Ugo La Pietra, maître à penser del design

3 Maggio 2026

Se, nella prima metà del novecento, il fronte culturale del nascente design ha avuto il suo unico promotore nell’immenso Gio Ponti, i maîtres à penser del design italiano della seconda metà del secolo sono quattro: Bruno Munari, Enzo Mari, Alessandro Mendini e Ugo La Pietra. Per sintonia d’esercizio del loro pensiero/azione, pur nelle sostanziali differenze del portato teorico-pratico di ciascuno di essi, i Magnifici Quattro possono essere, a loro volta, raggruppati a due a due: Mari-Munari; Mendini-La Pietra. Profonde analogie legano, infatti, Mendini e La Pietra, che, prima di tutto, hanno condiviso gli esordi nella stagione radical, vero tsunami per il good design. Entrambi, infatti, come professato in quel periodo, perseguono un ritorno all’artigianato, all’opera manufatta e all’ornamento, con giocosità, contro la serializzazione, la produzione industriale, il less is more e la severità del Modernismo. Ma lo fanno ciascuno a modo proprio. Più artistico-intellettuale (forma, colore, uso dei materiali, teorizzazione) Mendini, stante anche il suo aver respirato nella stagione della propria crescita e formazione in casa Boschi di Stefano, Carrà, De Chirico, Fontana, Manzoni e tutte le opere di quella strepitosa collezione di famiglia. Più filosofico e didattico-divulgativo La Pietra, persino profetico nell’aver preconizzato l’avvento dell’odierna comunicazione globale (la Casa Telematica, 1972-83), per poi distaccarsene, quando essa è diventata imperante, caldeggiando, invece, e appassionatamente, il superamento delle barriere, purtroppo ancora esistenti, tra la cultura del progetto e la cultura del fare, sostenitore di un connubio fra le due realtà, che dall’illuminismo in poi han percorso cammini sempre più disgiunti. Anche a La Pietra importa dei materiali, ma non per la loro resa formale, bensì per il modus in cui per secoli essi sono stati lavorati dagli artigiani locali. “Risorse del territorio", definisce allora le tradizioni della loro lavorazione, delle quali l’artigiano è depositario e custode. Mentre Mendini, con la sua opera, celebra la ‘morte del design’, seppur sontuosa e trionfale, se non, addirittura, epica, La Pietra intuisce, invece una sua reale possibilità di sopravvivenza, previa, però, una sua trasformazione. Questa sopravvivenza, infatti, egli ci dice, può avvenire solamente nel superamento del limite, inteso nel significato etimologico di confine, che ancora lo divide dall’artigianato, dalle cosiddette arti applicate, e contemporaneamente ad esse lo unisce, in quella commistione linguistica che è propria di tutti i confini. (leggi qui su Doppiozero)

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Ugo La Pietra al Politecnico di Milano (25.03.26) tiene una lezione agli studenti del primo anno del Dipartimento di Design sul tema del Neoeclettismo.

Fautore da lustri del Fatto bene e del Fatto ad arte, da lui teorizzati in libri, in articoli, in conferenze e in laboratori didattici e messi in pratica nella realizzazione di opere, Ugo La Pietra (1938), il 25 marzo scorso, ha tenuto una affollatissima e partecipata lezione al Politecnico di Milano, rivolta agli studenti del primo anno del dipartimento di Design, il cui tema di partenza è stato il commento al suo ultimo libro, Neoeclettismo. Storia di un nuovo modo di pensare e progettare' (Marsilio Editori/ Fondazione Cologni, 2025, € 35,00).

Si tratta di un libro fondamentale, perché è il primo testo storico-critico scritto con “lo scopo di colmare un vuoto di conoscenza rispetto a un periodo storico (tra gli anni ottanta e novanta) durante il quale la percezione e la gestione del vissuto, all’interno di una categoria che possiamo definire memoria, si sono profondamente trasformate e hanno provocato un nuovo modo di pensare e progettare”, scrive La Pietra nella premessa, e aggiungiamo, con enormi conseguenze di cui ancora oggi si possono apprezzare i molti e duraturi esiti.

Così specifica di nuovo l’autore: “Il Neoeclettismo, opponendosi ai vecchi pregiudizi e proibizioni autoritarie, connessi con la concezione del moderno come sistema libero da certezze, ha dato accesso al paradiso perduto della memoria, ma ha fatto molto di più: ha dato a una generazione il coraggio di esprimersi liberamente”.

Continua poi sottolineando la differenza tra “il post-moderno (che usava alcune citazioni del passato) e il Neoeclettismo, che invece si apriva a considerare tutta la storia.

Infatti, il Neoeclettismo la abbraccia tutta, non solo nel suo svolgersi rettilineo dal passato al presente, ma anche alla rovescia, nel suo dipanarsi a spirale dal presente al passato in virtù della memoria”.

Secondo La Pietra, poi, “non esiste la forma giusta”, ma esistono “oggetti dove è ben visibile la ricerca e la progettazione in rapporto all’ambiente di riferimento e alla sua storia”.

Invitando tutti a leggere questo libro, riporto la definizione che il maestro propone per l’eclettismo moderno, che è “basato infatti non più sull’illusione di poter tornare ai tempi andati e farli rivivere, ma proprio sulla certezza che ciò non è possibile, sulla volontà di cogliere l’attualità del passato, appropriandosi di forme che esprimono qualcosa di assai diverso da ciò che dicevano ai nostri avi, qualcosa però di molto intrigante per noi. Il sense of humor che mancava di regola nei revival e nel vecchio eclettismo, pervade invece il design moderno e si esprime in una sorta di rimozione del dato spontaneo della memoria, sulla scia della scoperta da parte di Duchamp della poetica del ready-made”.

