Convivere condividere consumare

 

Togliete la convivialità al cibo e subito diventa altro...diventerà sopravvivenza, fame e sazietà, necessità, abitudine, fors'anche piacere solitario o dietetica ma perderà sempre umanità, comunque.

Come potrebbe essere diversamente? Si perde il "convivere", si perde il condividere e poi mangiando da soli si perdono inevitabilmente le parole... si perde cioè un altro lato dell'umano.

 

Non è un caso dunque che pranzare al ristorante da soli sia esperienza che in genere evitiamo. Salve solo le pause pranzo per le quali il prevalere della sopravvivenza fa regola a sé.

Diversamente, al ristorante due sono i surrogati all'assenza di convivialità e condivisione: concentrarsi sul cibo e sui commensali: quelli di lato, di fronte, distanti... alternative differenti e fluttuanti a secondo della personalità... del cibo, delle persone presenti.

 

Capita un pranzo in una trattoria a pochi metri dal mare in un fine maggio che fa quasi estate. Una di quelle trattorie che "guardano" alla clientela abituale e ai turisti;in un giorno che come tutti i sabati è di confine ambiguo tra le due categorie di clienti con il "pranzo di lavoro" a 11 euro (compreso il pesce per secondo) a unire gli uni agli altri. Tredici euro con la frittura di pesce, quattordici con i gamberi alla griglia, tutto compreso e "alla carta", con primo piatto, pane, acqua, vino, antipasti e dolce a buffet, contorni, sorbetto, caffè e "ammazza caffè". E vista sulle querce da sughero e su un piccolo campo di atletica.

 

Un locale da quantità più che da qualità certo... ma con una certa grazia, con la fortuna di una posizione privilegiata e con un grande numero di avventori a metter d'accordo alla fine la gastronomia con l'economia.

 

Appartengo ai clienti abituali e in pochi anni ho assistito a una modificazione della clientela, almeno al sabato, sempre meno operai e sempre più turisti, bagnanti d'estate, villeggianti le altre stagioni per un salto in Riviera, con l'auto, gli amici, con il pullman...sì, anche con il pullman.

Diverse volte ho cercato di capire dal proprietario (un ragazzo che da anni fa il ristoratore) perché di quelle scelte...risposte vaghe ma soddisfatte... alla fine del mese i conti devono tornare e evidentemente tornano, niente di più niente di meno.

 

Eppure per me, che al sabato posso permettermi anche il lusso di guardarmi intorno, i conti non tornano, almeno non sembrano tornare tra me e le persone che ho vicine, tra me e tutti quei commensali che condividono il loro pranzo ma anche il rumore, la fretta per il posto (non c'è prenotazione), il loro sciamare a ondate sul buffet, il loro occupare il tavolo per ore.

 

Ma cosa stiamo diventando se dopo aver mangiato tutto quel ben di Dio...al banco al momento di pagare i suoi 10 euro (fino al mese scorso era così) vedo chi vorrebbe il riguardo e l'attenzione come se avesse pagato per cinquanta euro? Cosa stiamo diventando se c'è chi il dolce lo prende tre, quattro volte? Cosa stiamo diventando se qualcuno prova anche a chiedere lo sconto?

 

Cosastiamo diventando se c'è chi per paura di restare senza comincia il pranzo con il sorbetto (il distributore è self service) e dopo averlo annaffiato con il liquore al banco bar torna al tavolo pronto per l'antipasto? E non si tratta di etilisti o persone bulimiche ma coppie vestite a festa con il cane, dignitosi pensionati, piccole o grandi comitive, famigliole, amici e parenti per un pranzo consumato insieme.

 

Da adolescente sentivo dire di un locale "Si mangia tanto e si spende poco", espressione tramontata da tempo (per fortuna), figlia dell'abitudine alla sopravvivenza di quelle generazioni. Al ricordo della fame e della quantità, abbiamo poi sostituto la normalità della qualità. So che la qualità è concetto complesso, talvolta ambiguo...comunque cercavamo (cerchiamo) la qualità come bontà, come varietà, tipicità, unicità, esperienza culturale etc. Abbiamo scoperto il benessere nella scelta, il piacere nella ricerca, il piacere del "cibo lento", anche il piacere nel poco...

