Tè. Una moda solo inglese?

Tutto comincia con l’acqua. Non è sempre disponibile, e soprattutto non sempre è buona. Provoca malattie; la più diffusa è la dissenteria. Perciò a un certo punto si è cominciato a bollirla. Da qui agli infusi con erbe e foglie il passo è breve. E cosa è il tè, se non un infuso? Comincia così una vicenda che migliaia d’anni dopo avrà il suo culmine nella creazione di un impero, quello inglese, e nella contemporanea fine di un altro, quello cinese. Com’è possibile? Diecimila anni fa emergono le prime città e con loro le malattie causate dalla densità della popolazione stretta in spazi angusti: mancanza d’igiene. L’acqua non è incontaminata, anche se ha molte prerogative, tra cui il fatto che è la bevanda ideale, molto di più del latte; non tutti possiedono da adulti gli enzimi per digerirlo. Le bevande ottenute per infusione si preparano con foglie, fiori e frutti. Il tè è una di queste. Si ottiene da una pianta, la Camelia sinesi, che ha molti ottimi requisiti; si produce a basso costo e in grandi quantità. Inoltre, cresce in varie parti del mondo, dalla Cina all’Africa orientale, come ricorda Alan Macfarlane in Oro verde, antropologo docente a Cambridge, figlio del direttore di una piantagione di tè. Per preparare un buon tè sono sufficienti poche foglie della pianta e possono essere riutilizzate. Tutto comincia in Cina. Le leggende cinesi sul tè datano prima del IV secolo a.C.; la prima tazza l’avrebbe preparata un imperatore, Shen Nung, il cui regno è collocato tra il 2737 e il 2697 a. C.: un colpo di vento avrebbe spinto alcune foglie nella sua pentola che bolliva. Non si sa bene dove sia spuntata la prima pianta, anche se gli studiosi di botanica indicano le giungle dell’Himalaya orientale, dove oggi corre il confine tra India e Cina. All’inizio è una medicina e una pietanza mescolata ad altri ingredienti, tra cui lo zenzero.

 

Nel IV secolo d.C. è già una bevanda diffusa in tutta la Cina e diventa bevanda nazionale durante la dinastia Tang (618-907). Poi comincia a diffondersi seguendo la Via della Seta, e anche via mare: India, Giappone, Corea. Vi contribuisce la sua qualità antisettica: contiene i fenoli, acido tannico, anche se all’epoca non lo si sa ancora. Ma funzionava. La sua importanza porta alla stesura de Il canone del tè del poeta taoista Lu Yu. Nel 593 d.C. s’afferma in Giappone, diventa uno stile: la cerimonia del tè. Ancora in Occidente non se ne sa nulla. Marco Polo l’ignora. Visita il Celeste impero durante il periodo del dominio mongolo; Kublai Kan preferisce il kumis, latte di giumenta fermentato in otri di cuoio, alcolico. La prima menzione in Europa è del 1559; nel 1678 un olandese William Ten Rhijne descrive la pianta di tè e la fa pervenire in Occidente. Le foglie arrivano ad Amsterdam nel 1610, in Francia dopo il 1630 e in Inghilterra nel 1657. In quel paese è preparato in fusione, poi conservato in una botticella e riscaldato a richiesta dei clienti. Il primo tè importato è quello verde, il preferito dai cinesi; il tè nero si ottiene invece lasciando ossidare nottetempo le foglie del tè verde; gli europei hanno creduto per molto tempo che fossero due specie botaniche differenti. Come il caffè, che lo precede in Europa, il tè contiene la caffeina, quindi è uno stimolante, anche se più blando. Il suo successo in Oriente è effetto della meditazione religiosa: serve ai monaci buddisti per restare svegli. Ha poi un effetto rilassante.

 

Come fa in poco tempo a diventare la bevanda più diffusa in Inghilterra? La moda. La decreta Caterina di Braganza, moglie di Carlo II. Viene dal Portogallo e nel 1662 porta come dote una cassa di tè. I nobili cominciano a sorbire il tè: cerimonia, tazzine, teiere. Solo a partire dalla fine del Seicento la domanda e l’offerta del tè crescono di colpo. Non in modo omogeneo. Solo nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna; Francia, Germania, Spagna e Italia non sono attratti dalla bevanda.

