Primo Levi e La notte dei Girondini

Nell’agosto del 1975 Primo Levi scrive a Luciano Foà, uno dei fondatori dell’Adelphi, per proporgli la traduzione di un libro che gli sta molto a cuore: La notte dei Girondini. Scritto da Jacques Presser è apparso in olandese nel 1957. Levi non sa l’olandese, come afferma in un suo racconto (Un “giallo” nel lager), e tuttavia pensa di tradurlo. Come pensa di riuscire a farlo? Un piccolo mistero che forse ora sappiamo svelare. Ma andiamo con ordine.

 

Luciano Foà è la persona che alla fine degli anni Cinquanta ha caldeggiato da Einaudi, in qualità di segretario generale della casa editrice, la ripubblicazione di Se questo è un uomo. Lo scrittore torinese potrebbe avere proposto la traduzione al suo editore; oppure si è rivolto direttamente a Foà, sapendolo sensibile al tema; sua l’iniziativa di pubblicare da Einaudi il Diario di Anna Frank nel 1954. Dopo un breve scambio di lettere raggiungono un accordo per il contratto. A settembre Foà gli telefona per dargli il via.

La traduzione esce nel 1976 con una nota dello scrittore. Si tratta di un testo importante, il primo in cui Levi parla esplicitamente di quella che sarà la “zona grigia”, ovvero l’ampia area che separa i carnefici dalle vittime, che troverà la sua definizione nell’omonimo capitolo de I sommersi e i salvati nel 1986. Il passo della nota a Presser suona così: “da molti segni pare sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa le vittime dai carnefici, e di farlo con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto ad esempio in alcuni recenti film ben noti”. Il film cui allude è quello di Liliana Cavani, Portiere di notte, di cui parlerà ancora.

 

Jacques Presser è uno storico olandese, studioso di letteratura; docente nei licei, è ebreo. A partire dal 1941 ha insegnato nel liceo ebraico di Amsterdam; sua moglie, Deborah Appel, nel 1943 è stata arrestata e portata a Westerbork, il campo di smistamento, e da lì inviata a Sobiror, dove è probabilmente morta. Presser rimane nascosto per tutto il corso della guerra. Nel 1949 scrive una biografia di Napoleone, e l’anno seguente è incaricato, in quanto docente di storia dell’Università di Amsterdam, di scrivere per conto del governo olandese un rapporto sulla persecuzione degli ebrei nel paese durante il secondo conflitto mondiale. La notte dei Girondini non si basa perciò su esperienze dirette del Lager, ma prende corpo attraverso la gran massa di documenti e testimonianze raccolte da Presser nel corso del lavoro. Nel dopoguerra Presser scrive sotto pseudonimo anche dei romanzi gialli.

 

Il libro è uscito in prima edizione nel 1957, quale omaggio per la “Settimana del libro”. Vince un premio e subito viene ristampato dalla casa editrice Meulenhoff. A partire dal 1963, come ha mostrato uno studio di Bert de Waart, è tradotto in sette lingue; la prima traduzione, in inglese, appare negli Stati Uniti nel 1958 da Breaking Point, l’edizione tedesca, presso Rowohlt, nel 1959. Ha un immediato riscontro di pubblico, ma poi viene dimenticato; tuttavia nel 1965, quando Presser pubblica un altro volume per cui è noto, Ondergang (Sterminio), sulla distruzione degli ebrei olandesi, c’è un nuovo interesse intorno alla sua opera.

 

Tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976 Levi traduce il libro. È per lui un’esperienza molto forte, tanto da trarne un’emozione violenta, come dice a Gabriella Poli e Giorgio Calcagno: «traducendo ho rivissuto Auschwitz. E scrivere la prefazione mi è costato molto. Ma è tempo di affrontare anche gli argomenti che scottano. Lo spazio tra carnefici e vittime è una zona grigia, non è un deserto» (in Echi di una voce perduta, Mursia). L’introduzione mette bene in luce le questioni che hanno spinto Levi a proporne la traduzione. Sono almeno tre. Primo: il romanzo racconta la situazione terribile della deportazione quasi fosse una storia vera; secondo: narra la storia della crisi d’identità di un ebreo occidentale; terzo: contiene il ritratto di un ebreo che collabora con i nazisti. Il romanzo è imperniato sulla vicenda di Jacques Suasso Henriques, docente di storia in un liceo ebraico, probabile controfigura dell’autore. Come Levi è un ebreo assimilato, ma con un particolare non secondario: disprezza gli ebrei paurosi. Jacques racconta a scuola un episodio della Rivoluzione francese, da cui prende il titolo il volume: la notte del 31 ottobre 1793 ventuno deputati della Gironda vengono ghigliottinati. Uno studente della scuola, che l’ha ascoltato, lo spinge a unirsi al padre che è il capo del servizio d’ordine ebraico a Westerbork, il campo di smistamento. Suasso si salva dalla deportazione in questo modo, ma nel campo, oltre alla figura del collaborazionista Cohn, incontra un ebreo, Jeremia Hirsh, che lo induce a riflettere sulla sua identità ebraica. Da Westerbork parte ogni settimana un treno che porta gli ebrei nei campi di sterminio. A decidere chi va è il servizio d’ordine. Nel momento in cui Hirsh deve salire sul treno, Suasso ha un alterco con Cohn e lo schiaffeggia, perciò viene messo in punizione e destinato a partire con il trasporto successivo. Il libro è il memoriale scritto da Suasso durante questo tempo d’attesa, un continuo andare e venire tra il passato ad Amsterdam e il presente nel campo.

 

Levi sottolinea una serie di aspetti importanti del libro. Attraverso la figura di Hirsh mostra il possibile ritorno alla religione dei padri dell’ebreo assimilato Jacques; lo scrittore torinese la definisce «una via di salute», ma subito precisa che non è l’unica. La notte dei Girondini evidenzia anche l’«odio giudaico verso se stessi», un aspetto della crisi d’identità ebraica in Europa. Levi scrive poi che individui come Cohn esistono «allo stato virtuale»; in condizioni normali, prosegue, non sono riconoscibili (Cohn vuol diventare banchiere), ma una persecuzione spietata «li sviluppa e li porta alla luce e al potere». Il potere è la chiave di volta della loro trasformazione, come ricorderà poi in I sommersi e i salvati.

 

Di nuovo riaffiora, seppur in modo diverso, un aspetto che gli era già chiaro vent’anni prima, nel 1955, quando aveva scritto un intervento (Anniversario): il nazionalsocialismo non santifica le vittime. Oggi aggiunge: «le degrada e le sporca, le assimila a sé, e ciò tanto più quanto più esse sono disponibili, bianche, prive di un’ossatura politica o morale». Cohn, prototipo dell’ebreo che collabora con i nazisti per sopravvivere, è detestabile e mostruoso, «ma la sua colpa è il riflesso di un’altra colpa ben più grave e generale».

 

Sono parole importanti nel momento in cui si torna oggi, quarant’anni dopo, a parlare, con l’uscita del film di Claude Lanzmann, L’ultimo degli ingiusti (si veda l’intervista con il regista francese), dedicato a Benjamin Murmelstein, rabbino viennese e poi capo del Consiglio ebraico di Theresienstadt, ghetto modello costruito dai nazisti per mostrare al mondo come venivano trattati gli ebrei deportati. Il rabbino Murmelstein è l’unico Decano dei ghetti costruiti dai nazisti a essere sopravissuto; su di lui pende l’accusa di essere stato un collaboratore delle SS, di Eichmann in particolare. Alla sua morte gli ebrei romani, città in cui si era stabilito dopo la fine della guerra, rifiutarono di seppellirlo all’interno del cimitero ebraico. Murmelstein è una figura simile a quella di Chaim Rumkowski di cui Levi parla sia in un racconto di Lilìt che in un capitolo de I sommersi e i salvati (ho ricostruito la vicenda qui).

