Weinstein. Caro La Cecla non sono d’accordo

Si discute molto, nelle ultime settimane, delle campagna internazionale #metoo – che, dal cosiddetto caso Weinstein in poi, si sta configurando come una forte presa di parola da parte di moltissime donne che hanno vissuto violenze e molestie sessuali. Non credo, da uomo, di essere nella posizione migliore per esprimermi al riguardo – e sono quindi rimasto colpito dal recente articolo di Franco La Cecla su queste pagine. Già nel titolo e nell’attacco del suo pezzo l’autore pone infatti, sia pure con sarcasmo, una questione metodologica di capitale importanza:

 

Chi scrive è un maschio, bianco, occidentale, anzi peggio, europeo, non indigeno, non appartenente a fedi religiose orientali, di mezza età, single, con un’educazione occidentale, anzi classica, – che altro devo dire per anticipare con i distinguo le classificazioni bio-politiche senza le quali non ho diritto a parlare di questa faccenda? – ho varie tessere, arci, feltrinelli, amici della musica, palestra e piscina, sono abbonato ad alcuni quotidiani cartacei e online oltre che alla metro milanese.

 

Perché mai, si domanda La Cecla, una persona con le qualità appena elencate non dovrebbe essere ritenuta nella migliore posizione possibile per parlare della violenza maschile sulle donne – visione che, a suo dire, sembrerebbe emergere da quella sorta di attentato castrante al desiderio che sarebbe la campagna in questione? Questo passaggio è anche la ragione per cui ho scelto di rispondere al suo scritto: se mi si abbuonano alcune tessere e la mezza età, tutte le caratteristiche menzionate potrebbero riferirsi a me. 

Per le ragioni che proverò a illustrare di seguito, sono convinto che, nell’attuale dibattito, le opinioni di due uomini siano piuttosto trascurabili, ma penso nondimeno che il mio intervento, per quanto di retroguardia, possa contribuire ad articolare un dissenso significativo rispetto ai molti modi possibili di essere maschi – condizione alla quale il sottoscritto non è immune. 

 

Mi rendo conto che una tale premessa possa disorientare chi legge, ed effettivamente scegliere di incominciare un testo mettendo in dubbio il proprio punto di vista è una pratica inconsueta e vagamente straniante. Il mio non vuole essere un vezzo letterario, ma un tentativo di spiazzamento: c’è una spiegazione epistemologica del perché io e La Cecla non siamo le persone più adatte a parlare di violenza e molestie sulle donne, ed è che si tratta di fenomeni che non abbiamo mai vissuto. Quasi trent’anni fa Donna Haraway lo spiegava in un saggio che avrebbe fatto scuola: il punto di vista di chi subisce una forma strutturale di ingiustizia non è intrinsecamente esente da obiezioni, ma è semplicemente quello meglio posizionato per criticarla, perché ne vive sulla propria pelle le modalità di funzionamento e le operazioni tramite le quali essa cerca di negare la prospettiva di coloro che ne sono danneggiate/i. Su intuizioni simili l’epistemologia femminista ha sviluppato una grande mole di riflessioni. 

Tra queste, quella di Miranda Fricker, che ha introdotto la nozione di ingiustizia ermeneutica per definire l’esperienza di quei gruppi che non riescono ad influenzare sufficientemente le rappresentazioni sociali della propria condizione di discriminazione: non bisogna essere degli storici per rendersi conto che, fino a non molti decenni fa, l’unico tipo di conoscenza sulla vita (la salute, i desideri, le aspirazioni, le capacità, il ruolo politico e sociale ecc.) delle donne ritenuta legittima era opera di uomini. Nel classico Le donne e la pazzia, scritto all’inizio degli anni ’70, Phyllis Chesler analizza come negli Stati Uniti una popolazione psichiatrica prevalentemente femminile fosse diagnosticata, psicoanalizzata, studiata e ospedalizzata da parte di professionisti uomini largamente imbevuti di pregiudizi patriarcali. Una delle esperienze più frequenti raccontate nel suo libro è quella di donne che, pur sulla carta non “malate” secondo gli (asfittici e assai dubbi) criteri del tempo, venivano internate in manicomio alla semplice richiesta dei mariti.