 

Fotogramma tratto da La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri. 


Forse perché sembra stia tornando il "si mangia bene e si spende poco", solo che la differenza fondamentale è che – crisi o non crisi – oggi non abbiamo più neanche il ricordo della fame né la temiamo...né possiamo averne realmente ansia. Siamo tutte generazioni cresciute nel benessere e di benessere... e allora?

 

Allora quei clienti che vediamo in ristoranti come questo sono gli stessi che al supermercato fanno scelte attente, che fanno volontariato, che sono in ansia per le sorti dei figli e dei nipoti, che si dicono ecologisti, che hanno a cuore le sorti del mondo, almeno un pochino...

 

C'è qualcosa di strano che sta attraversando la società italiana...lo avvertiamo e ne siamo consapevoli ormai da anni: una condizione di spaesamento, incertezze a mucchio e nessun centro di gravità permanente cui ancorarsi...

 

Mio nonno in momenti di difficoltà ricordo che si rifugiava nell'orto...l'avessi conosciuto prima probabilmente lo avrei visto salire nel bosco...ricerca di un contatto elementare e primitivo con la natura che diventa cibo per fare i conti con se stessi...per partire da un semplice quanto necessario centro di gravità permanente...

 

Bebbe Grillo in un suo vecchio spettacolo alludendo alla responsabilità del cittadini affermava in una battuta che "è quando si compra", quando si effettua la scelta del comprare che "si vota veramente", una battuta che ho capito solo dopo...

Del resto, il contatto necessario ed elementare con la vita e con il cibo oggi lo abbiamo soprattutto nel comprare. E mentre scegliamo, lo facciamo tra bisogno e piacere e quel gesto, quel comprare diventa inevitabilmente "marker" della nostra profondità, sintesi tra istinto e razionalità...

 

Da tempo ormai sembra esserci in giro un desiderio di voluttuario gratuito o a basso prezzo, desideri di top class accessibile, l'idea di un lusso raggiungibile, soprattutto l'idea che si possa averlo, comprarlo facilmente...sembrerebbe una contraddizione ma...

 

ma non è stato così per le piscine che lentamente hanno colonizzato gli agriturismi? Non è così per le spa negli alberghi in città? Cosìper i siti che danno il privilegio sempre scontato – Secret Escape solo ad esempio – o i "brand" firmati da uno stilista ma solo a basso prezzo?

È il potere del consumatore di bellezza... già ma quale consumatore?

 

Perché questo è il punto quando pensiamo a consumi pienamente consapevoli, quando pensiamo cioè che le nostre scelte al consumo hanno riflessi in altre parti del mondo dove quegli beni e quegli alimenti vengono prodotti.

È l'irruzione dell'etica nel sacchetto della spesa e del quotidiano, già...ma come rendere queste scelte stabili, come renderle comportamenti normali e non una moda in cui lo sciame dei consumatori si indirizza volubilmente?

 

È di Emmanuel Lévinas l'affermazione che l'etica irrompe nella storia in Genesi 4,1-9 quando Dio chiede a Caino dove fosse suo fratello:

"Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?"

 

In quella risposta c'è l'assenza dell'etica. Perché etica è essere responsabili per se stessi e gli altri, etica è in definitiva portare al livello più alto l'idea di condivisione e convivenza, anche nell'assenza dell'altro, di ogni altro.

Il punto forse è questo...solidarietà ed etica sono più facili quando il condividere e il convivere fanno parte di piccole comunità dove "gli altri" sono reali e visibili. Nelle comunità immense e globali tutto questo appare invece più difficile, lontano, sfumato...

 

E allora, se per Zygmunt Bauman lo sciame inquieto del consumatori è sempre irrazionale – perché ognuno va dove c'è vantaggio personale, sorta di complessivo carpe diem caotico –, questa "natura", questo istinto possono convivere con la responsabilità di scelte etiche che appaiono comunque ineludibili?

Certamente c'è e ci sarà bisogno di educazione ai valori ecologici, ai valori etici, a comportamenti alimentari equilibrati. Ma sarà anche necessario che quei valori appaiano ai consumatori come qualcosa di ambito, di ricercato, desiderabile. Qualcosa in cui la maggior parte dello "sciame" si senta stabilmente attratto.

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