sarà “l’Unità” nel ’50 (anno giubilare) a ricordare Bruno con i versi di Trilussa: “Fece la fine dell’abbacchio ar forno / perché credeva ar libbero pensiero”.

 

 

 

Il libro: Massimo Bucciantini, Campo dei Fiori, Einaudi, Torino 2015, pp. XXIV – 392, € 32,00.

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