 

Levi parla nella presentazione del romanzo di Presser del “contagio del male”, espressione che gli deriva da Manzoni. Quanto il collaborazionista Cohn è giudicabile? Dopo aver detto che è tipico di un regime criminoso come quello nazista di «svigorire e confondere le nostre capacità di giudizio», Levi scrive nella prefazione a La notte dei Girondini che «il senso del libro è che Cohn è giudicabile». L’affermazione di Cohn «se non lo facessi io, lo farebbe un altro», gli appare capziosa. «Ci si deve rifiutare, si può sempre, in ogni caso», aggiunge. Chi mette la mano nell’ingranaggio è perso. Ma subito precisa, secondo una gradazione del giudizio che ritroveremo nove anni dopo in I sommersi e i salvati, Cohn è colpevole, ma ha un’attenuante: la coscienza che davanti alla violenza si resiste, non si cede, è del dopo, «non di allora». L’idea della resistenza, aggiunge con attenzione al dato storico e politico, è maturata proprio dopo la tragedia della Guerra mondiale; prima «era prezioso patrimonio di pochi». Oggi, dopo il romanzo di Presser, «chi vuole intendere può intendere, e mi pare che questo libro lo possa aiutare».

 

Ma come è arrivato Levi a conoscere il libro dello storico olandese? Nella introduzione scrive di essere caduto per caso su questo libro, parecchi anni prima. Usa proprio questa espressione, “caduto”, forse non a caso, vista la reazione che gli ha suscitato. Ma quando è avvenuto esattamente? Finora non eravamo in grado di dirlo con esattezza, ma oggi grazie a una lettera di Levi a Hety Schmitt-Mass lo possiamo sapere. Si tratta di una missiva del 30 aprile del 1967 spedita a questa donna che ha avuto con l’ex deportato torinese una lunga corrispondenza, descritta in modo stringato, ma esauriente, nel capitolo Lettere di tedeschi, con cui si chiude il suo ultimo libro, I sommersi e i salvati.

 

Sullo scambio epistolare di Levi con Hety che va dall’ottobre del 1966 al novembre 1982, anno in cui lei scompare improvvisamente, si possono leggere le pagine di Lettere ai tedeschi. Ricordo solo che Hety era una coetanea di Primo, membro del partito socialista tedesco, militante ed esponente di rilievo regionale, figlia di un pedagogista socialista deportato a Dachau, moglie di un chimico tedesco, collega di quel Müller, che Levi cita nel racconto Vanadio (Il sistema periodico), presente nella Buna dove il giovane chimico italiano era stato prigioniero.

 

Nell’aprile del 1967 Levi parla in una lettera a Hety del libro di Presser. Le dice che lo riceverà direttamente da Rowolt (è l’editore che l’ha pubblicato in Germania); le chiede di leggerlo e di paragonarlo a un altro libro, Treblinka, di Steiner. Il tema che gli interessa in La notte dei girondini è «l’allarmante argomento della collaborazione ebraica (e norvegese e italiana, e francese,e ucraina, e, perché No? Tedesca) con i Nazi»; la lettera è scritta in inglese. Aggiunge di non conoscere Presser personalmente, ma spera di incontrarlo con Saul Bellow e André Schwart-Bart a un meeting tra scrittori ebrei a New York fissato nel novembre seguente, cui si augura di partecipare (“se ogni cosa funziona”). L’incontro non avverrà.

 

Non sappiamo ancora chi abbia dato a Levi l’edizione tedesca del libro, o forse quella olandese, e poi lui si è procurato quella tedesca. Secondo Ian Thomson, biografo di Levi, sarebbe stato Rolf Orthel, che lo aveva intervistato per un documentario; ma Orthel ha negato; allora è stato suggerito il nome di Philo Bregstein, amico di Presser, ma anche questi, interrogato al riguardo, ha smentito. Resta il fatto che il volume contiene in italiano una postfazione di Philo Bregstein e una Cronologia, scritte entrambe in olandese, che mancano in altre edizioni, tra cui quella tedesca. Chi gli ha tradotto i due testi dall’olandese? Forse Levi, che conosceva il tedesco, e possedeva uno spiccato talento per le lingue, si è tradotto da solo con l’aiuto di un vocabolario, grazie anche alla vicinanza dell’olandese con il tedesco? Difficile dirlo con certezza.

