C’è ancora un futuro

15 Luglio 2026

Di Santiago Zabala la casa editrice Deriveapprodi presenta la traduzione in lingua italiana dell’ultimo recente libro, Segni dal Futuro. Per una filosofia dell’avvertimento (trad. di Benedetta Antonielli, DeriveApprodi, 2026. Ed. originale: Signs from the Future. A Philosophy of Warnings, Columbia University Press 2025). Dalla quarta di copertina si viene a sapere che Zabala, classe 1975, insegna all’università Pompeu Frabra di Barcellona, che collabora con diverse testate internazionali e che alcune sue opere sono state tradotte in italiano. Qualcosa di più si trova in Wikipedia: ha curato scritti di Richard Rorty e ha scritto con Gianni Vattimo, è catalogabile come pensatore europeo postmoderno e pratica la filosofia come una sorta di ginnastica mentale. Un tardo ermeneutico insomma, che si muove nel campo dell’arte e dell’estetica, critico del capitalismo di sorveglianza e del populismo di destra che nasce a suo avviso dalla posizione filosofica del realismo. Punto centrale, centralissimo, sul quale mi propongo di tornare dopo un breve riassunto dei contenuti del libro.

La filosofia dell’avvertimento

Il libro è dedicato a una «filosofia dell’avvertimento» (Warnings nel titolo originale americano) una teoria mai formulata con questo nome e che ha le sue radici, spiega l’autore, nel «pensiero debole» di Gianni Vattimo. Ci pensa Zabala a formularla per la prima volta a partire dalla domanda: Perché non ascoltiamo gli avvertimenti? Perché non lo facciamo, dal momento che l’assenza di ogni emergenza – dice l’autore di aver già sostenuto in saggi precedenti – è la più grande emergenza? Perché non siamo in grado di cogliere i segni del futuro, anche quelli impellenti e drammatici quali il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità, le pandemie in arrivo? Una volta gli avvertimenti li lanciavano profeti e profetesse, i Geremia e le Cassandre; oggi spettano ai filosofi, nello specifico ai filosofi che usano l’immaginazione per interpretare i segni, ritenendo che la filosofia stessa sia un avvertimento. Questi ultimi sì, hanno occhi e orecchie per intendere, non i filosofi ciechi e sordi, che rispondono al nome di realisti, i cattivi della storia, mentre i primi rispondono a quelli di ermeneuti e aggiungerei, costruttivisti, i buoni.

Nel saggio di Zabala i buoni sono raccolti in una tetrade esemplare, formata da Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Simone de Beauvoir e Hannah Arendt.

I cattivi, realisti e newrealisti sono, in Italia, Maurizio Ferraris, Carola Barbero, Mario de Caro (citati però soltanto nella prefazione all’edizione italiana), mentre fuori d’Italia rispondono ai nomi di Markus Gabriel, Graham Harman, Quentin Meillassoux, ….e comunque tutti coloro che identificano il pensiero con la conoscenza scientifica, il calcolo e il funzionamento: «Funziona» è infatti la giustificazione princeps per spingere sempre oltre verso un ulteriore funzionare, quello criticato da Miguel Benasayag, in quanto oppositivo all’essere, in Funzionare o esistere (Milano, Vita e Pensiero, 2019). Benasayag critica la mentalità economicista e utilitarista, che è uno dei modi nei quali il funzionare prevale sull’esistere. È la mentalità che insiste sul saper fare invece che sul sapere, sulla competenza, che chiede di modellarsi secondo la performance richiesta e il successo ambito, invece che sulla conoscenza, che richiede intelligenza; sulla soluzione dei problemi pratici invece che sulla loro comprensione a livello teorico, sui rapporti umani come vendita e acquisto di prodotti. E che ha trasformato l’agire secondo virtù in agire secondo utilità. «Il funzionamento è, al massimo – cito dal testo di Benasayag – un modo di comprendere e rappresentare dall’esterno i processi della macchina e del vivente, del biologico e dell’inerte, mentre l’esistenza rimanda alla comprensione dell’interiorità dei processi e del vivente e delle situazioni in cui si svolgono».

I realisti invece, ecco l’accusa più efferata da parte di Zabala, incapaci di interpretare il significato, non sono in grado di ascoltare gli avvertimenti lanciati in anticipo dalle emergenze proprio per il loro realismo e per il ritorno all’ordine che esso promuove nel sec. XXI nel quale viviamo. È il realismo il responsabile di tanti mali della nostra epoca – prosegue Zabala alzando il dito accusatore – fatti alternativi, fake news e indifferenza verso gli avvertimenti.

