Traslocare: che tenerezza!

Il 2 aprile ho traslocato. Mio figlio, che ha quasi sette anni, trova la parola trasloco molto interessante. Per settimane non ha fatto che ripeterla, lasciandosela rimbalzare in bocca come una caramella succulenta. E a sentirla pronunciare da lui, questa parola ancora così esibitamente latina, con quel prefisso tras- che precede loco (da locus), anche a me suona quasi leggera, inadatta a significare ciò che in effetti significa, ossia una delle azioni umane più pesanti e faticose che si possano immaginare. Credo invece che, col senno di poi (di questo poi che non è ancora abbastanza poi, trovandomi mentre scrivo nella risacca degli effetti psicologici e fisici del mio trasloco), ancora più pesante e faticoso sia comprendere con quanta leggerezza, inconsistenza, vanità, gli altri affrontino l’argomento, specie quando a traslocare siamo noi anziché loro.

 

Il fatto è che, in questi ultimi tempi, ogni volta che mi sono ritrovato a parlare del mio trasloco, immancabilmente mi sono sentito dire: “Sai, secondo studi recenti, il trasloco è la terza causa di stress psicologico dopo il lutto e la separazione”. In realtà questi studi recenti non sono poi così recenti, essendo il frutto del lavoro di Hans Selye, il medico austriaco che negli anni Cinquanta propose la definizione di “sindrome generale di adattamento”, vale a dire la somma delle strategie di risposta che l’organismo umano mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di una condizione di stress. Tuttavia nessuna delle persone con cui ho parlato del mio trasloco sarebbe in grado di ricondurre a Hans Selye la famosa terza causa di stress. Eppure tutti la espongono con grande naturalezza. Non solo. Tutti la espongono con il piglio di chi ti sta concedendo una gemma del proprio sapere. Naturalmente, prima che mi dedicassi a scrivere questa cosa, anche per me il nome di Hans Selye era sconosciuto, e immagino che tornerà a essere tale in un lasso di tempo abbastanza breve. Selye in effetti è un nome molto più difficile da ricordare che non la sua idea del trasloco come terza causa di stress. Quella, sono sicuro, resterà nella mia mente ancora a lungo.

 

Non è il primo trasloco che faccio. L’ultimo, prima di questo, risaliva a sette anni fa. È che, ripensandoci, gli altri traslochi, in confronto a questo, erano delle oneste passeggiate di salute. Sette anni fa, per esempio, non avevo un figlio, e avevo quindi molte meno cose da portare da una casa all’altra. D’altra parte l’idea centrale di un trasloco, nella sua essenza, nella sua asciutta banalità, è che traslocare in primo luogo significa spostare delle cose. Ora, se prendo un libro e lo sposto da una mensola a un tavolo, questo gesto attiverà in me una relazione spaziale, uno sforzo irrilevante in termini di fatica e un incremento infinitesimale nel meccanismo biologico che misura il mio livello di stress. Se dovessi elevare lo spostamento di un libro a unità di misura di un trasloco, potrei incominciare col dire che la mia biblioteca personale è costituita all’incirca da quattromila libri. Il problema è che in una casa non ci sono solo libri. Ci sono, per esempio, un frigorifero, un tappeto, un divano, delle sedie e così via. A quanti libri possiamo far corrispondere un frigorifero? Facciamo trecento libri? Ecco che ai miei quattromila libri effettivi iniziali va aggiunto il corrispettivo di trecento libri solo per simulare il peso di un frigorifero.

 

Abbiamo detto che prendere un libro e spostarlo da una mensola a un tavolo corrisponde a uno sforzo irrilevante. Prendere trecento libri tutti insieme, trasportarli dal terzo piano di un condominio al livello stradale, caricarli su un furgone, scaricarli una volta a destinazione, trascinarli dal furgone alla nuova cucina (che per inciso arriverà tra un mese, sottoponendo il nostro protagonista a un drammatico e progressivo incremento quotidiano nel meccanismo biologico che misura il suo livello di stress) corrisponde invece a uno sforzo diciamo considerevole. Ma una lavatrice è più pesante di un frigo, una lavatrice vale cinquecento libri. Il che significa che se tutto ciò di cui la mia famiglia dispone fosse una biblioteca di quattromila libri, un frigorifero e una lavatrice, il trasloco a cui dovrei provvedere equivarrebbe allo spostamento di quattromilaottocento libri.

