Michele De Lucchi a Palazzo Molteni

15 Giugno 2026

“Come afferraste il filo che attraverso tale labirinto vi condusse? Come costruiste tale edificio dal nulla? Come fondaste su basi così esili questo racconto, biografia, narrazione? O, in altre parole, quante menzogne vi ci vollero per creare la fiduciosa verità che qui ci presentaste?”.

Questo brano, che si trova verso la fine del romanzo Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar, mi sembra particolarmente adatto per introdurre la mostra di Michele De Lucchi Il conforto dell’architetto / The Architect’s Relief, allestita a Palazzo Molteni e visitabile fino al 9 gennaio 2027.

In essa, l’archistar milanese, che collabora da molti anni con il Gruppo Molteni, “riprende il libro Il conforto dell’architetto, scritto con lo psicosocioanalista Giuseppe Varchetta, in cui riflette sul dolore che prova l’architetto quando vede un pezzo di terra occupato da un nuovo edificio”.

Lo stesso De Lucchi ha scritto: “Come architetti, stiamo attraversando una situazione paradossale: per fare il nostro lavoro continuiamo a costruire, a occupare spazio e terreno, perpetuando una pratica che oggi sentiamo sempre più invasiva nei confronti della natura. E la natura sembra ribellarsi alle attività dell’uomo, mandando segnali attraverso i cambiamenti climatici e gli eventi meteorologici estremi. D’altra parte, qualcuno deve creare il nostro ambiente di vita, che è essenziale per soddisfare le nostre aspettative e ambizioni perché, purtroppo o per fortuna, noi siamo animali che cambiano costantemente”.

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Palazzo Molteni, scorci della mostra di Michele De Lucchi; a sx. Composizioni, 2020-2021, matita su carta; a dx. Legno cucito 456, 2020, mogano Sapelli.

La citazione presa dal romanzo della Yourcenar mi pare particolarmente calzante perché è tratta dalla parte in cui l’imperatore Adriano, ormai carico d’anni, riflette sulla sua vita e su come l’ha impiegata, proprio come fa anche De Lucchi (1951) che, giunto ad un traguardo ragguardevole della sua vita anagrafica e professionale, si pone interrogativi esistenziali sull’una e sull’altra. Storia, memoria, ecologia, sostenibilità, necessità di sopravvivenza dell’Uomo e della Natura e dell’Uomo parte integrante e non sovrano della Natura. Fra tutte queste meditazioni, una in particolare lo assilla, e riguarda il mestiere dell’architetto e il progettare nuovi edifici che vanno ad occupare porzioni di suolo sottratto alla Natura.

E sono questi interrogativi che la mostra milanese coglie ed evidenzia. Realizzata in collaborazione con Antonia Jannone Disegni di Architettura, la storica galleria milanese fondata nel 1977, e con Francesca Molteni, essa riunisce circa quaranta opere del maestro, alcune delle quali esposte per la prima volta. La più parte di esse sono “nate da domande radicali: qual è oggi il contributo dell’architetto? Qual è il confine tra costruire e occupare? Quale responsabilità comporta ogni gesto progettuale?”.
Vi sono esposte opere pittoriche e grafiche, ma anche sculture come Legno cucito, Sasso, Edificio vuoto, Pagliaio, Casetta (un tema molto caro a De Lucchi, ricorrente da decenni nel suo lavoro artistico). Fra le tempere su carta ricordiamo Cultivation Station, Architettura ideografica, Casa con Abbaini.

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Alcune sculture di Michele De Lucchi esposte a Palazzo Molteni.

Sebbene sia nato a Ferrara da genitori veneti e abbia studiato alla facoltà di architettura di Firenze, Michele De Lucchi è milanese per scelta, anzi, per vocazione professionale. Dopo essere stato allievo di Adolfo Natalini, che lo ha introdotto al mondo fiorentino del radical, salito a Milano, vi ha percorso tutte le strade di quella stagione rivoluzionaria dell’architettura e del design, da Alchimia a Memphis, per intraprendere poi, a partire dagli anni novanta del secolo scorso, un cammino da viandante solitario, da scalatore di montagne, da sherpa, con nel cuore quello che aveva appreso, divenuto la sua fede irrinunciabile.

Così ha dichiarato in un’intervista a proposito della necessità di dare nuovo impulso all’artigianato, nel rispetto della sostenibilità ambientale, come era già implicito nel messaggio radical:

“Vedo una funzione strategica e decisiva per l’artigianato che dovrebbe essere il laboratorio di ricerca dell’industria, che dovrebbe sfruttarne il talento umano, la ricchezza tutta italiana nello sperimentare nuove forme, nuovi materiali senza per questo porsi in antitesi all’industria. È qualcosa di complementare in cui io credo moltissimo, perché l’artigianato lavorando nella scala dell’uomo, in quella che si chiama sostenibilità, e rispettando la natura, è altamente ecologico”.

