Una nazione in via di decimazione?

Alla luce delle tendenze attuali, tra meno di cinquanta anni, potrebbero esserci oltre sei milioni di italiani e di italiane in meno. Dice questo la proiezione sul futuro demografico nazionale che l’Istat ha reso pubblica qualche giorno fa. In questo momento, poco importa se indigene o no, “le genti | del bel paese là dove il sì suona” superano di poco il numero di sessanta milioni. Da qui a cinquanta anni, tale numero potrebbe ridursi a circa cinquantaquattro milioni.

La comunicazione pubblica ha trovato spazio, in questi giorni, per la predizione che dà lo spunto a queste righe. Lo ha fatto con una varietà di accenti preoccupati. La vicenda a venire è stata inquadrata nella prospettiva economica, in quella etnica, in quella della gestione dell’assistenza di una popolazione sempre più vecchia. Sono questioni della massima rilevanza. Malgrado possa sembrare il contrario, l’espressione di preoccupazioni e il suo martellante “bisogna provvedere” (voglia, per scopi politici, angosciare o incoraggiare) orientano tuttavia la comunicazione verso l’eufemismo e anche le note che annunciano catastrofi sono sostanzialmente eufemistiche, rispetto alla crudezza che comporta la semplice e spassionata formulazione di ipotesi sui dati.

 

Un “bisogna provvedere” è, d’altra parte e da tempo, il Leitmotiv della comunicazione pubblica. Questa non mira a informare. Mira anzitutto ad ammonire e indirizzare: la funzione conativa vi prevale largamente sopra quella referenziale, per dirla con Roman Jakobson, e il suo dominio, ben che vada, è oggi messo a repentaglio dal crescente chiasso della funzione fatica. La chiacchiera per la chiacchiera copre la perorazione e, come si è visto anche recentemente, i chierici s’adontano per il fastidioso brusio che regna ormai nelle loro chiese e aumentano il volume dei loro sermoni.

 

Negli ultimi tre secoli, il mondo si è del resto laicizzato in modo solo immaginario: non è l’ultimo degli imbrogli della modernità (o dei suoi progetti falliti, se si vuole essere più malevoli a proposito della sua sciocca rivendicazione di discontinuità rispetto al passato, per progresso dell’intelligenza). Il mondo non è infatti mai stato pieno di predicatori come lo è adesso. Le loro voci echeggiano non come pacate affermazioni di ipotetici accertamenti della realtà (in quanto tali, sempre ragionevolmente discutibili). Edificanti, sgorgano invece per elezione da principi morali e, col pretesto di parlare di ciò che è, sono appelli e sollecitazioni alla volontà.

 

Alla volontà italiana, la riflessione e l’indirizzo di Antonio Gramsci, maestro esemplare del pensiero nazionale, assegnarono il tratto dell’ottimismo. Rispetto non tanto alla ragione, quanto alla ragionevolezza, Gramsci condannò così la volontà alla condizione cui una proverbiale boutade destina l’ottimista. Di volontà male informate, quindi ottimiste, sono in effetti piene la storia e la cronaca italiane degli ultimi centosettanta anni. Storia e cronaca piene altresì dei frequenti esiti di tali volontà: catastrofi talvolta paradossalmente spacciate come successi, talaltra, minimizzando, come incidenti di percorso. Non ha l’aria del successo né dell’occasionale incidente ciò che sta succedendo alla nazione italiana, secondo l’Istat.

 

L’etimologia di decimare è trasparente. Decimare è una di quelle parole a proposito delle quali qualcuno si potrebbe persino spingere a proporre l’esistenza di un’arbitrarietà relativa (prendendo la sistematicità per motivazione). Dato un gruppo di esseri umani, decimarlo equivale a eliminarne uno ogni dieci, corrisponde a una riduzione del gruppo di un decimo. Se ciò che prevede l’Istat si avvererà, il succo della proiezione demografica trova espressione in una formula breve e cruda: nei prossimi cinquanta anni, passando da sessanta a cinquantaquattro milioni, “le genti | del bel paese là dove il sì suona” saranno letteralmente decimate.

 

Decimare non è parola votata all’eufemismo: al contrario. A chi scrive qui (e potrebbe naturalmente sbagliarsi) pare del resto che nei discorsi pubblici originati dall’occasione non abbia appunto fatto capolino. È invece il verbo appropriato a descrivere e a qualificare il nocciolo della vicenda.

È vero: decimare ha connotazioni belliche e militari. Negli usi relativi, il soggetto vi ricorre come umano (eventualmente, per metonimia) ed è corredato di un tratto d’intenzionalità (eventualmente, millantata). Ma l’orientamento di decimare ha il suo fuoco nell’oggetto, non nel soggetto: chi è decimato ne è il tema, non chi decima. Linguisticamente, questo è lungi d’altra parte dall’essere intrinsecamente umano e dal caratterizzarsi come dotato di un’intenzione. Non ha intenzioni una peste. Non ne ha un terremoto. Semplicemente sono. E solo per il fatto di esserci, nella vicenda umana, pesti, terremoti e altri soggetti privi di intenzioni sono (stati) efficaci agenti di decimazioni, talvolta per eccesso, talaltra per difetto (ma non si chiederà a essi precisione di calcolo).

 

Proferire la parola giusta, la parola appropriata aiuta forse a capire quale sia la natura del processo demografico in atto. Esso sta investendo la nazione sì-dicente (e sempre più l’investirà, secondo la menzionata proiezione). Lo fa come soggetto di una proposizione costruita intorno al verbo decimare, come predicato. Il calo demografico sta insomma decimando gli italiani e le italiane, come un durevole, ininterrotto e devastante terremoto, come una peste endemica e forse ormai ineluttabile (à suivre).

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