Il Po e il collasso dei fiumi
Largamente preannunciata, ritorna nel panorama mediatico l’allarme sulla carenza idrica del più grande fiume italiano: “Il Po in secca”, “Il Po ai limiti storici”, “Il Po si attraversa a piedi!”. L’allarme non è infondato. L’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po, l’ente che coordina l’apposito “Osservatorio permanente per gli utilizzi idrici”, ha infatti alzato il livello di allerta in data 30 luglio, portandolo al grado di “severità alta” (l’ultima, per gravità, su una scala di quattro gradi: normale, bassa, media, alta). Le previsioni per le prossime settimane non lasciano presagire inversioni di tendenza, con temperature che si manterranno su livelli record e precipitazioni scarse nell’area del bacino idrografico. Questi fattori aumentano l’evaporazione dell’acqua di superficie e limitano il rifornimento idrico di fiumi e laghi, i cui livelli sono destinati a scendere ulteriormente.
È interessante riflettere sulla denominazione che l’Autorità ha scelto per questo osservatorio permanente: “per gli utilizzi idrici”. Rigorosamente al plurale: l’acqua viene infatti notoriamente impiegata per vari usi: quello civico in primis, che assicura l’acqua potabile nei nostri rubinetti, poi quello agricolo e quello industriale (compresa la produzione di energia idroelettrica). L’acqua è una risorsa necessaria non soltanto per la stessa esistenza umana, ma anche per tutte le attività economiche delle società contemporanee, dal settore primario dell’agricoltura a quello secondario dell’industria, fino a quello terziario del turismo. Il suo utilizzo deve essere pertanto coordinato e regolato; a maggior ragione, chiaramente, in un regime di scarsità della risorsa, e pertanto di accresciuta competizione per l’accaparramento dell’“oro blu”, l’acqua. Questa espressione, che ben rende l’idea del valore acquisito da questo elemento idrico nel mondo contemporaneo, nasce negli anni Novanta del secolo scorso. Il libro che contribuì alla definitiva affermazione di questa formula definitoria fu Blue Gold: The Battle Against Corporate Theft of the World's Water di Maude Barlow e Tony Clarke, pubblicato nel 2002. Come recita il sottotitolo, il volume proponeva un’analisi delle battaglie combattute contro la privatizzazione della risorsa idrica a scala mondiale.
Per comprendere la complessità degli attori in gioco nella gestione dell’acqua, torniamo all’Osservatorio permanente per gli utilizzi idrici. Si perdoni qui la proposizione di un elenco, solo apparentemente arido, ma in realtà assai utile per capire quanti e quali siano gli interessi istituzionali, economici, politici e sociali intorno alla risorsa idrica. L’Osservatorio unisce infatti rappresentanti di tre Ministeri (della Transizione Ecologica, delle Infrastrutture e dei Trasporti, delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali), di otto Regioni (Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Liguria, Toscana, Marche, più la Provincia Autonoma di Trento), degli enti tecnici preposti al governo del fiume (Agenzia Interregionale per il Po, Autorità di Bacino Distrettuale del Po), di istituti di ricerca (ISTAT – Istituto nazionale di statistica, ISPRA – Istituto superiore per la protezione e la Ricerca ambientale, CREA – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), di alcuni consorzi di fiume (del Ticino, dell’Adda, dell’Oglio), di multiutility (Terna Rete Italia; Utilitalia – Federazione Utilities Acqua Ambiente Energia), di associazioni del settore (ANBI – Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue, ANEA – Associazione nazionale degli enti di governo d’ambito per l’idrico e i rifiuti; Assoelettrica – Associazione nazionale delle imprese elettriche) e del Dipartimento della Protezione Civile. La varietà di scale territoriali coinvolte e di settori di attività rende l’idea di cosa voglia dire governare la (scarsità di) acqua, con ripercussioni in tantissimi settori.
