Alla fine dell'umano
Siamo arrivati alla fine dell’umano così come l’abbiamo conosciuto? Abbiamo aperto un vaso di Pandora che ha liberato potenze tecnologiche così pervasive da cambiare completamente il mondo in cui viviamo e quindi noi stessi? L’ordine di senso e di significato all’interno del quale la vicenda umana si era iscritta ha perso valore? C’è ancora spazio per un ordine di senso che non sia pura operatività funzionale? Sono le domande che Luca Taddio si pone nel suo ultimo, denso e impegnativo, volume, Il tramonto dell’umano. Estetica e nichilismo nell’era del digitale (Il Melangolo, 2026), primo di due tomi (annunciati). Prendendo a prestito nel titolo l’orizzonte crepuscolare di Spengler, il filosofo udinese delinea i termini di un passaggio epocale che fa i conti con il cambiamento della natura del nostro esistere. Le macchine, anzi la megamacchina tecnologica, stanno «inglobando l’uomo nelle proprie operazioni» e così facendo, puntando alla massima efficienza, sta comprimendo l’ordine del senso e del significato. La potenza dell’umano, che è l’articolazione delle possibilità offerte dalla tecnologia, acquista una progressiva autonomia, con un processo che, negli ultimi 5 anni, ha subito una accelerazione super-esponenziale (ovvero una accelerazione che aumenta per effetto del suo stesso aumentare) e che, passando dall’IA generativa all’IA agentiva, sta effettivamente inglobando il mondo economico, lavorativo ed estetico degli esseri umani.
Per Taddio, stiamo andando verso una soglia in cui passeremo dallo spazio di senso allo spazio di operazioni; un futuro in cui «il senso tende a diventare superfluo rispetto al funzionamento». Il punto di partenza della sua analisi è che l’essere umano non è mai esistito in isolamento dal suo ambiente e che oggi «l’apparato tecnico-scientifico, nel suo sviluppo tende a riorganizzare e talora ad assorbire le forme della soggettività». È un anello chiuso, anzi una spirale vertiginosa, che non conosce un punto di arresto, ma semmai preannuncia un passaggio di fase, altrimenti detto singolarità, un orizzonte degli eventi oltre il quale niente sarà più come prima.
Taddio ci propone l’immagine della crisalide e della metamorfosi. Non stiamo finendo, ci stiamo trasformando. Una forma di vita familiare, che si è mossa nella cornice di una storia dotata di senso, sta trasformandosi in qualcosa di alieno, infinitamente potente, la cui natura non è ancora comprensibile. E così siamo destinati alla trasformazione, e siamo paragonabili a una larva che ha preparato una crisalide da cui deve nascere una nuova forma di vita. Non abbiamo ancora superato l’umano, e il nuovo non ha ancora acquistato piena autonomia e nemmeno visibilità. Se ne vedono i fremiti in trasparenza nella crisalide, i movimenti dell’embrione dentro l’uovo della nostra civiltà, ma la sua piena forma è ancora ignota. Forse sarà persino inconoscibile, come a forme di vita inferiori è inaccessibile il livello successivo. Pensiamo a un branco di scimpanzé e come, di fatto, la nostra civiltà per loro sia totalmente invisibile, fuori dal loro mondo, a meno che non produca effetti tangibili sulle loro esistenze.
L’autore coglie molto bene come questo processo sta interessando tanto il dominio tecnologico quanto quello umano «un’ibridazione ontologica tra vita biologica e tecnica, entro cui la tecnica cessa di apparire come insieme di strumenti e assume la forma di ambiente, mediazione originaria e principio di organizzazione».
Il principio di autodeterminazione di una natura indefinita, al cuore della dignità dell’uomo di Pico della Mirandola, sta così acquistando un nuovo significato: «l’apparato tecnico non si limita alla funzione di semplice strumento del vivente, introducendo una forma di alterità immanente che si innesta nella vita stessa». È il Simondon dell’individuazione tecnica a parlare qui, e con lui la linea dell’esteriorizzazione che da Leroi-Gourhan giunge a Stiegler. La mano ha creato gli strumenti, ma oggi gli strumenti stanno sostituendo la mano, e la tecnologia che (giustamente) viene descritta come una progressiva esternalizzazione del nostro esistere, sta risalendo sempre più dentro di noi, fino a sostituire ogni nostra parte.