 

Si potrebbe ribattere che un ragionamento di questo tipo metta anacronisticamente in campo quello che, sempre su Doppiozero, Manolo Farci definisce come maccartismo contro gli uomini. In fondo, si dirà, i tempi sono cambiati e appiattire un intero genere su figure come Harvey Weinstein sarebbe estremamente miope. Si tratta di una replica abbastanza comune, che sviluppa una – attraente, perché comoda – distinzione tra uomini per male (che stuprano e molestano, dunque non hanno voce in capitolo sulle condizioni di vita delle donne) e uomini per bene (civili e rispettosi, di conseguenza pienamente titolati a prendere parte alle discussioni in merito). 

 

Sfortunatamente, il sessismo è un fenomeno strutturale che prescinde dalla eventuale buona volontà dei singoli – un punto ben evidenziato nel recente Piano antiviolenza di Non Una di Meno. Ad esempio, ammesso e non concesso che io possa inserirmi nelle fila dei “per bene” e che non abbia mai perpetrato mia sponte forme di violenza di genere, resta il fatto che godo, volente o nolente, di una serie di privilegi che mi derivano dall’essere maschio: posso vestirmi come voglio, passeggiare dove voglio, non mi è richiesto di farmi carico di una mole iniqua di lavoro di cura e riproduzione sociale, ho maggiori probabilità di raggiungere posizioni economicamente o socialmente ambite – la lista potrebbe continuare per pagine. 

Il problema non è tanto che qualche malintenzionato, nella posizione di potere del Weinstein del caso, potrebbe abusarne, ma che certe posizioni di potere, piccole e grandi, danno a chi voglia approfittarne una notevolissima possibilità di farla franca – e non occorre essere dei produttori miliardari per ottenere, magari inconsapevolmente, dei benefici da un sistema sociale fondato (anche) sulla violenza di genere. 

 

Ph Ren Hang.


Vero è che in questi giorni abbiamo letto pure di vicende – come quella che ha coinvolto Mariah Carey, accusata da un suo dipendente – in cui la direzione della denuncia è stata opposta: come renderne conto? È evidente, da un lato, che possono benissimo verificarsi episodi di uomini violentati o molestati da donne e, dall’altro, che essi non rientrano in una dinamica strutturale: è questo il motivo per cui, dati alla mano, una percentuale altissima di donne dichiara di aver subito una qualche istanza di violenza di genere nel corso della vita, mentre così non è per gli uomini. Che le denunce sul modello del bodyguard di Mariah Carey siano una parte infinitesima di quelle avvenute sulla scia di #metoo è altrettanto palese.

 

Questo non significa che gli uomini non debbano avere esprimersi nei dibattiti sul sessismo - tanto più che la discriminazione non è un monolite, e interseca sesso, genere, orientamento sessuale, razza, classe, e così via (come ci insegna, nemmeno a farlo apposta, una femminista come Kimberlé Crenshaw). Sarebbe difficile immaginare la fine del patriarcato senza che gli uomini si rendano conto di esso e si impegnino a fare la propria parte per superarlo – e la mentalità patriarcale è un dispositivo complesso, da quale nemmeno le donne sono immuni. Quello che non mi sembra ragionevole è che le voci maschili siano ritenute, in questa conversazione, più importanti o altrettanto importanti – abbiamo silenziato quelle altrui per millenni, non rischiamo certo l’afasia ad ascoltare di più adesso.