 

 

Perché l’usanza di bere tè è rimasta confinata all’Inghilterra? Macfarlane ritiene che vi siano diversi motivi: l’avversione degli inglesi per l’acqua, l’aumento costante del prezzo della birra, il sistema commerciale basato sulla navigazione, l’abitudine alle bevande calde, la facilità nel realizzare l’infuso, la presenza della potente Compagnia delle Indie orientali che ne detiene il monopolio e spinge per la sua diffusione abbassando il prezzo rispetto al caffè. Nel giro di poco tempo prende il posto del liquido nero, o almeno gli si affianca. L’ipotesi degli studiosi è che la Rivoluzione industriale abbia trovato un grande alleato nel tè. Non cambia solo gli usi dell’alta società con i suoi riti, e poi quelli delle classi borghesi – il tè come bevanda femminile rispetto al caffè maschile –, ma svolge un ruolo fondamentale nelle classi lavoratrici. La caffeina aiutava la concentrazione nel lavoro nelle nascenti fabbriche; con l’aggiunta dello zucchero, poi, aumenta la potenza energetica del lavoratore. Il Tea Break diventa il fulcro della attività lavorativa: “Il tè univa moralità e temperanza” (Macfarlane). Ha anche il merito di combattere l’uso delle sostanze alcoliche. Così cambiano i ritmi della giornata degli inglesi, e la natura dei pasti.

 

Verso le 4 e le 5 del pomeriggio si prende il tè; l’effetto immediato è di spostare l’orario della cena. Come sempre capita in situazioni simili, contemporaneamente avviene una rivoluzione dei consumi. In buona sostanza la tazza di tè diventa il principale carburante della macchina umana nell’età della industrializzazione. E la Cina? Il massiccio consumo della bevanda finisce per allargare il mercato europeo all’est e i nuovi profitti finanziano la Compagnia delle Indie.

 

Le cifre del consumo e della ricchezza accumulata sono ancora oggi incredibili. La Cina ne è il maggior fornitore e questo la Compagnia non lo può tollerare: perché dare tanti soldi ai cinesi? Perciò cerca il modo di scambiare tè con l’oppio coltivato in India; non direttamente: una triangolazione. L’introduzione dell’oppio è l’inizio della decadenza del Celeste Impero: avvelena la gente; inoltre le guerre scatenate dagli inglesi fanno il resto. In Cina segue un periodo di caos, guerre intestine, rivoluzioni, conflitti. In breve tempo non è più il più potente paese del mondo. Nel contempo la Compagnia cerca di coltivarlo dentro i suoi domini; scopre l’Assam, in India, al confine con la Birmania. Nel 1859 la Gran Bretagna importava 31.000 tonnellate di tè dalla Cina, nel 1899 era sceso a 7.000. Macfarlane, nato nell’Assam, lo racconta con dovizia di particolari. La sua conclusione è icastica: imperialismo, industrializzazione e dominio del mondo, tutto in una tazza di tè. Una storia su cui riflettere.

 

Cosa leggere per saperne di più

 

Alan e Iris Macfarlane, figlio e madre, sono autori di Oro verde. La straordinaria storia del tè (Laterza); B. A. Weinberg e B. K. Bealer in Caffeina (Donzelli) trattano del tè da questo punto di vista; Tom Standage ne fa un rapida sintesi in Una storia del mondo in sei bicchieri (Codice); sul passaggio dal caffè al tè si veda anche W. Schivelbusch, Storia dei generi voluttuari (Bruno Mondadori); da leggere sul Giappone il recente libro di Aldo Tellini, La cerimonia del Tè in Giappone (Einaudi), contiene anche antichi testi su quell’arte.

 

Una versione più breve di questo articolo è apparsa su “La Repubblica” che ringraziamo.

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