Lo stato di “severità alta” proclamato dall’Osservatorio è legato all’insorgere di alcune concrete emergenze. In circa un centinaio di Comuni delle regioni Piemonte e Lombardia vi sono già criticità nell’approvvigionamento d’acqua per la rete idrica, e sono già in utilizzo autobotti e autocisterne per il rifornimento dei serbatoi degli acquedotti, al fine di non interrompere le erogazioni d’acqua. Allo stesso tempo, chiaramente, sono state emesse dagli stessi Comuni ordinanze per limitare l’utilizzo di acqua.
Sul sito dell’Osservatorio campeggia in primo piano una carta sintetica del bacino idrografico del Po con evidenziati alcuni dati importanti, fra i quali la portata del fiume in diversi punti del suo corso. Si va dai 59 metri cubi al secondo di portata a valle della confluenza con il fiume Sesia ai 210 mc/sec a Piacenza, ai 285 di Cremona, ai 351 di Boretto ai 374 di Borgoforte, fino ai 348 mc di Pontelagoscuro, all’inizio del delta (i dati sulla carta sono aggiornati al 19 luglio, ma il bollettino settimanale presente sul sito propone dati più aggiornati, non visualizzati sulla carta geografica di sintesi). La diminuzione del dato fra la penultima e l’ultima stazione di rilevamento è significativa di ciò che accade lungo il corso del fiume: i prelievi idrici legati alle attività umane sono tali da poter causare una diminuzione complessiva della portata del corso d’acqua.
Le portate medie del mese in corso (luglio) sono drasticamente inferiori alle portate medie storiche del trentennio 1991-2020, con diminuzioni che si aggirano fra il 63 ed il 68%. Vale a dire che nel mese di luglio di quest’anno il Po aveva circa un terzo dell’acqua che aveva avuto normalmente nel trentennio di riferimento (l’arco di una trentina d’anni è di norma quello preso in considerazione per avere dei punti di riferimento di medio periodo, anche nell’ambito dei dati climatici).
L’emergenza idrica che sta popolando i titoli delle agenzie di stampa è d’altronde strettamente connessa a un altro protagonista del mediascape (per usare il termine proposto da Arjun Appadurai nel suo Modernità in polvere, del 2001) contemporaneo, il riscaldamento terrestre connesso al cambiamento climatico globale. Ciò che emerge e che bisogna tenere presente nell’interpretazione delle notizie che parlano dei bassi livelli del fiume Po è soprattutto la necessità di comprendere la complessità del fenomeno e la sua correlazione ai fenomeni a grande scala.
È utile peraltro adottare un’ottica comparativa: non è soltanto il fiume Po a soffrire di carenza idrica. Anche solo rimanendo nell’ambito europeo, tutti i grandi fiumi stanno vivendo una drastica carenza idrica. Il Danubio, alla foce, ha anch’esso, in questo periodo, una portata vicina a un terzo delle medie storiche (circa 1.700 mc/sec a fronte di 4.700). Altri grandi fiumi europei, che campeggiano saldamente nell’immaginario fluviale del continente, come il Reno, l’Elba, la Loira, hanno portate ridotte rispetto alle medie storiche. Oltre ai danni alle attività economiche connesse (fra cui la navigazione commerciale e quella turistica, ad esempio, che sono pressoché assenti sul fiume Po, ma rivestono invece una notevole importanza in molti bacini idrografici europei), pesanti ripercussioni si hanno anche sugli ecosistemi fluviali, che si trovano ad affrontare drastiche e rischiose sfide di adattamento.
Non si tratta dunque soltanto di avere spiagge più larghe lungo il corso del fiume Po, o della possibilità di attraversarlo a piedi, fatti che da noi sembrano incuriosire in particolar modo l’immaginazione giornalistica. I fiumi, con la loro voce di scorrimento sempre più flebile, ci stanno lanciando l’ennesimo messaggio di allerta sulle conseguenze ubique e profonde del cambiamento climatico globale.
In copertina, fotografia di Joseph ticino, Fiume Po - Wikimedia Commons.