 

Ha commesso quindi un gesto simbolicamente assai violento il ragazzo (forse un provocatore) che, pur non avendo in alcun modo partecipato all’organizzazione dell’evento, né al cospicuo lavoro preparatorio svoltosi tramite tavoli tematici territoriali nei dodici mesi precedenti, ha preteso di porsi alla testa della marcia del movimento femminista Non Una di Meno lo scorso 25 novembre a Roma, venendo bruscamente allontanato da alcune delle organizzatrici (le quali, sia chiaro, lo invitavano semplicemente a porsi qualche decina di metri più indietro, lasciando condurre il corteo alle donne dei Centri Anti-Violenza). L’episodio ha ricevuto un notevole risalto mediatico – sul sito di Repubblica figurava tra le primissime notizie riguardanti una manifestazione che ha visto partecipare circa 150000 persone da tutta Italia, diventando per molti l’emblema di una ipotetica natura escludente del femminismo contemporaneo. 

 

Il rilievo di mero buon senso per cui in qualunque corteo politico la testa è occupata da quante e quanti hanno lavorato maggiormente per la sua organizzazione è tanto più calzante di fronte a un evento femminista: l’esclusione delle donne dalla sfera pubblica e la loro forzata relegazione in quella privata è una delle forme più tipiche ed antiche della violenza di genere, a cui sono state dedicate infinite analisi – mi si lasci ricordare almeno quelle di Carol Pateman e Jean Bethke Elshtain. La presa di parola da parte delle donne è, ci rammenta Chiara Cappelletto, uno degli interdetti della nostra cultura – e se si definisce mansplaining “il modo condiscendente e paternalistico con cui un uomo ci spiega qualcosa senza prenderci sul serio”, è tanto più centrale condannare un atteggiamento alla “Cara, ora ti spiego se/quanto/come sei oppressa” che spopola, per dirne una, anche nei nostri talk show televisivi. 

 

Sulla stessa linea, nelle discussioni pubbliche mancano oggi drammaticamente rappresentazioni non distorte di quell’insieme assai complesso e variegato di fenomeni che risponde al termine femminismo. Ci si imbatte con cadenza pressoché quotidiana in pile di editoriali ricchi di frasi del tipo “come vorrebbe il femminismo”, “come dicono le femministe” e così via – manco a dirlo, i più inclini a questo riduzionismo definitorio siamo proprio noi uomini. Ad espressioni del genere seguono di solito confutazioni nello stile di quella che in logica è nota come fallacia dello spaventapasseri: data una posizione x, si prende una sua versione fortemente caricaturale y e poi la si respinge, cercando quanto più possibile di fare leva sulle caratteristiche di y che non sono comuni anche a x. 

 

Non è necessario essere in malafede per commettere errori retorici simili, in cui talora cadono anche intellettuali stimati – anzi, le riflessioni astratte e colte rischiano alle volte di trovarsi specialmente esposte a un simile rischio, proprio perché tendono a fare del femminismo solo un insieme di libri e citazioni, piuttosto che un articolato movimento politico in cui è la prassi a generare teoria, e non viceversa. Esistono testi femministi o sedicenti tali di ogni tipo, alcuni anche apertamente omofobi, transfobici, xenofobi o reazionari. Capire quali di queste idee siano davvero influenzate dalle ed influenzino le rivendicazioni politiche (e fino a che punto) richiede un giudizio complesso e in ultima analisi un confronto diretto con le donne che la presa di parola di questo periodo la attuano nel proprio vissuto quotidiano. In una battuta, non ha senso che gli uomini (anche intelligenti, anche sensibili, qualunque cosa voglia dire) si mettano a fare i ventriloqui, invece di ascoltare la voce diretta di quante il femminismo lo incarnano.

 

Giunto sin qui non posso eludere oltre un tema tanto attuale quanto scomodo: molte persone (non soltanto sessiste né per forza di genere maschile) vedono nella mobilitazione intorno a #metoo una deriva pericolosa e potenzialmente giustizialista, un’inversione dell’onere della prova – l’instaurarsi, insomma, di una cultura del sospetto che rischia di rovinare l’esistenza anche di chi fosse innocente. Comprendo questa preoccupazione, ma vorrei provare ed esprimere in pochi, brevi punti perché mi sembra infondata.

