Matta-Clark e tutti gli altri

23 Dicembre 2023

Piacenza è una città di confine tra Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Liguria. La storia della città si intreccia con la fine dell’Impero Romano d’Occidente, con l’espansione della famiglia Farnese che nel 1545 la proclama capitale del ducato di Parma-Piacenza e sede della corte. Anche le sorti dello Stato Pontificio consentono alla cittadina ducale di avere un ruolo importante quando viene eletto Papa Paolo III, ovvero Alessandro Farnese. La caduta dei Farnese ad opera dei Gonzaga portò al dominio di Milano. I Farnese in due secoli si estinsero, e Piacenza finì sotto il ducato di Milano, preludio a quella influenza lombarda che si respira ancora oggi e che vede presente una sede distaccata del Politecnico. Il passaggio dai Farnese ai Borbone e poi agli Asburgo, favorì, come per Parma, un florido periodo culturale che pare esserci ancora oggi con la nascita di XNL, un centro culturale dedicato alle arti contemporanee fondato dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, e con l’apertura di uno spazio sperimentale e no-profit come Alfabeto Bianco, pensato dal gallerista Ruggero Montrasio. 

Alfabeto Bianco nasce dalla necessità di Montrasio di allestire dialoghi tra ricerche di artisti storicizzati e contemporanei, creando un fil rouge tra un passato recente, gli anni Settanta, e un presente proiettato nel futuro. Non c’è una necessità di vendere le opere perché Alfabeto Bianco è uno spazio dove si promuove l’arte e la cultura contemporanea. In fondo è una galleria non galleria in cui il silenzio aiuta lo spettatore nel concentrarsi perché sia l’opera a parlare. La prima mostra nell’autunno 2022 riguardava l’opera di Dennis Oppenheim, autore di opere performative nel paesaggio americano. Come scrive Germano Celant il suo lavoro “è un punto di intersezione, un incrocio dove vengono inventate libertà linguistiche e vengono stabiliti e definiti nuovi rapporti”.  Le azioni performative di Oppenheim definiscono rapporti diversi con lo spazio, cambia la percezione e il senso quando lui in Time Line (1968) taglia il ghiaccio a cerchi concentrici al confine tra USA e Canada, un confine anche tra due fusi orari diversi, con l’aiuto di Gordon Matta-Clark. La sua poliedricità è evidente nelle sperimentazioni nel lago di El Mirage in California con  Whirpool (1973). Lì due aerei tracciano segni bianchi a forma, appunto, di vortice, per poi scomparire. Il lavoro di Oppenheim essendo crossmediale, comprende anche la mappa geografica sulla quale viene riportato il progetto, dove lui compone una immagine unica che forma una cartofotografia, in cui all’interno del quadro sono collocate le sequenze fotografiche del processo e la mappa. 

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Giorgio Andreotta Calò, Icarus (ramo), 2023, fotografia Emanuele Piccardo

La seconda mostra di Alfabeto Bianco, la prima del 2023, è il dialogo tra Joseph Beuys e Enzo Cucchi. Il tema espositivo parte dalla storia dell’abbattimento dell’aereo dell’artista tedesco nel 1944 in Crimea. Beuys viene soccorso da nomadi tartari che lo avvolgono nel feltro per proteggerlo dal freddo, proprio questo materiale ritornerà nelle sue opere in varie forme. L’attenzione verso il pubblico e l’importanza della comunicazione di massa, mutuata dai Futuristi, si esemplifica in Beuys con la stampa di cartoline e manifesti per diffondere le sue idee e creare un legame con il pubblico. Il dialogo con Cucchi si attiva attraverso un gioco, Cuccchi, che l’artista progetta per la Playstation in cui è possibile giocare all’interno della sua opera esplorando diorami e labirinti. Così in galleria il pubblico può interagire contemporaneamente con Beuys sul piano dell’immaginario e con Cucchi sul piano del gioco. 