 

Dunque, la conoscenza del libro di Presser da parte di Levi risale a parecchi anni prima, quasi un decennio, rispetto alla traduzione, e il tema della collaborazione degli ebrei con i nazisti ben precedente la traduzione del libro. Se ne parlava in Europa e in America dopo il processo ad Eichmann, e grazie soprattutto al reportage di Hannah Arendt, e al suo libro, tradotto in italiano con il titolo di La banalità del male nel 1964. Si può dunque far risalire alla fine degli anni Sessanta la prima riflessione sulla questione della “zona grigia”? Di sicuro la formula ancora non c’è, e per forza di cose il tema maturerà pian piano, come ho avuto modo di raccontare nelle note al secondo volume delle Opere (Einaudi 1997), ma il problema deve aver cominciato a lavorare nella mente di Levi.

 

Detto questo, resta da capire da che lingua Levi abbia tradotto il libro di Presser, non conoscendo l’olandese. Una prima risposta viene da due giovani studiosi. Lina Insana, docente americana, ne ha parlato in un libro, Arduous tasks: Primo Levi, translation and the transmission of Holocaust testimony (Toronto Press, 2009) e Bert de Waart in Da De nacht der Girondijnen a La notte dei Girondini (in “Italinistica Ultraiectina", Utrecht 2014). Il secondo è olandese e conosce il tedesco, per cui ha messo a confronto l’edizione olandese, la tedesca e l’italiana opera di Levi. Sappiamo, dopo la lettera a Hety, che la versione su cui Levi ha lavorato è probabilmente quella tedesca. Bert de Waart esclude che Levi abbia usato la versione inglese, e mette a confronto passi paralleli delle tre versioni. Sostiene che in vari casi Levi abbia frainteso il testo tedesco, di per sé abbastanza corretto, scrive, rispetto all’originale olandese.

 

Lina Insana, da parte sua, tra le altre cose, fa derivare una frase della traduzione di Levi dal titolo del libro di Gitta Sereny dedicato al boia di Treblinka, Franz Stangl, In quelle tenebre (Into that Darkness), pubblicato in italiano nel 1975, proprio da Adelphi, mentre era uscito l’anno prima in originale inglese. Secondo la studiosa la traduzione dello scrittore segue linee di fondo che accentuano, rispetto all’originale olandese, e anche al testo tedesco di partenza, gli aspetti della responsabilità morale del protagonista e l’elemento testimoniale presente nel libro di Presser.

 

Bert de Waart parla dei cambiamenti a volte minimi, però decisivi, rispetto all’olandese, ma anche al tedesco, così che quella di Levi è una vera e propria traduzione d’autore: riscrive in parte il testo originale. Il giovane studioso non è d’accordo con la tesi di Lina Insana circa l’accentuazione del conflitto morale interiore del protagonista reso più evidente nella traduzione in italiano. In modo analogo, secondo Bert de Waart, lo scrittore torinese ha operato nella traduzione de Il processo di Kafka compiuta alcuni anni dopo per conto di Einaudi. In vari punti della versione italiana, scrive, lo scrittore torinese avrebbe invece trattato con reticenza e pudore i temi sessuali presenti nel romanzo, là dove il sesso appare come un mezzo importante per assicurarsi la sopravvivenza nel campo di transito, altro aspetto della “zona grigia”, su cui Levi, rinchiuso in un Lager maschile, ha parlato molto poco.

 

Dunque è lui a consigliare a Hety Schmitt-Maass la lettura del libro da cui deriva il tema della “zona grigia” insieme al racconto dedicato a Chaim Rumkowski, di cui ho parlato qui, e non viceversa, come è accaduto per altri libri sui Lager, tra cui quelli di Jean Amèry nel 1966. Hety, attiva nel mettere in comunicazione tra loro gli ex sopravissuti dal Lager, pronta a chiedere agli editori tedeschi la ristampa di Se questo è un uomo ogni volta che il volume si esauriva nelle librerie, ha avuto una grande importanza per Levi. Hety era giustamente convinta che il chimico torinese avesse scritto il libro più importante sulla questione dei campi di sterminio. Chiudendo il capitolo dedicato alle lettere ricevute dai lettori tedeschi dopo l’uscita in Germania di Se questo è un uomo che ora si legge in I sommersi e i salvati, Levi scrive di Hety: «la sua curiosità è stata ed è la mia, e si è arrovellata sugli stessi temi che ho discusso in questo libro». Un bellissimo omaggio alla memoria di una donna davvero straordinaria. Quando un giorno sarà pubblicato il loro epistolario, lo si capirà.

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