Chi la fa l’aspetti

Ma non erano esattamente questi i mali che i newrealisti attribuivano agli ermeneutici? Non erano i loro seguaci, detti con disprezzo neomodernisti, ad aver generato la postverità, le fake news e tutto l’otre delle disgrazie correlate, ivi comprese la società del reality, del tout-va-bien e con questo l'ascesa di Berlusconi e dei Bush sr. e jr. nonché del futuro Trump, ancora al di là dall’entrare in politica?

Ricostruendo a grandi linee il dibattito apertosi dopo la proclamazione del Manifesto del Nuovo Realismo di Ferraris (era il caldo e sonnacchioso agosto del 2011), si ricorda che esso si concentrava sui danni recati dal postmodernismo alla filosofia (ridotta a conversazione) e alle scienze naturali (ridotte a immagini del mondo come tante altre). Una risposta a tale attacco fu un fascicolo di «ParadoXa» da me curato che uscì l’anno successivo, il 2012, che raccoglieva saggi critici sul tema. In particolare l’articolo di Mariano Croce, dal titolo Costruzione come manipolazione? Una difesa del costruttivismo, avanzava l’ipotesi che il saggio di Ferraris ponesse una qualche connessione tra costruzione sociale della realtà e manipolazione di essa, accanto alla pretesa che la realtà oggetto di una costruzione sociale risulti carica di ingannevoli fallacie, mentre la realtà (almeno quella oggettuale, degli oggetti fisici) si offre già, per intero e pienamente, a coloro che, scevri da disegni mistificatori, vogliano contemplare la verità in essa iscritta.

Insomma, alla fine post modernisti e newrealisti si lanciano le medesime accuse partendo da opposte posizioni filosofiche. Che senso ha tutto ciò?

Realismo e dominio

Torno al riassunto; mi scuso, ma non ho resistito a commentare le reciproche critiche che i due schieramenti si scagliano addosso a vicenda partendo da posizioni diverse (realismo vs ermeneutica) ma da un assioma comune: che la mentalità di un’epoca venga determinata dalle pensate dei filosofi. Marx non sarebbe d’accordo ma è stato messo in soffitta proprio dai realisti, insieme con Kant. Per Ferraris infatti, nelle parole di Croce, «l’origine di ogni male risiede nel criticismo kantiano e nella “fallacia trascendentale” che esso introduce. Ad avviso di Ferraris, Kant sarebbe reo di una mostruosa estroflessione del presupposto secondo cui la mediazione di schemi concettuali rappresenta un elemento indispensabile di qualsiasi processo cognitivo. Non solo, sostiene Ferraris (2012, p. 34), tale presupposto “è falso in sé”, ma esso è anche alla radice dello slittamento costruttivista: “[N]el momento in cui assumiamo che gli schemi concettuali hanno un valore costitutivo nei confronti di qualsiasi genere di esperienza allora, con un passo successivo, potremmo asserire che hanno un valore costitutivo nei confronti della realtà” (ivi, p. 35). Il costruttivismo, così come inteso da Ferraris, è quindi un processo di sostituzione dell’”ontologia” con l’”epistemologia” o, meglio, di fondazione della prima sulla seconda. Se le cose esistono in quanto le si possono conoscere (fallacia dell’«essere-sapere»), esse sono costruite nell’atto cognitivo e il loro status di realtà indipendente, che sta al di là del processo di cognizione, viene ridotto a inconoscibile, oppure persino negato. Costruire è dunque proiettare concetti su una realtà non conoscibile al di là di essi e quindi porne in dubbio l’esistenza oppure, più moderatamente, dichiarare la conoscenza delle cose, al di là dei concetti utilizzati nel processo cognitivo, come inutile o impossibile».

La critica di Zabala è invece più propriamente politica e l’accusa che muove al realismo è di preservare una società del dominio, aiutando lo sviluppo delle discipline scientifiche come già era accaduto con l’illuminismo, che diede sviluppo alle scienze empiriche aspettandosi che dovessero essere queste a fornire i criteri per la creazione di istituzioni sociali, politiche e economiche. Quell’illuminismo (sia periodo storico sia concetto) che Zabala accusa di eurocentrismo, forse anche di colonialismo, razzismo e altre nefandezze non riconoscendone la portata universalista. Si associa così alle accuse di Horkheimer e Adorno che nella loro Dialettica dell’illuminismo (1947) accusano esplicitamente l’illuminismo stesso di essere (stato) totalitario e fondatore di e istigatore di guerre. Anzi, Zabala arriva ad attribuire la mentalità illuminista a tecnofili come Mark Zuckerberg, Elon Musk e Evgeny Pozorov, i quali si allineano al sistema di potere cui si rifà il realismo.