 

Anzitutto, la campagna #metoo (basta controllare i contenuti contrassegnati da questo hashtag) è focalizzata su una – potentissima – rivendicazione di spazi di autonomia e libertà, sul rifiuto dell’auto-colpevolizzazione, sul superamento della vergogna prodotta da norme sociali patriarcali, non sulla produzione di elenchi infiniti di nomi e cognomi di maschi da mettere allo gogna come mostri. I pochi uomini la cui identità è finita in pasto ai media hanno, in molti casi, ammesso di aver compiuto almeno una parte degli atti loro contestati; i restanti, hanno negato godendo di ampio diritto di replica, annunciando in diversi casi di voler tutelare la propria reputazione in tribunale (aspetto su cui tornerò).

In secondo luogo, se lo spostamento (metaforico e non solo) dei processi dalle aule di tribunale ai mezzi di comunicazione è una tendenza deplorevole e purtroppo osservabile da tempo, questa dinamica per lo più sfavorisce le donne che denunciano. Se vogliamo riportare alla memoria casi celebri, possiamo citare la controversia che oppose negli Stati Uniti Anita Hill e il futuro giudice della Corte Suprema Clarence Thomas, durante la quale la prima subì un linciaggio tanto politico quanto mediatico per aver accusato di molestie il secondo, o quelle tristemente note come sentenze dei jeans. L’Italia, nonostante abbia ratificato la Convenzione di Istanbul (che prevede, tra l’altro, che gli antecedenti sessuali e la condotta della presunta vittima siano ammissibili unicamente quando pertinenti e necessari), vive ancora controversie circa la sua attuazione nei palazzi di giustizia – si pensi al caso del Fortezza da Basso. La mortificazione delle donne per la propria condotta sessuale percepita come “deviante” spopola non solo nelle sedi giudiziarie, ma pure sui media digitali e non, come ci ricorda amaramente la vicenda di Tiziana Cantone. Ciò non toglie, ovviamente, che anche degli uomini possano subire l’operare di meccanismi simili, ma sarebbe grave non notare come essi colpiscano le donne più spesso di quanto possano, in un senso, favorirle. 

 

Infine, la spiegazione del fatto che poche delle recenti denunce di violenze si siano basate sul ricorso a vie legali è che il diritto non favorisce le donne che sostengono di essere state molestate o peggio, ma casomai il contrario. Prendiamo la recente sentenza italiana che ha rigettato una denuncia per stupro (la donna che l’aveva sporta è ora addirittura accusata di calunnia), poiché la querelante si sarebbe “limitata” a dire “basta” all’imputato, ma non avrebbe gridato. Non si tratta peraltro solo di singoli casi, ma di fattori sistemici: la circostanza per cui, specialmente in quei contesti nei quali l’assistenza legale di qualità è particolarmente costosa, accusare una persona potente espone a elevati rischi economici in cambio di modeste possibilità di successo; i tempi stretti per sporgere denuncia; l’assenza di una sufficiente rete pubblica di supporto alle donne con vissuti di violenza. Dall’altra parte, chi si senta leso nella propria integrità da accuse false può querelare, intentare una causa per diffamazione chiedendo anche danni d’immagine ecc.

 

Concludo tornando dove avevo iniziato, vale a dire alla riflessione di Franco La Cecla: penso che in questi giorni dovremmo evitare tutti la postura gratuitamente polemica alla “chi scrive è un maschio e ora vi spiego cosa non va nel vostro (?) femminismo”. Se, dalla mia posizione epistemologicamente e politicamente miope di maschio, mi sono preso la briga di scrivere queste righe, è proprio per contrastare ogni caricatura in stile battaglia dei sessi, del tipo “la pensi così perché sei una donna/un uomo”. Troppo spesso, infatti, dietro a simili approcci pungenti e ostentatamente avversi al politically correct si possono nascondere, al netto delle intenzioni, posizioni di privilegio – dalle quali ci si presenta come bastian contrari mentre in realtà si rinfocola il senso comune. 

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