Maschile e femminile

Oggi il genere è questione dibattuta. Basta sfiorarla e si rischia di urtare sensibilità. Qui si spera di non farlo, tenendosi a un’osservazione di futile linguistica della lingua. Non di quell’importante linguistica, al giorno d’oggi così fiorente, che si occupa di serie questioni morali e sociali e cui la lingua fa da pretesto. È appena il caso si dica infatti che sotto il nome di genere va anche una banale categoria grammaticale. Come tale, il genere è uno dei valori coi quali le lingue giocano a istituire differenze, che è il loro modo d’essere e di funzionare. 

 

Se ci si pensa un attimo, la cosa non è irragionevole. Monotonia, uniformità, assenza di variazione sono il contrario di ciò che fa efficace l’espressione e la conseguente comunicazione. Un segnale sempre eguale a se stesso? Chi si metterebbe a produrlo? Chi vorrebbe ascoltarlo?

 

Bene. Si venga allora al punto. C’è il caso, poniamo, di “Il leone è fuggito”. Di che genere è “fuggito”? Del genere che è uso chiamar maschile. Concorda con “il leone”, che è maschile. Tollerando appena che gli si ricordi una simile ovvietà, “Embè?” starà commentando chi legge “questo stupido dove vuole arrivare?” 

È che, accanto, c’è il caso di “Il leone ha ruggito”. Di che genere è allora “ruggito”? La domanda stavolta imbarazza. Sì, c’è una “o” in fondo a “ruggito”, come in fondo a “fuggito”. Ma c’è qualcuno disposto a lasciarsi ingannare da una simile apparenza: l’abito non fa il monaco, diamine!

E allora? Alla buona, si sta scoprendo che, nella lingua, “fuggito” è maschile solo in quanto, se in gioco ci fosse “la leonessa”, suonerebbe “fuggita”, femminile. Non capita lo stesso con “ruggito”: “il leone” o “la leonessa”, in tale caso, pari son. Ma il ragionamento a questo punto non dà scampo: se non compare al femminile con “la leonessa”, quando si accompagna con “il leone”, “ruggito” non è maschile. E che finisca per “o” non conta. È una “o” completamente diversa dalla “o” di “fuggito”. Eguali d’aspetto, differenti di funzione. Una è marca di maschile, l’altra di assenza di genere.

 

Conclusione: perché qualcosa sia maschile, nella lingua, bisogna che, dandosi le condizioni, possa cambiarsi in femminile. Non può? Non è maschile. Non ha genere. Senza femminile, niente maschile. E ci sono allora forme che paiono maschili ma non lo sono. Nel loro caso, semplicemente, la differenza di genere non è pertinente. Così funziona la lingua. Forse varrebbe la pena di rifletterci.

 

Comparso, sotto il titolo di "Le sfumature della questione di genere", sul Corriere del Ticino del 13 ottobre 2017.

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