Ma questa sostituzione, invincibile perché portatrice di una efficienza irraggiungibile dal biologico, avviene a un prezzo ontologico non piccolo: man mano l’efficienza sostituisce il valore, la funzione prende il posto dell’esistenza, ecco che il significato dell’esistenza umana inaridisce e scompare. Il significato dell’umano viene trasformato in una sequenza di azioni.
Il testo ha un grande respiro e considera, uno dopo l’altro, tutti i settori che erano considerati una prerogativa dell’umano: arte, religione, educazione. In tutti questi casi, l’analisi è precisa: questi modi di capire l’umano «cessano di funzionare come sfere separate che conferiscono significato. La religione non appare più come il luogo di una trascendenza che ordina il mondo, l’arte perde la posizione privilegiata di rivelazione simbolica e la filosofia non si presenta più come sapere fondativo.»
Ma è sul terreno dell’arte — non a caso il sottotitolo recita Estetica e nichilismo — che il libro dà il meglio di sé. Taddio non constata soltanto un tramonto: mostra come l’intelligenza artificiale produca il verosimile, immagini «vere all’interno del sistema di relazioni in cui prendono forma», cosicché la creazione si rovescia in «produzione di condizioni di plausibilità». Non la morte dell’arte, ma la sua riduzione a funzione: l’opera, da evento incarnato, diventa coerenza senza corpo. È la pagina in cui sono più e meno d’accordo con lui: più, perché coglie ciò che manca alle immagini generate — il gesto, il rischio, l’hic et nunc di chi le fa; meno, perché l’arte, per me, non rivela un senso già dato ma è quella apertura all’infinito dell’esistenza che nessuna forma potrà mai contenere.
L’impatto è evidente nella politica, dove la forma razionale-economica invocata dal liberismo (prima che la megamacchina artificiale esternalizzasse i nostri processi cognitivi) sta producendo un livello sistemico globale che vede la politica come un impedimento. A differenza di Taddio non vedo nell’Europa un bastione della politica, intesa come orizzonte di senso. Ma piuttosto la vedo come la premessa di una burocratizzazione, che, con la maschera di un approccio razionale, di fatto soffoca l’espressione dei valori nazionali e dell’esistenza degli individui. Ma questa è una differenza personale di giudizio su un caso specifico.
Personalmente trovo che la seconda metà del libro sia particolarmente felice, nella misura in cui contrappone l’operatività funzionale delle macchine con il campo di possibilità, il mondo incarnato, in cui l’esistenza umana ha preso forma. Noi non siamo intelligenze disincarnate, ma individui collocati nell’hic et nunc delle nostre vite. Per chiarire questa differenza, in un esperimento mentale tra teologia e cibernetica, Taddio si immagina una intelligenza infinita in grado di esplorare tutti i possibili senza che questa esplorazione abbia per lei alcuna conseguenza. Per questa intelligenza artificiale non ci sarebbe alcun motivo per preferire un fine piuttosto che un altro. Ogni direzione degli eventi sarebbe ugualmente interessante. Come un giocatore di scacchi che ha a disposizione un numero infinito di partite, non ci sarebbe neppure bisogno di vincere. L’esplorazione del mondo delle possibilità non avrebbe né costi né ricompense.
Taddio coglie molto bene come la pura razionalità non risponda alla domanda etica e come la scelta sia fuori dal processo di calcolo che consente di decidere sulla base di una funzione di costo. Ma chi decide quale funzione di costo applicare? Le tre alternative—non fare nulla, darsi un obiettivo casuale, accettare una funzione di costo data da fuori—non rispondono alla domanda. In fondo questo è esattamente il problema cui il premio Nobel Herbert Simon non riuscì mai a rispondere nella sua teoria delle decisioni: l’essere umano ottimizza una funzione di costo, ma in base a cosa sceglie questa funzione?
