Vecchi potenti

Uno quando va in pensione si dice che è “uscito dalla vita attiva”, con una delle espressioni più grottesche in circolazione nella nostra società. Come se uno a un certo punto si mettesse in modalità OFF. La fine del lavoro sarebbe la fine di tutto. Alla vita rimarrebbe dunque non più il fine (del lavoro) che la rende attiva, ma solo la fine. È terribile pensare di “essere attivi” solo se si produce reddito, cioè ricchezza. Tutto il resto sarebbe non un fine, ma una semplice fine.

 

Un affare va “a buon fine” quando chi compra e chi vende raggiungono la soddisfazione dei propri interessi. Il fine dell’affare è il suo scopo, generativo per così dire, mentre la fine è il suo annullamento. Il fine dà futuro, la fine lo fa cessare. Il fine di un agire lo stimola, la sua fine lo esaurisce. Naturalmente il fine e la fine sono entità fenomenologiche diverse nel bene e nel male: il fine e la fine dell’educazione (o della solidarietà o della tortura…), poniamo, determinano conseguenze assai lontane. E anche per la vita probabilmente è così: il suo fine la incoraggia, la stimola, non la sua fine. È un po’ come avere o non avere un sogno da realizzare.

 

Le ragioni della vecchiaia sono sostanzialmente le ragioni dell’infelicità. E tuttavia, se la salute non infierisce ponendo una persona in-mediatamente di fronte alla suprema diminutio, alla fase in cui ogni cosa declina, la vicenda esistenziale può colorarsi di nuove sfumature capaci anche di ribaltare per certi tratti la condizione di infelicità e diventare il nostro fine.

 

Nella vecchiaia, l’età “che tutti contagia con il suo egualitario ridicolo” (Pierre Michon, Vite minuscole), ci sono delle persone che possono contare più di altre su risorse maggiori e più raffinate per affrontarla. Sono individui privilegiati, che sanno accarezzare la propria infelicità, che hanno imparato ad accoglierla e avvolgerla nella sciarpa morbida di un vissuto soddisfacente. La natura del loro privilegio è, diciamo così, endogena, viene cioè prodotta da loro stessi poiché si fonda sulla loro personale “automazione culturale”, un sistema fatto di abilità divenute istintive nell’acquisire ed elaborare i dati complessi, di capacità di astrazione e simbolizzazione, di competenza espressiva (linguistica, artistica), di intelligenza emotiva. Sono quelli che chiamerei i “vecchi potenti”, persone capaci di esercitare un vero dominio sulla loro esistenza, di governarla fino al suo esaurimento biologico sfruttando appieno le consuetudini virtuose che hanno messe a punto durante tutto il corso della vita.

 

Quando la sensibilità umana riesce a permettere all’individuo di proiettarsi al di là della sua condizione biologica, di far sì che sul dato bio-fisico prevalga quello dell’elaborazione mentale, allora una persona conquista quel colmo “artistico” di raggiungimento di un proprio fine. La realizzazione più grande di un artista è, infatti, quella di far giungere a compimento almeno una volta il proprio lavoro incessante e inesausto in un’opera matura, in una sorta di emozione totale che lo porti, come diceva Dante, a indiarsi, a farsi Dio.

 

Nel film Youth-La giovinezza di Paolo Sorrentino questo si vede molto bene: i due amici, vecchi, il musicista Fred e il regista Mick (Michael Caine e Harvey Keitel), interagendo con la giovinezza dell’attore giovane (Paul Dano), si muovono ciascuno nel proprio groviglio di filamenti provenienti dai loro diversi lunghi percorsi artistici, filamenti tutti afferenti alla ricerca fondamentale del punctus magico della bellezza, del perno effettivo su cui poggia la Grande Giostra che gira e gira. Sono uomini che pensano al loro fine, non alla loro fine, a raggiungere il colmo della loro vita artistica, vogliono farsi Dio, appunto, non finire. E non a tutti gli artisti riesce.

 

Un fotogramma tratto da Youth (2015), di Paolo Sorrentino. 


Il Moloch della vecchiaia non si può battere, lo si può solo in qualche modo sublimare trasformandolo addirittura in stile. Lo “stile tardo”, come lo ha chiamato Edward Said (Sullo stile tardo, Il Saggiatore 2009). Esso, dice Said, “è ciò che accade se l’arte non rinuncia ai suoi diritti in favore della realtà” (p.24). Il problema per Said non è, ovviamente, di indagare ciò che Adorno, Beethoven e Schönberg, Kavafis, Mann, Mozart, Wagner o Ibsen abbiano escogitato per affrontare l’età che avanza, bensì quello di capire che cosa un’elaborazione in tarda età possa produrre come ulteriore riflessione artistica. Ibsen, per esempio, scrive Said, nei suoi ultimi drammi ci rimanda “l’immagine di uno scrittore arrabbiato e disturbato a cui il mezzo del teatro fornisce l’occasione di suscitare un’ansia ancora maggiore, di compromettere irrevocabilmente la possibilità di una conclusione, e di lasciare il pubblico più perplesso e turbato di prima” (p.22). Il perdurare della capacità speculativa, questa è stata la vecchiaia di Ibsen, senza schivare ansia e angoscia, altro che vecchietti saggi e pacificati!

 

Anche Massimo Ammaniti in La curiosità non invecchia. Elogio della quarta età (Mondadori 2017) ci fa incontrare, con le attenzioni dello psicanalista, alcuni dei “nostri” grandi vecchi italiani e ne spreme la profondità utilizzando dei temi chiave. Acutezze di Giorgio Albertazzi, Gianfranco Baruchello, Raffaele La Capria, Aldo Masullo, Mario Pirani, Franca Valeri, Licia Vlad Borrelli e altri, percorsi straordinari tutti legati al lavorìo culturale che consente loro di esercitare ancora tutta la loro forza, anzi la loro potenza sul vivere.

