Carlo Mollino dall’A alla Z
Carlo Mollino (1905–1973) è uno dei massimi protagonisti della cultura del novecento italiano e Doppiozero si è già occupata altre volte di lui, del Mollino designer, del Mollino fotografo e persino di una sua biografia stravagante. Recentemente, per i tipi di Electa è uscita una monografia a lui dedicata, l’ennesima, si dirà, visto il proliferare dal 1985 ad oggi delle pubblicazioni sull’architetto/artista torinese. Già, perché la prima monografia a lui dedicata è uscita addirittura dodici anni dopo la sua morte. A curarla è stato il suo allievo Giovanni Brino, si intitolava Architettura come autobiografia, architettura, mobili ambientazioni 1928 – 1973; da allora la personalità e l’opera del maestro hanno finalmente conosciuto il successo editoriale che egli si merita e che purtroppo non ha avuto in vita.
Se fossimo nel medioevo, questo nuovo volume, intitolato Mollino A-Z, (pp. 255, € 35.00), potrebbe essere definito una Summa, visto che raccoglie 68 voci a lui dedicate, scritte da 34 studiose e studiosi che ci forniscono un quadro piuttosto esauriente di lui come uomo e della sua opera d’artista. Si tratta del quattordicesimo volume in ordine di uscita della collana A-Z di Electa, composta da monografie sulle grandi figure eclettiche della cultura contemporanea, la cui veste editoriale e il cui progetto grafico sono di Leonardo Sonnoli. I curatori del volume di Mollino sono Fulvio Irace e Sergio Pace.
Summa per summa, per recensirla cosa c’è di meglio che offrire al lettore degli stralci di alcune delle voci che vi compaiono a illuminarci sulla personalità poliedrica e affascinante di questo autore oggi entrato nel mito?
Partirei da un paio di voci fuori elenco, da quella di Giuseppe Pagano dall’occhio lungo, che, nel 1932, tiene a battesimo il giovane Mollino, svelandolo così alla cultura architettonica italiana, con la menzione sulle pagine di La Casa bella, della sua tesi di laurea, un edificio commerciale, una architettura moderna nel cuore della Torino romana e medievale: “Chiaro come una equazione bene impostata” scrive Pagano “con la sua aria di non voler inventare la nuova architettura ma di volere battere e proseguire con occhio vigile la strada già segnata e in pieno sviluppo in tutto il mondo”.
Nel 1941, ecco Gio Ponti rendere omaggio ad un Mollino ormai affermato dalle pagine della sua rivista Lo stile nella casa e nell'arredamento (che diventerà poi Stile): “Diremo che per noi Mollino […] è principalmente un artista. Dell’artista egli ha il coraggio, la libertà, la sfrenatezza concettiva mista a bravura e pignoleria d’esecuzione, la sensibilità al colore, alla materia, al disegno (in lui grandissima), infine la lirica. Questa nostra Italia, noi sosteniamo, è la patria degli ingegni diversi e non degli ingegni eguali. Questa è la sua ricchezza; e di questa ricchezza Mollino è uno degli elementi più vivi, più ardenti”. Mollino, insomma, è piaciuto fin da subito a tutti, sia ai razionalisti radicali, sostenuti da Pagano, sia ai più moderati conciliatori della modernità con la tradizione, capeggiati da Ponti. Lui, però, per parte sua, non si è schierato con alcuno dei due linguaggi, ma è sempre rimasto un outsider, uno spirito libero di essere tormentato ed inquieto.
Ecco, qui di seguito, una selezione di frammenti tratti dalle voci proposte nel volume.
Si sa che la fama di Mollino, così come quella di Gio Ponti, ha preso avvio dal mondo del collezionismo. Sue opere (uniche) sono state e sono battute in asta a cifre da capogiro.
Aste: Nel corso degli anni alle aste internazionali si sono susseguite aggiudicazioni consistenti, ma il primo exploit milionario risale al 9 giugno 2005, quando a New York da Christie’s un tavolo in vetro e quercia del 1949 progettato da Mollino per casa Orengo e realizzato da Apelli & Varesio, la sua ditta torinese di fiducia, abilissima a interpretarne le esigenze tecniche e stilistiche, è stato venduto per 3.824.000 dollari (a fronte di una stima di 150.000/200.000 dollari). (Fabiana Fruscella)
Fu il noto designer americano George Nelson a definire il linguaggio artistico di Mollino Turinese Baroque, e lo fece nel 1948, prima dalle pagine della rivista americana Interiors e quindi sul nr. 229 di Domus.
Barocco: Nella produzione di Mollino, la memoria del barocco affiora non soltanto negli interni […] ma è anche nelle sue architetture, dove, magari, i complementi costituiscono le spie di un più profondo recupero del linguaggio sei-settecentesco. […] Lo dimostra l’intervento al Teatro Regio di Torino nella concatenazione delle superfici curvilinee di foyer, balconate e palco ricostruiti alle spalle della cortina settecentesca di Benedetto Alfieri che si apre su piazza Castello. (Cettina Lanza).