La sperimentazione di Alfabeto Bianco continua con la mostra in corso dedicata a Gordon Matta-Clark in dialogo con Giorgio Andreotta Calò, donna Kukama, Hans Schabus e Antonio Ottomanelli. Cosa può unire ricerche così diverse? A una prima impressione la ricerca di Matta-Clark ha una potenza e una forza espressiva che questi autori contemporanei non hanno, entrando in profondità il legame più logico è la temporaneità delle opere e il loro essere effimere. In questo senso non abbiamo interventi fisici su edifici abbandonati o destinati al degrado, c’è un’intenzione a presentare lavori che operano su più livelli. Così appare riuscito il lavoro di Andreotta Calò che installa Icarus (ramo), in una sottile mensola, sul fondo bianco del muro, una sorta di natura morta, ma viva, rappresentata da un ramo in bronzo bianco, sulla cui estremità è collocato un bozzolo dal quale uscirà una falena della specie Argema Mimosae. “Da questa attivazione – afferma Andreotta Calò – si innesca una relazione con lo spazio circostante attraverso il volo, ultimo atto del ciclo di vita dell’opera”. Questo atto assume la connotazione di una situazione temporanea che non si potrà più ripetere. 

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Gordon Matta-Clark, Arc de Triomphe for workers, 1975, courtesy Alfabeto Bianco

Il lavoro del fotografo Antonio Ottomanelli è senza dubbio il più coerente con il progetto politico di Matta-Clark, proponendo in Specters of Now, una riflessione tra spazio e terrorismo. Le casseformi, installate nello spazio esterno della galleria, contengono asfalto, dove le loro dimensioni variano a seconda dei morti provocati dagli attentati terroristici e in relazione ai luoghi in cui sono avvenuti. Questo approccio non è poi così distante dal concetto di site/non-site espresso da Bob Smithson. L’immagine dell’asfalto – afferma Ottomanelli – rappresenta in maniera capitale e drammatica la condizione di vittima e paradossalmente parifica e accomuna vittima e attentatore”. La ricerca di Ottomanelli è fortemente politica e può rappresentare quello che per Matta-Clark è stata la battaglia contro la gentrification e la proprietà privata che ha caratterizzato tutta la sua attività artistica.

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Antonio Ottomanelli, Specters of now, 2018, courtesy Alfabeto Bianco

Matta-Clark si era laureato in architettura alla Cornell University nel 1968, figlio del pittore e architetto Roberto Matta Echaurren e dell’artista americana Anna Clark.

Gli anni della formazione coincidono con il periodo delle rivolte degli studenti: il Free Speech Movement nel 1964 al campus di Berkeley, le manifestazioni nel 1968 a Parigi, Praga, Roma, Milano e le occupazioni delle università, con l’obiettivo di istituire nuovi programmi didattici conformi al cambiamento della società. Gli artisti escono dagli studi per agire fuori, nella città, come fa Matta-Clark, o nel deserto, come fanno Heizer, Smithson, De Maria, Oppenheim, Turrell. Lo spazio dello studio dell'artista viene messo in crisi, la galleria è il luogo dove presentare i lavori fatti nell'urbano e nei deserti. Nell'intervista al critico Donald Wall, Gordon Matta-Clark afferma il suo pensiero sul rapporto tra artista e galleria: 

"Non mi piace il modo in cui la maggior parte dell'arte deve essere osservata nelle gallerie, tanto quanto il modo in cui gli spazi vuoti fanno sembrare le persone o le piazze delle città create da grattacieli, ambienti privi di vita. E anche se il mio lavoro ha sempre sottolineato un coinvolgimento con spazi al di fuori del contesto studio-galleria, ho messo oggetti e documentazione in mostra negli spazi espositivi. Troppo spesso c'è un prezzo da pagare a causa delle condizioni espositive; il mio tipo di lavoro ne paga di più rispetto a molti, proprio perché i materiali di installazione finiscono per creare un riferimento confuso a ciò che non c'era”. 

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Gordon Matta-Clark,  Bin-go-ne by 1/9 THS, 1974, courtesy Alfabeto Bianco

La necessità di dissezionare, tagliare, smontare gli edifici, messa in pratica da Matta-Clark consente di fare una riflessione sul rapporto tra città, politiche pubbliche e abitanti che ancora oggi sono attuali. Il fascino esercitato su di lui dagli edifici dismessi e abbandonati, prima della loro demolizione, aumenta il senso e la potenza dei suoi interventi. La sua attitudine ad agire nello spazio urbano ha il suo epicentro nella New York della fine degli anni sessanta. Le case vengono demolite per lasciare spazio a nuove case per ricchi e grattacieli per uffici. L’educazione architettonica di Matta-Clark lo porta a intervenire in modo preciso: estrae parti di muri, tetti, facciate, altera la forma delle finestre. Così crea uno spaesamento, opera sul disequilibrio tra forma e struttura. L'architettura si trasforma, da volume diventa superficie per ritornare volume quando estrae un frammento di un tetto o di un muro e lo allestisce nella galleria. 