 

Ma come si fa ad “accarezzare” la propria vecchiaia non considerandola un problema se non si hanno le armi potenti della “automazione culturale”? Il vecchio don Abbondio sapeva che il coraggio uno non se lo può dare. Senza pensare ai grandi vecchi prestigiosi che servono certamente da riferimento culturale perché sono dei veri modelli a cui ispirarsi, che cosa definisce il mio fine, qual è il faro che può orientare la mia navigazione? Se uno non è Ibsen a cosa si deve appigliare?

 

Anzitutto dobbiamo ricordare, con James Hillman, che il nesso che lega il vecchio e l’idea della morte lo facciamo nostro solo a partire dal XIX secolo. La vecchiaia per secoli è stata considerata “in se stessa, una cosa a sé stante, liberata dal cadavere”. “L’idea di ‘vecchio’ – dice Hillman – è presente in varia misura in molti fenomeni il cui carattere ammiriamo, come le vecchie navi, le vecchie case, le vecchie fotografie; in questi casi l’aggettivo ‘vecchio’ non rimanda né a qualcosa che ha passato la mezza età né a qualcosa che è avviato verso la morte.” (La forza del carattere, Adelphi 2000).

 

Nel momento in cui la vecchiaia odierna si libera, e non di poco, dai cliché comportamentali del passato (su questo vedi qui Vecchi) si creano nuovi spazi di cui impadronirsi, e una concezione rinnovata di vecchiaia come patrimonio vitale, esperienziale e riflessivo, è una possibile e concreta prospettiva su cui programmare la propria esistenza. Pensare che studiare, il più possibile, cioè conseguire un’acculturazione, da giovani, e che la cosiddetta formazione permanente possa metterci al riparo da un’esistenza umanamente grama nell’età avanzata, può diventare un vero e proprio valore (ri-) fondante.

 

Non si tratta dunque di diventare dei grandi uomini, si può vivere con serena soddisfazione senza essere Mozart o Adorno o Ibsen o Hillman o Said. Diciamo che è un problema di gradualità, quanto più ci si avvicina al possesso di un “automatismo culturale” tanto più si è in grado di digerire l’infelicità della vita da vecchi. È una sorta di riciclaggio del negativo, come quando dai rifiuti si riesce a ottenere energia. Avere a disposizione nella propria interiorità un buon patrimonio di elaborazioni culturali (di varia natura) significa avere a disposizione una tastiera di registri emotivi con cui confrontarsi e saper elaborare ulteriori opzioni sulle scelte personali. Per rendersi la vita abbastanza dolce e interessante: dolce, per edulcorare le sofferenze della vecchiaia; interessante, per alimentare la stima di sé. Questo consolida il proprio “potere” sulla vecchiaia. In questo senso i vecchi potenti sono più liberi.

I vecchi potenti sono degli uploader, perché hanno imparato a introdurre nuovi dati nella vita con costanza e perseveranza. Al contrario dei downloader che si limitano a “scaricarla”, a consumare la poca farina del loro sacco fino a svuotarlo. Chi legge, ad esempio, è un uploader, chi non legge è downloader, e a un certo punto avrà troppo poca farina nel sacco. E l’esito finale può essere o un’esaltazione della propria interiorità o un amaro ripiegamento in sé (o l’“integrazione” o la “disperazione”, secondo la definizione dello psicanalista americano Erik Erikson menzionato da Ammaniti nel suo libro).

 

Viviamo nel paese più vecchio al mondo e questo paese è quello dove si legge di meno nel mondo occidentale. E come vive la gran parte dei vecchi di questo paese a-culturale? Finché l’equilibrio demografico disponeva la successione virtuosa delle generazioni e i nonni erano meno numerosi dei nipotini, i ruoli sociali erano la struttura della vita di un individuo e una persona invecchiava secondo delle procedure in qualche modo stabilite, a prescindere dalle capacità soggettive di elaborazione culturale. Oggi in Italia i vecchi, non più definiti da un ruolo, sono una popolazione enorme che, per non lasciare il singolo davanti alla progressiva “perdita di sé”, deve creare dighe difensive.

A questo proposito va detto che negli ultimi venti-trent’anni c’è stato un proliferare di iniziative di tipo culturale che hanno dimostrato la loro “potenza” proprio nel saper individuare e produrre su larga scala un’attività di formazione permanente (le “Università della Terza Età”, per esempio). Tutte realtà che rendono evidente la pregnanza dell’azione culturale in senso lato. Per non dire dell’altro grande capitolo del Libro dei vecchi, quello delle diverse declinazioni gender della vecchiaia, i pianeti “culturalmente” distinti della nostra società che giocoforza interagiscono e sviluppano dinamiche inedite, e talvolta anche molto interessanti.

 

La vecchiaia non è un’azienda, per fortuna, ma è vero che ha una sua economia fatta di bilanci, risorse, investimenti, planning. Come l’impresa, anche la vecchiaia se non si aggiorna è destinata al fallimento. Lo si chieda ai demografi, per l’appunto. Magari fosse solo una questione di pensioni più o meno ricche.

 

E poi, che ne sarà nei prossimi decenni dei futuri vecchi in prevalenza rigorosi non lettori, tutti instagram e facebook? Come affronteranno la vecchiaia dopo aver smarrito gli orientamenti di un logos linguistico? Potranno vivere di puri lampi informativi? Sapranno esercitare potere sulla propria vita di vecchi? Gli individui strutturati con la complessità culturale, i vecchi potenti, saranno solo inutili élites? Chi saprà meglio affrontare “il ridicolo” della vecchiaia? Chi avrà un fine?

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