Carlo non si è mai sposato ed è vissuto in casa dei genitori sino alla loro morte. Il suo rifugio da scapolo è stato lo studio (alla francese) chiamato Casa Miller, dal nome della fotografa e modella surrealista, compagna e musa di Man Ray, Lee Miller, figura iconica del surrealismo internazionale a cui Mollino si ispirava in quegli anni.
Camere senza vista: Casa Miller era una indigeribile provocazione. Era un segno di sfrontatezza la stessa proposta di un pied-à-terre che consentisse il rifugio in una sfera totalmente privata: idea, d’altra parte, congeniale alla sua destinazione di spazio, pensata come punto di incontro di uno scapolo che viveva ancora nella casa paterna, utilizzato come set fotografico, come studio, come occasionale punto di un rendez-vous per una ristretta cerchia di amici. (Fulvio Irace)
Di sicuro Mollino non appartiene a quei “rettangolari architetti che farebbero cipria del Borromini”, come li ha definiti Carlo Emilio Gadda (1952). E se Borromini “rettangolare non è ma cavatappi”, Mollino è curvilineo.
Curva: La linea curva, lungo i lustri artistici e professionali di Mollino, la vedremo sempre più insinuarsi non solo nelle fotografie degli arabeschi fenomenici e nel disegno di arredi, sedie, scrivanie e altri mobili, ma anche, sebbene in modi necessariamente meno appariscenti, in importanti lavori e progetti architettonici: il Teatro Regio di Torino e i progetti per il Teatro di Cagliari e il Palazzo del lavoro per Italia ‘61 a Torino. Ma il disegno curvilineo doveva trovare la sua apoteosi nel progetto per la Sala da ballo Lutrario, sempre a Torino (1959-60) […] L’insistenza che, mi sembra, egli spesso pone sulla curva, anzi, sulla curvatura (non si parla forse in fisica di curvatura dello spazio- tempo?) non va dunque ridotta a opzione stilistica tra le altre ma intesa come segno privilegiato per indicare una poetica dello spazio come moto. (Bruno Pedretti)
Balconate, specchi e percorsi avvolgenti, cromaticità delle luci, tendaggi mobili appesi a binari curvilinei fanno di questa sala da ballo (progettata per Attilio Lutrario, un bizzarro imprenditore foggiano già ballerino negli Stati Uniti) uno spazio dinamico capace di dilatarsi e di restringersi quasi al ritmo della musica.
Danze: La vocazione scenografica che accomuna gli interni di Mollino, che l’approccio sia funzionalistico, barocco o liberty, e la fusione inscindibile tra lo spazio e i gesti che vi si compiono, trova una tarda realizzazione nel progetto per il Dancing Lutrario (1959 – oggi Le Roi – con Carlo Alberto Bordogna). […] Rispetto ad altri interni di Mollino, quasi ieratici pur nella loro dirompenza, il rapporto tra lo spazio progettato e il movimento della danza, anche intesa come rituale, diviene un esperimento che ancora oggi attira ballerini e visitatori e che, in una ideale linea del tempo, delinea un crocevia (eclettico) tra Surrealismo, Arte Programmata e Spazialismo. (Elena Dellapiana)
De Filippo, Eduardo: Carlo Mollino aveva in comune con [Eduardo De Filippo] la statura secca e minuta, la maschera scavata e soprattutto lo stile scattante, tratto dal mondo del circo – alla Cocteau –, un po’ come Charlot. (Roberto Gabetti)
Esposizioni: Costruttore di spazi tra realtà e fantasia, Mollino trovò nell’arte dell’allestimento l’occasione per sperimentare, nello spazio breve di un’esposizione, la sua propensione al racconto, la sua abilità a sintetizzare in scene mobili l’ebrezza dell’istante in cui contenuto e forma coincidono nell'occhio dello spettatore. (Fulvio Irace)
Nel 1949 Mollino dà alle stampe per Chiantore di Torino il libro “Il messaggio della camera oscura”.