 

Tuttavia una famiglia media dispone di molte più cose, i cosiddetti oggetti di uso quotidiano, oggetti presenti in un numero tale che servirebbe forse interrogarsi a fondo su come usiamo il nostro quotidiano. Inscatolando nella vecchia casa questi oggetti per prepararli al trasporto, e constatando il loro numero esorbitante, sono arrivato alla conclusione che il tempo che dovrei impiegare per usare ciascuno di questi oggetti non può in alcun modo corrispondere al tempo quotidiano, a meno che il giorno che noi conosciamo non fosse composto di centinaia di ore, anziché delle canoniche ventiquattro. Molti di questi oggetti li conserviamo non perché ne facciamo un uso quotidiano, ma per utilizzarli quando ci servono. Ci sono oggetti che negli ultimi sette anni non mi sono mai serviti. Altri li conserviamo per ricordo. Mia moglie, per esempio, su una scatola ha scritto: Vestiti storici. Non sono sicuro che quei vestiti abbiano fatto la storia, e non sono sicuro nemmeno che negli ultimi sette anni lei abbia trascorso un solo minuto del suo tempo a contemplarli struggendosi nei ricordi. La scatola dei vestiti storici, nell’unità di misura dei traslochi, equivale a un migliaio di libri. Per dire.

 

Viktor Vasnetsov, Trasloco, 1876.

 

Organizzare un trasloco significa innanzitutto ridurre le cose a unità, in termini pratici fare degli scatoloni. Su questo punto il traslocatore che ho ingaggiato è stato categorico: “Niente oggetti sparsi, dovete farmi trovare i colli perfettamente separati”. Il traslocatore in realtà non è un traslocatore. Fa un altro mestiere, vende arredi vintage. Da lui di recente ho comprato uno scrittoio scandinavo degli anni Sessanta e una lampada ad arco più o meno dello stesso decennio. Quando mi ha portato la lampada nella casa nuova si è proposto di fare lui stesso il trasloco. È stata una benedizione, perché è un uomo molto calmo e molto istruito, cosicché tirando giù per le scale un tavolo in noce massello dei primi del Novecento dal peso equivalente di tremila libri abbiamo discusso amabilmente di storia dell’arte. Questo ha tenuto lontano da me la tentazione delle blasfemie. Quando si è presentato alle sette del mattino del 2 aprile con una monovolume color mezzo corazzato della Wehrmacht mi sono interrogato su come avrebbe fatto a trasportare tutto. La risposta è arrivata al quindicesimo carico e scarico (e conseguente viaggio) tra la casa vecchia e la nuova. Delle coppie sposate si dice che con il tempo viene la pace e con essa la stima; lo stesso vale nel rapporto che si deve instaurare con il traslocatore. Nel mio caso, pace e stima sono arrivate tra il secondo e il terzo carico.

 

Nel vedere la mia mobilia allineata lungo la strada in attesa di essere caricata sul mezzo corazzato ho pensato che chiunque passasse di lì in quel momento avrebbe potuto sbirciare nell’intimità della mia famiglia. C’è in effetti un che di angosciante negli interni delle case trascinati in strada, nei furgoni con gli sportelli aperti attraverso cui si intravedono le reti dei letti, le armadiature, le sedie, le piantane, gli scatoloni pieni di foto ricordo, i vestiti impilati nei sacchetti porta-abiti, oggetti che, dislocati alla luce del sole, assumono un’aria arresa. Quello che per me era un malessere ovattato, in molti dei passanti si trasformava in puro sdegno. La gente, quando si trova al cospetto di un trasloco in corso d’opera, è mossa da un istinto a metà tra la curiosità e l’irritazione. Dev’essere l’impulso ancestrale dell’animale cacciatore che attende nascosto, nell’erba alta, per rendersi invisibile alla sua preda. O semplicemente il fatto che se la bestia umana si imbatte in un’altra bestia umana in difficoltà, il carattere primordiale spinge la prima bestia a fare a pezzi la seconda.