L’Italia è importante per Matta-Clark. La sua prima opera europea la realizza a Milano grazie al gallerista Franco Toselli. È il 1973 quando la Trisha Brown Dance Company è invitata a fare una performance nello spazio della galleria a cui aveva partecipato Matta-Clark insieme a Carol Goodden, sua fidanzata in quel periodo.

“Gordon l’avevo conosciuto nel suo bar a New York – afferma Toselli durante l’intervista che abbiamo fatto recentemente – era venuto a Milano con Trisha Brown e la Goodden...lui partecipava al movimento dei corpi […] E poi finita la performance Gordon mi disse se conoscevo un posto dove poteva agire sul muro, allora l’ho portato alla Brown Boveri. Lì ha individuato il luogo, abbiamo tagliato un pezzo e l’abbiamo portato in Via Melzo, in galleria, collocandolo nel cortile […]”.

L’opera a cui si riferisce Toselli è Infra-Form (1973), che da Alfabeto Bianco è rappresentata da una serie di fotografie a colori che mostrano il passaggio dal tracciamento del segno triangolare sulla parete, fino alle successive evoluzioni che hanno prodotto il taglio e l’estrazione del frammento murario. Matta-Clark usa il suo corpo nello spazio che si fa strumento per generare il processo creativo in cui la sua azione di sezionare lo spazio avviene con l’uso di trapano, sega e martello pneumatico come accade in Bin-go-ne by 1/9 THS (1974). Quest’opera viene realizza su invito di Artpark. Fondato nel 1974 come parco culturale stagionale all'aperto, lungo la gola del Niagara al confine tra Stati Uniti e Canada, è un radicale esperimento nell'interazione tra artisti e pubblico, nonché nella specificità del luogo, riuscendo a bilanciare con successo una missione popolare con la creazione di arte sperimentale. 

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Gordon Matta-Clark, Infraform,1973, courtesy Alfabeto Bianco

Bin-go-ne 1/9 THS viene realizzato in dieci giorni e consiste nel prendere una piccola casa tipica americana e sezionare la facciata in 9 parti uguali di misura 1,5x2,7 metri, grazie al permesso chiesto da Dale McConathy, curatore di Artpark, alla Niagara Falls Planning Commission in quanto la casa doveva essere demolita per una trasformazione urbana. Ma è ancora l’Italia a rientrare nel 1975 nella vicenda artistica di Matta-Clark con il lavoro per il gallerista Salvatore Ala a Sesto San Giovanni dal titolo evocativo Arc de Triomphe for workers (chiamato anche Working’s Man Arch e Walking Man’s Arch).

“Abbiamo viaggiato da Parigi a Milano – ricorda l’amico e assistente Gerry H. Hovagimyan – dove Gordon aveva una mostra presso la galleria Salvatore Ala. Salvatore aveva organizzato affinché Gordon potesse effettuare un taglio in un complesso di fabbriche abbandonate occupato da un gruppo di giovani marxisti [...] Ala non aveva il permesso di tagliare l'edificio, ma Gordon pensava che se avesse effettuato il taglio e donato l'opera alla comunità, potesse essere un modo per sensibilizzare la loro causa, forse generare reddito e alla fine preservare una delle sue opere”. Matta-Clark fece dei disegni che ricordavano le opere costruttiviste sovietiche e propose di tagliare un arco geometrico nella facciata di un muro del cortile di uno degli edifici.
“La forma di riferimento e l'inclinazione ricordano la Torre di Tatlin – continua Hovagimyan. – C'è una fotografia su cui ha disegnato, con una persona che cammina verso l'edificio come punto di riferimento per la scala. Io sono quella persona nella foto”. Quest’opera non realizzata dimostra comunque insieme a A W-Hole House realizzata a Genova nel novembre del 1973, dopo la prima esperienza milanese da Toselli, il suo rapporto con l’Italia e più in generale con l’Europa, senza dimenticare Conical Intersect (1975) per la Biennale di Parigi che, insieme a Splitting (1974) in New Jersey, sintetizzano bene la sua idea di arte che rimane contemporanea a distanza di cinquant’anni.

In copertina Gordon Matta-Clark,  Bin-go-ne by 1/9 THS, 1974, fotografia Emanuele Piccardo

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