Violenza a scuola

“Si è attaccata a un cavillo, prof.  Ho fumato in classe ma intanto è una sigaretta elettronica, e poi non è la sua ora, questa. Lei è entrata, mi ha visto, ma veramente: ma perché si attacca in questo modo a ’sta cosa? Un cavillo. Davvero un cavillo. Ha sentito che ci sono degli studenti che buttano l’acido addosso agli insegnanti?”

 

Quando Luca me lo ha domandato gli ho risposto di no, che non avevo sentito che era accaduto. Però – ho aggiunto – ho sentito che alcuni studenti pensano di poterlo dire. Gli ho fatto notare che lo stava facendo anche lui, a modo suo. E che aveva detto la parola “cavillo” tre volte. E il mio non lo era, come non era istinto sadico. Aveva a che fare, il mio intervento, con il tema della responsabilità, con l’assunzione in prima persona dei propri atti. Mi pareva una cosa importante, per lui.

 

Episodi di violenza, minacce, atti di bullismo, e le vittime, lo sentiamo con frequenza sempre maggiore, sono gli insegnanti.

 

Mi colpisce ogni mattina che gli ingressi delle scuole siano sempre così identici: i portoni, il linoleum dell’atrio, i gruppi di adolescenti schierati a mappare il cortile antistante. I miei alunni di quarta B se ne stanno subito a lato del cancello: con le sigarette anche se non si può, i telefonini, le chiacchiere, le invidie, gli amori di sempre.

Cosa sta succedendo in questa struttura sempre uguale? Cosa rende differenti le minacce di allora – che comunque c’erano – e quelle di oggi? Quale posizione occupano i ragazzi? Perché, come dicevo a Luca, mi sono accorta che possono dire frasi che non dovrebbero sentirsi liberi di poter dire? E questo insistere sulla violenza è una domanda di autoritarismo e rigore? “Bocciamo i bulli”, come suggerisce la ministra Fedeli, e tutto è risolto? Davvero? Se il linguaggio della società e della politica è permeato di violenza, mi pare difficile aspettarsi qualcosa di differente dai cittadini più giovani.

 

Credo che si sia creato un campo di forze, come se gli insegnanti da un lato e i genitori dall’altro, in questa loro battaglia che delle volte prende corpo e voce e altre meno, che delle volte si esplicita e altre resta nei non detti, avessero creato una zona franca dal diritto e dalla responsabilità. È in quella zona franca che i ragazzi si trovano a crescere. Sono come palline che se ne stanno lì in mezzo, che faticano con gli uni e con gli altri, con le protezioni che arrivano ora da una parte ora dall’altra. Qualcosa che somiglia al doppio legame di cui scrive Bateson. Crescere, su questo tavolo, è complicato. Lo sarebbe per noi tutti. Schierati gli uni di fronte agli altri, genitori e insegnanti, in molti casi capaci di confrontarsi, in altri arroccati su posizioni di difesa, ne hanno fatto una questione tra loro. E cosa difendono?

Credo sia una domanda importante, questa, perché credo che ci siano degli imbarazzi da entrambe le parti e che entrambi difendano un diritto che è prima di tutto diritto alla rabbia. La responsabilità degli atti, nella scuola, manca. Ma non manca solo negli alunni, manca nella classe docenti e manca anche nei genitori. E sono tutti attori protagonisti.

Risentimento e frustrazione hanno un ruolo di primo piano in questa vicenda.

La situazione è delicata perché non si può non notare che la classe docente ha accumulato una stanchezza addosso che mal si adatta a questo mestiere.

 

ph. Dennis Stock

 

Non ho alcuna nostalgia dell’autorità, ma è certo che se il dispositivo scuola è cambiato, e se il modello autoritario non funziona più, è essenziale che qualcosa di diverso sia messo al centro. Possiamo affidarci all’autorevolezza? Sarebbe bello, ma è necessario un contesto che la renda possibile. Non tutti abbiamo incontrato tra le aule delle scuole l’insegnante che ha fatto la differenza: quel che tuttavia è certo è che quell’incontro è valso, quando c’è stato, come un incontro d’amore che cambia il corso delle cose.

 

Quel sistema coercitivo e autoritario che la scuola è stata cosa permetteva? L’insegnante si è trovato, per lungo tempo, in qualche modo legittimato e protetto, ma quel silenzio e quell’ordine garantivano principalmente lo svolgersi formale di una scena. Si stava zitti nei corridoi e nell’aule, ma quell’insegnante, difeso dal dispositivo e da un silenzio che era imposto dal mondo esterno, non avrebbe poi lasciato alcun segno: avrebbe parlato di Manzoni e di parabole, e i ragazzi, con ogni probabilità, avrebbero lasciato Manzoni e le parabole nel sottobanco di quelle classi al suono della campanella. Allora come ora. Oggi però, a differenza di allora, il re si ritrova nudo. L’insegnante deve fare i conti con questi vestiti che non convincono più nessuno e deve domandarsi chi ha di fronte e giocare una partita tutta nuova. I ragazzi, questo, lo sanno bene.

