Il primo è stato il fotoreporter americano James Foley. Poi nell’arco di un mese sono stati decapitati il reporter statunitense, Steven Sotoff, e il cooperante scozzese David Haines. Il rito pressoché identico prevede che il condannato sia vestito di un camicione arancione, mentre il boia è in nero, con il capo e il viso occultati. Tiene in mano un coltello esibito come strumento di morte. La decapitazione ha generato un immediato senso di orrore lasciando attonita e stupefatta l’intera platea televisiva occidentale e il popolo del web. Le immagini della decollazione sono state viste da milioni di persone e commentate da giornali, televisioni, siti internet. Un commando di Talebani entra in una scuola in Pakistan, a Peshwar e uccide a freddo 132 bambini e i loro insegnanti, come a Beslan, per poi essere ucciso a sua volta dalle forze di sicurezza. Non è finita lì. Da vari mesi è un susseguirsi di sgozzamenti, decapitazioni, eccidi. Altri bambini la cui colpa era di aver assistito a una partita di calcio. L’ISIS, lo stato islamico, o Califfato, come si è autoproclamato, continua imperterrito la strage. Fino al massacro di Parigi: lupi solitari, si è detto.

 

L’orrifico delle decapitazioni è entrato nelle case degli abitanti dell’Europa e dell’America. Qualcosa che era scomparso dalle piazze del Vecchio Continente da due secoli, almeno, ha fatto così la sua cruenta riapparizione, per quanto ci siano state, spesso invisibili, decapitazioni nelle guerre combattute nella ex-Jugoslavia, e in altri sequestri di ostaggi. Basti ricordare il reporter americano Daniel Pearl, sequestrato in Pakistan e decapitato nel 2002, e il giovane imprenditore Nicholas Berg in Iraq nel 2004: non sempre così platealmente visibili all’opinione pubblica. Le loro decapitazioni non prevedevano la “serialità” che caratterizza quelle recenti in Siria e in Libia. Non c’era una telecamera che riprendeva, un occhio elettronico che guardava. All’inizio del suo volume Sorvegliare e punire (1975) Michel Foucault racconta un supplizio, tratto dalla “Gazzetta di Amsterdam”, cui è condannato il 2 marzo 1757 tale Robert-François Damiens. Il suo corpo è squartato tra terribili tormenti sulla pubblica piazza a opera di sei cavalli, che tirano le membra da parti opposte. Nell’arco di pochi decenni da quella data in Europa si smette di amputare, fare a pezzi e marchiare i condannati; il corpo non è più oggetto dello spettacolo pubblico, così da scomparire come “principale bersaglio della repressione penale”. Salvo poi fare la sua terribile ricomparsa con il Terrore, attraverso l’uso della ghigliottina e delle teste mozzate esibite, ancora sulle piazze, durante la Rivoluzione francese.

 

Caravaggio, Giuditta e Oloferne, 1599

 

Nel sistema giuridico americano, dove tuttora esiste la pena di morte, cancellata invece in Europa, ha ricordato qui Giorgio Mariani, è contemplata l’uccisione del condannato mediante una iniezione letale, sistema indolore e privo di spettacolarità. Nella cultura puritana di quel paese, almeno sul suo territorio, è respinta come barbara ogni forma di decollazione: la testa non può e non deve essere separata dal corpo, il quale va conservato nella sua integrità nel momento in cui viene eseguita una sentenza di morte. L’orrore che hanno suscitato i filmati dell’ISIS proviene anche da questa tradizione, oltre che dal culto del corpo che negli ultimi settant’anni si è diffuso in Occidente. Questo nonostante che nei decenni passati in Europa, come in altri luoghi del Pianeta, siano accaduti fatti terribili, le guerre e i conseguenti massacri della ex-Jugoslavia, o le vicende del genocidio in Ruanda, con amputazioni, decapitazioni, squartamenti.

 

In Europa la decapitazione degli ostaggi americani e inglesi nelle mani dei membri dell’ISIS sono state vissute come un ritorno al passato, a pratiche medievali, barbariche. Che sopravvivono però nella nostra tradizione iconografica, almeno in quanto immagini di culto, che insieme condannano l'atto e suscitano compassione o devozione per la vittima, come quelle di san Giovanni Battista, o viceversa (con sinistra parentela di certe decollazioni odierne) vengono glorificate come atto pio, di giustizia e libertà, come nel caso di quella inflitta da Giuditta nei confronti di Oloferne, come ci ha ricordato non molti anni fa la mostra allestita da Julia Kristeva al Museo del Louvre, poi raccolta in La testa senza il corpo (Donzelli). C’è persino un santo, San Dionigi, protettore di Parigi, il cui miracolo è consistito nel mettersi sotto braccio la propria testa tagliata, per mano dei soldati romani, e risalire la collina che prende ora il suo nome nella capitale francese.