Con questo intento, nel 1990 il maestro milanese ha persino dato vita a Produzione Privata, un’impresa artigianale sua propria e di sua moglie, che, come ha dichiarato lui stesso, è nata “quando si esaurì l’esperienza di Memphis. Volevo mettere insieme i miei pensieri, creare oggetti sperimentali da recuperare alle mode e realizzati dagli artigiani, di Murano per il vetro, di Carrara per lavorare il marmo, della Brianza per l’ebanisteria. Con mia moglie Sibylle aprii Produzione Privata e la divisi in laboratori, dal metallo al marmo, per realizzare lampade, sedie, candelabri, vasi da fiore, pezzi quasi da collezione, e tutto quanto avesse a che fare con la centralità dell’uomo nella vita comune di tutti i giorni”.

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Michele De Lucchi al lavoro, © Produzione Privata.

Ma sono stati molti anche i brand per cui De Lucchi ha lavorato come designer, da Olivetti, a Kartell, a Philips, Siemens, Compaq, a Molteni stesso, a Vitra, a molti altri, tra cui Artemide, per la quale ha progettato una delle lampade divenute icone del design, la Tolomeo (leggi qui su Doppiozero).

A me personalmente la Tolomeo ha sempre fatto pensare al fiore dell’elicriso, con la corolla a tronco di cono, il cui stigma, che nel fiore cattura la luce, nella lampada è la lampadina che invece la diffonde; i suoi bracci, allora corrispondono allo stelo del fiore, in natura mosso dal vento, qui meccanicamente cinetici, ma, in fondo, equivalenti nelle loro potenzialità dinamiche.

Già, perché Michele De Lucchi ha sempre avuto ed ha a cuore il rispetto della natura e l’ecologia, a proposito della quale ha dichiarato di concordare “con l’idea di Ettore Sottsass: ecologia è creare un oggetto e far sì che venga curato, amato da chi lo possiede. È far sì che la natura sia dominata sempre con saggezza responsabile e morale, evitando le speculazioni e non generando belve ferite”.

E questo principio lo ha applicato anche alle sue numerose architetture.

Tornando alla mostra Il conforto dell’architetto / The Architect’s Relief, che dire poi di Palazzo Molteni, la sede che la ospita?

Esso può essere ascritto a quel trend già in voga a Milano alla fine dell’ottocento, quando antichi palazzi nobiliari del centro storico iniziarono ad essere riconvertiti in sedi di musei o comunque di luoghi culturali aperti alla collettività, tendenza confermatasi con sempre maggiore frequenza nel novecento ed ora trasferitasi anche al nostro secolo, a riprova della generosità dei milanesi, che un vecchio adagio in dialetto meneghino definisce cunt el coeur in mann.

A partire da Palazzo Poldi Pezzoli, museo dal 1881, lo sono diventati in seguito anche Palazzo Bagatti Valsecchi, Palazzo Moriggia (progettato nientemeno che dal Piermarini), Villa Belgiojoso (progettata da Pollack), Palazzo Bonacossa, Palazzo Morando e Palazzo Boschi di Stefano. Come non menzionare Villa Necchi Campiglio (progettata da Portaluppi), dove il FAI organizza prestigiose esposizioni? Neppure si può dimenticare Palazzo Bocconi-Rizzoli-Carraro, sede della Fondazione Luigi Rovati, di un museo e di magnifiche rassegne espositive.

Dallo scorso anno, in Via Manzoni al numero 9, proprio di fronte al Poldi Pezzoli, c’è una new entry in città tra i palazzi residenziali convertiti al mondo della cultura, si tratta di un palazzo, ora denominato Palazzo Molteni che, acquisito da Molteni&C, ne è diventato non solamente il flagship store e Urban Pavilion, ma anche la sede milanese del Molteni Museum di Giussano. E così i suoi ultimi due piani, il moderno attico, insieme alle aree lounge e alle sale riunioni, sono la sede di Molteni Galleria, l'area corporate destinata a eventi e a momenti culturali. “È uno spazio di incontro e dialogo aperto alla città, che ospita mostre temporanee, conferenze proiezioni, lezioni con architetti e designer e, più in generale, contributi di figure di spicco de mondo della cultura” ci informa Molteni, eventi tutti che si intensificano all’approssimarsi e allo svolgersi della Design week.

Ed è proprio al sesto piano di Palazzo Molteni che è attualmente in corso la mostra di Michele De Lucchi.