Perché, e concordiamo con lui, dopo Duchamp nulla in arte può più prescindere da Duchamp.

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Ugo La Pietra, Erbario, 2026, Libri aperti in ceramica ingobbiata e sgraffita dall’autore nel laboratorio Ceramiche Puzzo, Milano, foto courtesy Archivio Ugo La Pietra, Milano.

Dallo scorso 17 aprile, sulla terrazza della Casa degli Artisti di Corso Garibaldi 89/A a Milano, in occasione dell’Art Week, è allestita una rassegna espositiva suddivisa in due parti, entrambe coordinate da Ugo La Pietra: Erbario e Gli Invasati, visitabili fino al 31 maggio.

Nella prima sezione, Erbario, su dei leggii di legno sono esposte alcune delle pagine dell’omonimo libro, dato alle stampe dal maestro nel 2021 presso Marinonibook, la casa editrice che pubblica “libri con figure”, ma queste pagine hanno la peculiarità di essere state realizzate in ceramica.

E proprio la ceramica e la terracotta sono le protagoniste di entrambi i momenti espositivi.

Infatti, la seconda tranche della mostra, Gli Invasati, è una collettiva con opere delle artiste e degli artisti in residenza presso la Casa degli Artisti che si sono confrontati “con un archetipo condiviso, il vaso in terracotta, un modello standard”, che ciascuno di loro ha poi elaborato in modo creativo, dando la stura a paradossi, a metafore e a libere citazioni.

Come già detto, uno degli obiettivi di Ugo La Pietra è la salvaguardia, la tutela e la ridiffusione in chiave moderna delle tradizioni artigianali del nostro territorio, e così le pagine del suo Erbario sono state da lui realizzate in ceramica ingobbiata, che egli ha poi incisa con sgraffiti raffiguranti piante ed erbe.

Nel dizionario Treccani si legge che “ingobbiare è un verbo tecnico del settore ceramico, derivato da ingobbio, che significa rivestire un manufatto di terracotta con un impasto argilloso liquido (ingobbio) per migliorarne l'aspetto, rendendolo meno permeabile e più decorato. Il termine italiano deriva dal francese engober, che significa appunto coprire con uno strato di terra”.

La tecnica dello sgraffito in ceramica, poi, è un metodo decorativo antico che consiste nell'incidere uno strato di engobbio colorato applicato su argilla cruda. Rimuovendo l’engobbio con precipui strumenti si porta alla luce lo strato di argilla sottostante, dando vita ad un deciso contrasto sia cromatico che materico. Ed è proprio questo antico procedimento che La Pietra ha impiegato nei disegni delle pagine del suo Erbario, ridando vita ad una tecnica risalente al medioevo, che in Lombardia ha avuto, fin da quei tempi, una larga diffusione, poi venuta meno. Ed ecco La Pietra conferirle nuova vitalità, si auspica prodiga di emuli.

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Gli Invasati: Claudia Mendini, Viriditas; Roxy Ceron, Upside-down vase.

Nella sezione collettiva della mostra, Gli Invasati, ad esporre sono Matteo Bicego, Marco El Gato Chimney, Francesco Ciavaglioli, Sofia Guzzo, Claudia Mendini, Sara Passerini, Roxana Vergani.

La rassegna gode della partnership formale di quattro attori chiave della scena artigianale e del design milanese: Fondazione Cologni dei Mestieri d'Arte, Fondazione Michelangelo per la Creatività e l'Artigianato, Creative Academy e Serapian.

Come già detto, ciascun artista ha esercitato la propria creatività con scelte formali e poetiche totalmente libere, trasformando un comune vaso di terracotta in un oggetto poetico, visionario e – perché no? – ironico.

Ad esempio, Claudia Mendini, già autrice dagli anni 90 delle toccature pittoriche sulla Poltrona di Proust, ha creato un vaso intitolato Viriditas, che ‘esplode’ di energia verde. L’artista, citando Ildegarda Von Binden, spiega che “è l’energia verde, la linfa vitale che vive di Luce. Quella potenza lenta e inesorabile che copre il mantello della terra e sostiene tutta la vita”. E allora ecco nel suo vaso l’energia vitale straripare sconquassando le pareti del vaso, che a stento la contengono, allo stesso modo di come avviene quando la natura rigogliosa si impossessa delle cose e delle case costruite dall’uomo e poi abbandonate dalla sua incuria, oppure sopraffatte dalle alterne vicende della storia.

Tra gli altri vasi realizzati per la mostra, c’è anche quello di Roxy Ceron, dal titolo Upside-down vase, in cui l’autore, ha capovolto il vaso, negandone così la funzione di contenitore, e lo ha trasformato in una sorta di podio sopra il quale fa bella mostra di sé una scultura creata reimpiegando materiali di scarto. Il tutto, poi, è stato tinteggiato d’argento, per evocarne una sgangherata preziosità.

Come si può leggere nel comunicato stampa “a definire il cuore concettuale della collaborazione tra Ugo La Pietra e le artiste e gli artisti in residenza alla Casa è una citazione del settembre 2000 di Ugo Marano – artista e ceramista visionario, fondatore dei “Vasai di Cetara” – che La Pietra assume come dichiarazione programmatica:

Ceramica è arte regina.

Oggi che i vasi non servono più sono diventati più importanti, liberatisi dall’uso per liberarsi alla funzione si sono trasformati in oggetti della lussuria, dell’amicizia, della gioia. Le mani dei vasai sono la materia intelligente e armoniosa esistente. C’è ancora bisogno di vasi per l’evoluzione felice della persona e la crescita delicata dell’umanità”.

E allora, in vasis veritas: la verità è nei vasi o la verità ci invade?

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