 

“Uscendo di casa ci si chieda prima cosa bisogna fare, rientrando ci si chieda cosa si è fatto” (Cleobulo). La saggezza degli antichi filosofi greci mi viene in soccorso a cominciare dalla mattina del 3 aprile, ossia dal giorno successivo al mio trasloco, il primo giorno nella nuova casa, allorché incomincio a imbattermi in una quantità pressoché infinita di problemi. Un concetto di gran moda nel mondo in cui vivo, che trova applicazione nei più disparati campi umani, e che negli ultimi anni è diventato un requisito fondamentale, per esempio, richiesto a molte categorie di lavoratori, soprattutto nelle cosiddette figure apicali, è il problem solving, l’espressione che indica il processo messo in atto per analizzare una determinata situazione problematica e per meditare una possibile soluzione. Nella somma di tutte le cose reali entro cui si vive, risolvere problemi è un fattore primario per l’esistenza dell’uomo. Il primo giorno che segue un trasloco è il giorno in cui scopriamo se possediamo o meno (e – se sì – in che misura) questa qualità.

 

Principalmente, come ha scritto Chatwin nei Taccuini, “la casa è una perversione”. Affinché una casa sia accogliente c’è bisogno che una quantità esorbitante di cose funzionino. La perversione della casa sta innanzitutto in questo. Io, nella prima settimana di vita nella nuova casa, ho visto passare un muratore, un idraulico, un antennista, un giardiniere, un fabbro, un parquettista, un elettricista e mio cognato, che di mestiere fa il perito assicurativo ma che se la cava egregiamente nei cosiddetti lavoretti di casa, il quale ha tentato di mettere una toppa laddove tutte queste maestranze hanno fallito. Per dirla in altre parole: nei giorni in cui i Moratti compravano una casa a Milano trovandoci dentro per puro caso un murales di Keith Haring, io prendevo questo appartamento in affitto a Roma nel quale non c’è traccia dell’opera di artisti pop, ma in compenso si staccano le mattonelle della cucina e del bagno, va in corto l’impianto elettrico, si blocca il cilindro della serratura, tace il segnale del digitale terrestre, c’è un’invasione di formiche, si ottura lo scarico della lavatrice, si rompe una serranda elettrica e saltano via le assi del parquet anche solo a guardarle. Tutti questi artigiani e tecnici specializzati sono passati nella mia nuova casa per risolvere questo variopinto assortimento di problemi ai quali, nella mia infinita inettitudine, non avrei mai e poi mai saputo porre rimedio. Dal che ho dedotto di non possedere la famosa capacità di problem solving.

 

In un manuale in cui si approfondisce questa speciale filosofia del quotidiano ho letto una frase del genere: “Dal modo in cui saprai affrontare e risolvere le difficoltà e gli inconvenienti più o meno gravi che incontrerai, dipende in gran parte la qualità della tua vita”. Per questa via credo di aver avuto la risposta a uno dei quesiti che più mi hanno attanagliato negli ultimi anni: perché faccio una vita di merda?

E infine quand’è che ho trovato la pace? Beh, la pace è un’idea al di sopra delle mie possibilità. Tuttavia, oggi che è il 12 di aprile ed è sera, mentre sono seduto sul divano nuovo in un soggiorno per metà ancora invaso di scatoloni, guardando in tv un documentario sullo scavo del canale marittimo di Manchester, un’opera di ingegneria realizzata nel 1882, osservando le grane colossali a cui quegli uomini dovettero far fronte, le soluzioni che individuarono, la quantità di persone che ci lasciarono le penne, ho realizzato che forse, tutto sommato, traslocare non è questa grande impresa. Poi ho ripensato al meccanico a cui ho portato la macchina nei giorni immediatamente precedenti al trasloco (rottura del termostato, altri due giorni di ferie) il quale, al cospetto della macchina piena di scatole di cartone, scuotendo la testa mi ha detto: “Stai facendo un trasloco? Che tenerezza…”.

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