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Palazzo Molteni, veduta della facciata neoclassico-liberty di Stefano Lissoni e Giuseppe Mentasti e uno scorcio degli interni ristrutturati da Vincent Van Duysen.

Sorto alla fine del XIX secolo quale residenza borghese, l’edificio di Via Manzoni, 9, come ricorda una lapide apposta in facciata, fu abitato dall’imprenditore e filantropo Prospero Moisè Loria, promotore della Società Umanitaria, una delle più importanti istituzioni socio-culturali milanesi. Fu infatti grazie al lascito testamentario del Loria al Comune di Milano (ammontante a circa dieci milioni di lire, pari a circa 31 milioni di euro di oggi) che nel 1893 l’Umanitaria vide la luce.

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Il palazzo si declina in forme che si attengono al dettato neoclassico della Commissione di pubblico Ornato, l’organo di guida e di controllo urbanistico, estetico e di pubblica igiene della città, istituito a Milano nel 1807, durante il Regno napoleonico, che ha continuato ad influenzare l’architettura milanese per tutto quel secolo.

Nel 1922 l’edificio ha subito un restauro a firma di Stefano Lissoni e Giuseppe Mentasti che lo hanno sopraelevato di due piani, ristrutturandone anche la facciata secondo la moda liberty allora imperante in città.

La recente sistemazione dei suoi interni è invece opera di Vincent Van Duysen, “un architetto belga minimalista innamorato dell’Italia”, come afferma Carlo Molteni, Presidente di Molteni&C e di Molteni Group, “capace di ricreare l’Italian flair all’interno di volumetrie imponenti. Un'occasione per interpretare in chiave contemporanea l'articolazione degli spazi e la relazione tra ambienti domestici e spazi aperti, tra interno ed esterno”.

D’altra parte Molteni & C. ha sempre amato mettere in relazione la bellezza del passato con quella della modernità, come ha testimoniato anche l’evento Letters to Milan, organizzato dal brand brianzolo nel cortile del Museo Poldi Pezzoli, in occasione della Design Week 2025. Allora il cortile si è trasformato in un “luogo di riflessione silenziosa. Un’installazione su Milano, per Milano, che parla con la città e ne restituisce un ritratto affettivo e architettonico, fatto di memoria e possibilità. […] Milano e i suoi mutevoli ideali di modernità, interpretata dagli architetti che hanno dato forma alla città, in dialogo con il design – Gio Ponti, Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti, Aldo Rossi, Herzog & de Meuron”. Il tutto con la Quote curated, la parte testuale a cura di Doppiozero.

Anche gli interni di Palazzo Molteni si configurano in un mix equilibrato di modernità e di memoria che sa esprimere il mondo "sensoriale, pieno di sorprese, molto narrativo dell’universo Molteni e la qualità della sua arte di vivere”, ha spiegato Vincent Van Duysen, che dal 2016 è anche direttore creativo del brand.

Nei 3.000 mq di spazi espositivi, ogni piano è stato concepito da Van Duysen come se fosse l’abitazione di un collezionista raffinato che sa coniugare le opere d’arte con il design di elevata qualità, quale è, appunto, quello da sempre proposto da Molteni & C. Ogni piano ha uno o più living, una cucina, una zona notte con relativi servizi e un dehor elegantemente arredato e ombreggiato da una vegetazione rigogliosa, tutti gli arredi sono ovviamente del brand. Completano il tutto quadri, sculture e installazioni “grazie alla partnership di MASSIMODECARLO, istituzione leader a livello internazionale nel mondo dell'arte”.

Girando per le varie sale ci si può anche imbattere in icone del design, dalle poltrone di Gio Ponti alle librerie di Jean Nouvel; dai mobili di Aldo Rossi a quelli dei suoi allievi Herzog & de Meuron e poi ci sono i tavolini di Ron Gilad, i divani di Vincent Van Duysen e lo scrittoio di Michele De Lucchi, e c’è persino la libreria Piroscafo, (progettata da Aldo Rossi con Luca Meda nel 1991): ed è subito estasi.

Vale davvero la pena di visitare questa mostra in questo luogo della bellezza, perché, come ha dichiarato De Lucchi: “abbiamo finalmente capito che la cosa più preziosa che abbiamo è il tempo. E vogliamo passarlo in luoghi che ne valgano la pena. Se un museo è solo un contenitore di opere ci stiamo malvolentieri. Se è anche esso stesso un’opera d’arte, se ci accoglie bene, se ci fa sentire bene allora ben vengano”.

Michele De Lucchi Il conforto dell’architetto / The Architect’s Relief, in collaborazione con la Galleria Jannone, Galleria di Palazzo Molteni, via Manzoni 9, Milano
visitabile fino al 9 gennaio 2027
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