Ceneri e lapilli: o del Lapo Pensiero

Dopo tante interviste e dichiarazioni, gli appassionati e gli estimatori non devono più passare in rassegna i fashion blog per avere il lapo-pensiero, ora esso è comodamente racchiuso in un volume. Eccolo qui: il formato è quello di un diario degli anni ’70, con le figurine da aggiungere, in forma di contenuti da aggiungere. La scrittura, firmata insieme a Michela Gattermayer, reca come etichetta: Le regole del mio stile. Ogni particolare è studiato, come i bottoni di sartoria che differenziano immediatamente lo smoking di panno verde che indossa il protagonista di questa avventura nel mondo del dettaglio. Le pagine, infatti, sono alla giapponese, vanno dal fondo verso l’inizio, scandendo immancabili appuntamenti.

 

 

I primi titoli sono dedicati senz’altro agli indirizzi immancabili: le pagine 2-6, spiegano al futuro dandy (ops, scordavo: l’autore odia essere definito con questa parola), dove recarsi a mangiare, a fare shopping, e perché no anche a vedere qualche museo, che male non fa. Immancabile anche la sezione onomastica, che indica la lapocentricità dell’universo, attraverso una serie di chiari indizi, definiti con esattezza Nomen Omen. Lapo, variante di Iacopo, significa colui che Dio ha protetto, la lap-dance è uno dei molti modi di ballare, lapsus è un errore non intenzionale, ma soprattutto lapillo è: “un cristallo, un pezzetto di roccia, o altro elemento piroclastico solido, lanciato da un vulcano, anche pietra preziosa”.

 

I lapilli di Lapo quindi sono quelli eruttati dai suoi cospicui armadi, inclusa una cabina che di per sé basterebbe per una casa comune in Scandinavia. Il ripostiglio vestiario non basta mai: le camicie proliferano, le cravatte si arrampicano lungo le pareti di casa decorate con opere pop. I gessati, che indossava con diletto dai nove ai quindici anni, in una personale rilettura della moda anni ’30, sono un intero plotone. Ma sia ben chiaro: c’è un dogma, a cui nessuno può mai sottrarsi nella cabina di Lapo: “la provocazione stupida mi dà fastidio”. Anche perché: “non è una questione di quanti abiti possiedi, quello che fa la differenza è come li porti”.

 

 

Per Lapo essere belli, in una prospettiva platonica, è in primo luogo far del bene al prossimo: offrirsi nella migliore versione possibile agli altri. E non si creda che questo stile inarrivabile sia volgarmente dovuto a un portafoglio ben fornito, checché! “Less is more. Meno c’è, meglio è. Oggi il lusso non è più il fare grande, è diventato guardare il piccolo, il particolare”. Con quel dettaglio il lapillo prende fuoco, brilla sul far del crepuscolo, ammalia i cuori degli spettatori.

 

 

Le persone conosciute sono come i capi amati agli appendiabiti: frammenti di un look e a concludere questo personale viaggio nella rappresentazione del novello capitano d’industria elegante, ecco una chiosa del padre, Alain Elkann, che chiude con uno spot familiare, avvertendo che per leggere porta gli occhiali ultraleggeri disegnati dal rampollo: lo stile è di famiglia!



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