Fotografia: Mollino realizza una delle più lucide e pregnanti pubblicazioni sulla storia e l’estetica della fotografia mai uscite in Italia. (Francesco Zanot)
“Il numero e la qualità degli schizzi di progetto [della Funivia al Fürggen] lasciano trasparire l’entusiasmo con il quale Mollino affronta questo tema certamente a lui particolarmente congeniale. Una situazione paesaggistica unica, un terreno impervio e roccioso, un progetto di funivia tra i più arditi all’epoca”. (Tamagno)
Fürggen: Quello della funivia del Fürggen, sviluppato tra il ‘50 il ‘53 è solo uno dei molti progetti redatti da Mollino per Cervinia. […] Ciò che emerge è come la conca del Breuil sia stata per Mollino l’espediente narrativo-topologico ideale in cui sperimentare suggestioni architettoniche e figurative, configurazioni tipologiche, soluzioni strutturali […] in cui la costruzione a sbalzo, attraverso il vertiginoso distacco dal suolo va a creare quel parallelismo […] che mette in tensione dialettica figurazione dell’architettura e visione del paesaggio, attraverso un solo gesto in cui l’uno diventa l’interprete dell’altro. (Roberto Dini)
Il maestro torinese, come è noto, avversava apertamente la produzione in serie, a favore del pezzo unico manufatto. Le sue falegnamerie di fiducia furono Apelli & Varesio, Rosso e Celerino, Tesio, Ferrero, a cui consegnava dei disegni che erano “più documenti destinati alla discussione in bottega che non strumenti esecutivi per la riproduzione in serie." (Brino)
Industria: Nella scheda introduttiva di una delle Lezioni di design prodotte da Rai Educational e condotte da Ugo Gregoretti, dedicata a Carlo Mollino, l’architetto torinese è definito come un caso straordinario di designer senza industria. Lo studio dei documenti conservati presso l’archivio Carlo Mollino conferma tale definizione. […] L’industria diventa invece un partner strategico di Mollino nei concorsi di progetto. […] Egli partecipa infatti a numerosi concorsi di design, tra cui quello con Enrico Mattei, presidente dell’ENI (di cui Agip faceva parte) per la realizzazione del pullman pubblicitario Nube d’argento di Agip, nel quale Mollino ridisegna carrozzeria e interni, concependo lo spazio come stand mobile; e per gli allestimenti degli stand Agip-Gas e Snam-Agip, presentati rispettivamente al Salone dell’Automobile di Torino e alla Fiera Campionaria di Milano, entrambi nel 1954. (Pier Paolo Peruccio)
La Slittovia al Lago Nero, definita dallo storico George E. Kidder Smith “l’opera più tridimensionale dell’architettura moderna” è stata progettata con volumi discontinui e contrastanti, al punto che risulta impossibile coglierli nel loro insieme, così che ogni lato ci appare addirittura come se fosse un edificio a sé stante, tanto che si fa fatica a credere che si tratti invece di un unico edificio.
Lago Nero: Edificio-scultura dalla complessa e perfetta tridimensionalità, riesce a fare convivere felicemente le sue anime, unendo l’assoluta modernità e la saggezza della tradizione (Gabetti 1985). In Val di Susa, la nuova architettura alpina diventa terreno di sperimentazione formale, funzionalista e tecnologica. Verso valle una baita vola sulla neve rivelando le prime incursioni del moderno, nei tenditori metallici che rinforzano le travi in legno di un tetto dall’aggetto crescente, nello sbalzo della copertura aiutato da un puntone inclinato al centro di una facciata dalla perfetta geometria, nelle finestre a nastro, nell’incastro delle travi, nelle lunghe grondaie di legno che, seguendo ragioni funzionali ed estetiche, si prolungano oltre la facciata. (Laura Milan)
Il bisiluro Damolnar (1955), progettato da Mollino, con Enrico Nardi e Mario Damonte (da cui il suo nome Da-Mol-Nar) longitudinalmente diviso in due corpi di diverso volume, partecipa quell’anno alla 24 ore di Le Mans, pilotato da Mario Damonte, con Mollino come secondo pilota.
Macchina: L’auto da record è disegnata da Mollino come estremizzazione concettuale della velocità come unico obiettivo: un’ala bifacciale, con straordinarie carenature passaruota, che emergono come sculture metalliche disegnate dall’aria. Il prototipo, mix di soluzioni aerodinamiche esasperate su un’impronta organica, molto convincente sotto il profilo estetico e concettuale, richiama alcuni coevi modelli di studio disegnati da Mollino. (Benedetta Camerana)
Tra le tante soluzioni geniali di Mollino per il Teatro Regio di Torino c’è anche quella del lampadario a nuvola, ideato con Gino Sarfatti. Esso è costituito da prismi in perspex di lunghezze diverse che, discendenti da tubi in alluminio ospitanti centinaia di minuscole lampadine, ondeggiano sotto la cupola, diffondendo una luce che pare anch’essa vaporosa come la forma che la genera.
Musica, sale per: Senza dubbio le linee sinuose [del Teatro Regio], evidenti fin dalle pareti laterali esterne dell’edificio, sono un vero motivo ricorrente del progetto architettonico, che identifica anche gli elementi più iconici della struttura: dal lampadario a nuvola, che segue le curve di un disegno impossibile da catturare in una forma geometrica codificata, al famoso boccascena a video, che ai primi spettatori del 1973 diede l’impressione di osservare, con moderno distacco estraniante, il palcoscenico attraverso lo schermo di un televisore catodico. (Luciano Bolzoni)
Quale invito alla loro completa lettura, si è proposta qui una succinta selezione delle 68 voci contenute nel libro; per concludere, eccone un’altra che tratteggia con poche parole la personalità del maestro torinese.
Neve: Il Mollino che conosciamo e che stiamo analizzando in questo volume appartiene a quella serie di esseri umani che ricercavano nel movimento il proprio asse vitale. Muoversi, volare, correre in auto e con gli sci, tutti atti nervosi di un uomo che ha sempre combattuto con il fantasma di ritrovarsi fermo in un solo punto dell’universo. (Luciano Bolzoni).
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