 

Srebrenica, 1995

 

Per quanto espunto dalla nostra giustizia, l’orrore ritorna continuamente nelle nostre cronache. Si è letto solo poche settimane fa di una madre che avrebbe ucciso il proprio bambino, o di un padre che ha colpito a morte i propri figli e anche la moglie (anche l’altro giorno di nuovo). L’orrore è cosa ben diversa dal terrore che con gli atti di decapitazione l’ISIS vorrebbe provocare nel mondo occidentale, qualcosa di più profondo e radicale. La parola “orrore”, ricorda Adriana Cavarero, viene dal verbo latino horreo, di incerta etimologia ma di sicuro significato: indica il rizzarsi dei peli del corpo, il loro tremolio per via dello spavento. Secondo uno studio a rizzarsi sarebbero i capelli, azione inconsueta ma possibile, che si conserverebbe nel significato della parola italiana “orripilante”. La filosofa nel suo libro Orrorismo (Feltrinelli), il cui titolo costituisce un neologismo, sostiene che esiste una “fisica dell’orrore”, collegata a quella dell’agghiacciarsi, reazione fisiologica al freddo, che provoca la cosiddetta “pelle d’oca”. Sono tutti stati del corpo, reazioni, che colpiscono chi è esposto direttamente a spettacoli orripilanti.

 

Primo Levi, all’inizio della Tregua, descrive la reazione dei giovani soldati russi che raggiungono il Lager dove il deportato si trova nel gennaio del 1945. I russi osservano dall’alto dei loro cavalli lo spettacolo bestiale dei cumuli dei cadaveri abbandonati dai nazisti in fuga. Orrore e insieme ripugnanza, qualcosa di diverso dalla paura che in un libro, Poteri dell’orrore (Spirali), Julia Kristeva ha definito “ribrezzo”. C’è una figura classica che incarna perfettamente l’orrore di cui si parla: Medusa. La sua visione agghiaccia, paralizza, pietrifica. L’orrore è tale che chiunque ne fissi il viso – gli occhi, lo sguardo, ma anche i capelli a forma di serpenti come l’ha dipinta Caravaggio – viene trasformato in pietra. Quelle che si presentano al nostro sguardo nei film rilasciati nel web dai carnefici dell’ISIS sono immagini inguardabili, ripugnanti, che fanno ribrezzo. Lo scopo di questi carnefici non è solo quello di uccidere, bensì d’infierire sul corpo, esattamente come accadeva nei supplizi che precedono le riforme penali prodotte dall’Illuminismo nel diritto occidentale. Si vuole distruggere l’unità del corpo provocando negli spettatori l’orrore. Più questo, ribadisce Cavarero, che non il terrore.

 

Benevenuto Cellini, Perseo con la Medusa, Firenze, Loggia dei Lanzi, 1545-1554

 

C’è un’altra figura mitologica, che viene spesso evocata proprio per definire l’altro aspetto dell’orrore, cui ci hanno abituato le cronache recenti: Medea. Ripudiata da Giasone a vantaggio della figlia del re di Corinto, Medea uccide i suoi figli per vendetta, come racconta Euripide nella tragedia. Lei che aveva aiutato il suo uomo a conquistare il Vello d’oro, diventa il modello degli infanticidi a seguire. In una versione del mito citata da Károly Kerényi, Medea taglia a pezzi i corpi delle sue vittime, evocando così la fantasia orripilante dello smembramento. Adriana Cavarero sottolinea come non esista un analogo mito maschile per descrivere l’orrore dell’uccisione dei propri congiunti, e come l’orrore dell’infanticidio sia ascritto alla madre quale segno di una follia estrema. Per riscattare Medea, o almeno cercare di capire l’orrore che la abita, la filosofa ricorda un episodio presente nel libro di W. G. Sebald, Storia naturale della distruzione (Adelphi), dedicato ai bombardamenti con cui gli Alleati distrussero le città tedesche nel corso del Secondo conflitto mondiale. Durante una delle fughe dalle tempeste di fuoco, a una donna si aprì di colpo la valigia che recava con sé. Non conteneva gioielli, indumenti o oggetti, bensì il cadavere di un bambino, suo figlio. Sebald riporta altri casi da lui riscontrati, in cui le madri recarono con loro nella fuga corpi di bambini soffocati dal fumo o uccisi da altre cause durante i bombardamenti. Nella loro immensa disperazione, scrive Cavarero, in cui l’orrore le aveva colpite in profondità, queste donne cercavano di curare le loro inermi creature oltre la stessa morte. Un modo per salvare i corpi dall’orrore terribile di quella distruzione.

 

Davanti all’orrore delle immagini trasmesse dal web o sui canali televisivi, riportate nelle pagine dei giornali sotto forma di fotografie, a Gaza come in Afghanistan, in Cecenia come in Siria, possiamo decidere legittimamente di distogliere lo sguardo, cambiare canale, girare pagina, per non restare paralizzati, pietrificati da quello che si vede. Per quanto evochino qualcosa di pornografico – piacere morboso insieme all’orrore, com’è stato giustamente detto –, non possiamo esimerci dal sapere che queste immagini hanno un valore etico, come ci ha ricorda Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri (Mondadori). Fanno sorgere domande decisive e ci rendono consapevoli del fatto che esseri umani commettono cose terribili nei confronti di altri esseri umani. Cavarero la chiama “la violenza sull’inerme”, ed è questo il vero orrore che suscitano in noi. Bisogna esserne consapevoli.

 

 

L’articolo è comparso in forma abbreviata su L’Espresso

 
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