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Il ritorno globale dell’ordine attraverso il realismo

Contro il «ritorno globale dell’ordine attraverso il realismo» è dunque importante «ripristinare solidi orizzonti ermeneutici»: la parola passa a Slavoj Žižek, accolto tra i «filosofi dell’avvertimento» insieme a Paul B. Preciado, Judith Butler e Giorgio Agamben. Per tutti loro sarebbe importante mettere in guardia dal «ritorno al reale» non basandosi soltanto sulla verità, insufficiente allo scopo di sentire, ascoltare, percepire gli avvertimenti, cui la sinistra è incapace di prestare ascolto (irretita anch’essa da lusinghe realiste?) ma anche su «intensità e pressione», come quelle espresse da Greta Thunberg, che anche se per breve periodo riuscì a smuovere l’opinione pubblica. Il ritorno globale all’ordine è invece conseguenza del realismo che guida i leader autoritari postdemocratici, Viktor Orbán, Giorgia Meloni, Javier Milei, che condividono il repertorio ideologico formato da autoritarismo, nazionalismo fondamentalista, struttura patriarcale del potere, regressione dei diritti individuali, negazione del cambiamento climatico,

Non sarai tu, povero untorello…

Mi viene da commentare, riprendendo le sagge parole di Manzoni nei Promessi Sposi («Va', va', povero untorello... non sarai tu quello che spianti Milano»), che il povero untorello realista non sarà quello che spianterà Milano, ma nemmeno la salverà l’untorello ermeneutico. Altre forze muovono gli interessi e il capitale, anche se questo non è un invito alla resa perché nessuno dovrebbe sottrarsi all’impegno per un mondo buono, pulito e giusto, come direbbe Carlin Petrini. E nemmeno a sottrarsi al progetto illuminista che è stato ed è, nella sua prosecuzione ideale, dialogo, tolleranza, diffusione del sapere tramite l’istruzione, trasparenza, evitare le ingiustizie e la crudeltà, il più crudele dei mali, come insegna Judith N. Shklar. Lo affermiamo non da realisti né da ermeneuti, nonostante una leggera inclinazione verso questa posizione: leggera, soltanto una punta, per non ritrovarsi a buttar via la verità tout court e non cadere sotto l’oppressione dei tiranni ma nemmeno sotto quella della verità assoluta e roboante. Piuttosto una verità pratica, come quella proposta da Michael Hampe (Krise der Aufklärung. Über die Forsetzbarkeit einer Lebensform, Berlin, Suhrkamp 2025), da individuare all’interno delle varie discipline e valida per ognuna di esse. Un programma ermeneutico di minima, in cui risuonano anche i concetti di autonomia e emancipazione. Parole importanti, ragione, verità, tolleranza, autonomia, istruzione, emancipazione, che non dovremmo aver reticenza a usare. Alcuni anti-illuministi ci accuseranno «da sinistra» di fare una filosofia fallimentare, i cui risultati si specchiano nel colonialismo spietato, che troverebbe la sua matrice nella modernità e nel discorso dell’illuminismo, bianco e occidentale. Sappiamo che saremo definiti ingenui e infantili se va bene, ipocriti e complici se va male, suprematisti bianchi e colonialisti se va malissimo, nel senso che l’illuminismo sarebbe quella roba lì che gli altri non hanno avuto e che conferirebbe a chi l’ha prodotto e conosciuto una superiorità schiacciante su altre culture. Quelli di noi che però accettano di buon grado l’eredità dell’illuminismo e sono contenti di esserne figli, sanno benissimo che esso è un movimento universalista. Ci danno degli illusi se non dei razzisti; ma anche se conosciamo bene le critiche pesanti all’illuminismo, preferiamo illuderci che potremmo realizzare tali valori piuttosto che rassegnarci a vivere in un mondo di prepotenze e conflitti, sottomessi a politici populisti antidemocratici, prede dei movimenti delle tecnodestre promossi e sostenuti dalla élite tecnologica californiana, con i suoi tecnocrati antidemocratici nemici dell’illuminismo che non conoscono la solidarietà ma soltanto la violenza e l’arroganza.

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