Walter Benjamin. Il labirinto

“Il labirinto è la patria dell’esitazione. La via di chi teme di arrivare alla meta traccerà, facilmente, un labirinto. Così fa l’istinto negli episodi che precedono la sua soddisfazione. Ma così fa anche l’umanità (la classe) che non vuol sapere dove andrà a finire.” 

Da “Parco centrale” in Angelus Novus , Einaudi, Torino 1962, p. 131

 

Il labirinto. Ma che figura è un labirinto? Cosa rappresenta al di là della sua misteriosa geometria e al di là della sua negazione, almeno all’apparenza, di ogni geometria possibile?

 

La tradizione mitologica che alimenta le scritture letterarie greche e quelle che ad esse si sono ispirate ci dice di una gigantesca sfida in cui ne va della salvezza dell’eroe: trovare la via che conduce fuori dal labirinto equivale a salvarsi dalla terribile sorte riservata ai prigionieri di Cnosso. 

 

Ph Bien-u Bae.

 

Salvezza dunque, sopravvivenza, uscita da un mondo oscuro in cui l’intelligenza è destinata a perire.

C’è però un’altra faccia del labirinto, si potrebbe quasi dire con Hegel che nella sua figura è operante una dialettica, un’oscura forza che trasforma l’apparente dato immutabile nel suo contrario: che trasforma il desiderio di evasione in rassegnazione e la rassegnazione, paradossalmente, in godimento. La parola decisiva è “ esitazione”. Da atteggiamento vituperabile essa diventa la figura della salvezza. E la geografia che ne garantisce il successo è proprio quella del labirinto.

Esitare è rinunciare a decidere, o meglio, anteporre il dubbio alla decisione. È la caratteristica di Amleto, il trionfo dell’ intelligenza ma anche l’agonia dell’eroismo. Il dramma di Amleto è la sua esitazione dove si rappresenta, come disse un giorno Friedrich Schlegel, la sua condizione dimidiata: “il suo animo mi sembra come un corpo lacerato in direzioni contrapposte sul banco della tortura.”

 

Ma giungere troppo rapidamente alla meta significa perdere se stessi per strada.

Il labirinto, da questo punto di vista, ci salva e prolunga il nostro desiderio. Il labirinto siamo noi.

Per questa sua costitutiva ambivalenza è una figura della Modernità: da un lato affina l’intelligenza del risultato, rafforza la razionalità strumentale; dall’altra allontana volontariamente dalla meta e induce ad abbandonarsi all’emotività.

 

Per Benjamin è una mappa su cui leggere i segni del tempo e osservare in filigrana le aporie di un mondo votato alla catastrofe e tuttavia non ignaro di una possibile per quanto remota redenzione.

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