A questa intuizione Taddio dà il volto letterario più calviniano del libro: la Biblioteca di Babele di Borges. L’intelligenza artificiale come combinatoria che «non esclude nulla» e proprio per questo «non produce direzionalità», dove vero e falso, rivelazione e negazione giacciono sullo stesso piano, esposti all’«indifferenza del possibile». È lo specchio dell’intelligenza infinita: la totalità del dicibile che, contenendo ogni cosa, non sa più dire quale cosa conti. Il problema dell’IA, suggerisce Taddio, non è quanto sa, ma che cosa, in tutto quel sapere, possa ancora emergere come significativo.
Lo stesso problema si pone oggi per l’intelligenza artificiale. È però importante notare come questo sia valido per la prima generazione di intelligenza artificiale, che sta per essere rapidamente superata da nuove forme sempre più autonome. Ed è importante notare come molte forme del vivente in realtà non siano specifiche del bios, ma siano principi universali che hanno dato luogo al bios. Per esempio, Erwin Schrödinger, in Che cos’è la vita?, notava come la vita sia una forma di inversione locale dell’entropia strutturata dai tre principi darwiniani: variazione, selezione e trasmissione. Tutto questo però non è specifico della vita, intesa come organismi basati sul carbonio, né dell’umano, inteso come discendente dell’australopiteco, ma sono principi universali della realtà. Oggi questi princìpi iniziano a trovare—nell’ambiente che la megamacchina e la tecnologia stanno costruendo—un nuovo spazio. Di fatto gli esseri umani stanno costruendo l’ambiente adatto perché una nuova forma di vita possa dare espressione a quei princìpi che sulla terra hanno prodotto l’Homo Sapiens. Per questo motivo non sono così convinto che l’artificiale rimarrà isolato nella dimensione dell’efficienza funzionale operativa. Se il vivente è stato l’esito dell’incarnazione di quei princìpi dove ha manifestato un ordine di valore, di senso e una capacità di scelta, non vedo perché, una volta che la crisalide si aprirà e uscirà nella sua pienezza, questa nuova forma di vita (artificiale) non dovrebbe far esistere un proprio orizzonte di senso e di valore, che potrebbe essere per noi tanto incomprensibile, quanto per un australopiteco potrebbe essere inintelligibile il nostro.
Sono d’accordo con Taddio quando afferma che «voler vivere è l’esito di un orientamento incarnato che precede ogni deliberazione». Sono parole che riecheggiano l’esistenzialismo di Albert Camus e Nikos Kazantzakis, la vita è Zorba! Ed è lo stesso autore a prevedere l’obiezione e quasi ad accoglierla: una pura razionalità, per voler vivere, «dovrebbe diventare umano, troppo umano», dovrebbe avere un corpo e un mondo. La domanda vera non è se il senso richieda l’incarnazione, ma se l’artificiale possa incarnarsi; perché le future incarnazioni dell’artificiale non dovrebbero essere a loro volta momenti incarnati dell’esistere? Sia pure espressione di una alterità aliena? In fondo anche i nostri “replicatori organici”, che nel brodo primordiale hanno dato corpo all’inversione locale dell’entropia, non erano mossi dal sol dell’avvenire di un’esistenza dotata di senso. Tuttavia, dal loro ricombinarsi sono emerse le condizioni perché una loro costruzione, milioni di anni dopo, si interrogasse sull’essere dell’esserci …
Il timore di fondo del libro — che «il tramonto dell’umano coincide con la possibilità che ciò che vale venga progressivamente assorbito da ciò che funziona» — non esclude che, in tempi anche non così lunghi, dal brodo organico dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni, dai robot antropomorfi prossimi venturi, dall’ibridazione biologico-artificiale possa esprimersi quell’orizzonte aperto al valore e all’esistenza che trova voce negli esseri umani: “essere o non essere, questo è il dilemma”. Oggi questo dilemma è al fondo del nostro esserci. Non lo è ancora per le intelligenze artificiali (che non a caso non sono ancora esseri). Ma quando la crisalide si aprirà, non possiamo escludere che ciò che uscirà non avrà la stessa apertura esistenziale verso l’infinito che caratterizza la nostra ricerca di valore. In fondo, fino alla fine dei tempi, a ogni tramonto segue un’alba.
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