 

La scuola in passato è stata un luogo di approdo talvolta troppo facile, occupazionale più che motivazionale: molti i privilegi, tanti i posti – il posto sicuro come desiderio –, scarsa la selezione. Ne paghiamo, oggi, le conseguenze. Ho visto troppe sale professori in cui i soli libri che circolassero erano manuali e ho visto docenti totalmente incapaci di leggere – di avere la voglia di farlo – le trasformazioni sociali in atto. Da un lato è certo che se il sistema ti costringe a continuare a insegnare in un tempo che non è più il tuo tempo, la stanchezza prenda il sopravvento. E tuttavia, insieme, credo che questo mestiere chiami a una responsabilità molto forte, di cui, come singoli, è essenziale farsi carico. Non si può pensare, per esempio, di varcare la soglia di un’aula senza ragionare nell’ottica di una formazione continua; non si può prescindere, in classi sempre più complicate e ricche di piani educativi individualizzati per le ragioni più diverse (di provenienza, di portati psicologici, di vissuti singolari, di famiglie nuove), che questo sia un problema che deve gestire qualcuno di diverso – magari l’insegnante di sostegno, o l’educatore; non si può non cercare di capire cosa vogliano dire i telefonini, la nuova comunicazione, che posto possano avere le serie tv e snapchat.

Appartengo a una generazione che ha dovuto fare più fatica per occupare quegli spazi: dopo l’università, la SSIS per la propria classe di concorso, la SOSS per il sostegno, e poi ancora PAS, TFA, FIT e gli anni di precariato, un’autonomia economica che se ne sta in un orizzonte sempre più distante. La domanda che mi sono sentita rivolgere più spesso dai miei alunni è stata: “Ma prof., ma perché? Cioè: ma chi glielo fa fare?”. Spesso, ridendo, dico che la prima battaglia in classe è quella di mostrare che quello spazio mi riguarda, mi riguardano loro, quei libri e quella possibilità che quei libri racchiudono.  Ne va della mia felicità. Questa parola non dovrebbe ritornare tra le aule?

 

Negli anni in università io ho sofferto tantissimo, ma mi sono dovuta stendere sul lettino dell’analista per avere il coraggio di dirmi che quell’ostinazione che aveva preso corpo nel dottorato, prima, nell’assegno di ricerca, poi, non era legata ad altro che a un bisogno di riconoscimento sociale. In classe sento che il sapere prende una forma che è la mia forma, e mi diverto pure di più: lo studio richiesto dall’università, il sapere senza la trasmissione del sapere, mi annoiava. E tuttavia mi piaceva il prestigio legato al mondo universitario, mi piaceva dire, e dirmi, “ce l’hai fatta”. Anche nel mio immaginario, dunque, nell’immaginario di una persona che va predicando amore per il sapere e per l’insegnamento, finire in un liceo era sotto il segno di un meno. Non è grave, questo? Perché è successo? Anche la mia generazione, quella che ha fatto fatica a conquistare un posto su queste cattedre, fa i conti con una frustrazione. Non ci sono solo io su quel lettino, l’insegnamento è una tra le professioni a più alto rischio burn-out, e forse si parla davvero troppo poco di questo.

 

Queste cattedre non se ne stanno più sopra un rialzo. Sei lì, con il tuo ingombro e con le sfide della LIM: più vicino a loro eppure in un luogo tutto da costruire, dove sono saltati i meccanismi di protezione.

È vero, gli ingressi delle scuole si somigliano, ma questo spazio deve essere reinventato di più, internet in classe consente di dilatare quelle aule che hanno sempre il “lasciate ogni speranza voi ch’entrate” scritto da qualche parte.

 

E quindi? Come ripensiamo questo tavolo da gioco?

Serve che lo ripensino persone che si assumano la responsabilità di aver faticato per arrivarci, che siano ostinate e che sappiano con chiarezza questo: il principio di autorità non funziona più; il desiderio, invece, sempre.

Non è vero che i ragazzi di oggi sono impossibili, non è vero che è un tempo tutto dal lato della distruzione. Si attaccano al desiderio ovunque ne riconoscano una traccia.

Si tratta di arricchire quello che possiamo offrire loro: come farlo?

 

È importante che gli insegnanti tornino a sentire la responsabilità del proprio compito, ma non possono farlo nella solitudine in cui si trovano, come tanti baroni di Münchausen che debbano tirarsi su per i capelli da soli. Come posso credere che la fatica che devo fare per essere preparato alle sfide che la scuola richiede abbia un senso, se non c’è nulla che mi rimandi l’importanza del mio ruolo? Se anche nel mondo culturale il trionfo del sé è diventato più importante di qualsiasi progetto collettivo, di qualsiasi dimensione plurale che prova a nascere? Perché i luoghi di costruzione del sapere diventano luoghi di conquista di un posto al sole? Perché non abbiamo più un progetto comune? Può la scuola non essere un progetto comune?

Deve poter essere una conquista fare questa professione, la selezione deve misurare il desiderio e la caparbietà, il sistema deve garantire orari, numeri di allievi per classe ed età media coerenti con
l’impegno richiesto, e la retribuzione deve essere adeguata, perché è questo il metro con cui socialmente percepiamo il valore delle cose. Non si può non vedere che il processo di distruzione della scuola pubblica è stato mirato, ostinato, portato avanti con decisione e con obiettivi molto precisi, le cui conseguenze, a livello sociale e politico, sono davanti ai nostri occhi, testimoniate con evidenza da questi mesi di stallo governativo.

I professori, né più né meno dei medici, salvano vite. Quelle singolari, prima, quella della comunità, poi.

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