Enzo Bianchi. Cadiamo e ci rialziamo
Era il 1995. Tra le colline del Biellese e la Serra di Ivrea, in un avvallamento boscoso, vicino a una piccola chiesa millenaria, con il profilo del Monviso sullo sfondo, la Comunità di Bose (le Buche) era allora già nella seconda fase della sua storia. Erano superati i primissimi inizi, di trent’anni prima, quando Enzo Bianchi aveva cercato, in solitudine, dopo le prime incursioni nel mondo cattolico e universitario a Torino, una propria via per vivere il Vangelo, in povertà quasi assoluta, tra studio, preghiera, esperienze di lavoro e di incontri. Ma era ormai anche avvenuta la formazione di un primo nucleo di uomini e donne che avevano deciso di vivere insieme una esperienza nuova, quella di un monachesimo fedele sì al Vangelo, ma anche aperto al mondo, alla conoscenza, alla libertà di pensiero e di giudizio, non rinchiuso nelle gabbie di una dottrina asfittica, ma spalancato alla ricerca di un cristianesimo di vita e non di morte, di libertà e non solo di dolore. Quando mi affacciai sul profilo del piccolo villaggio restaurato con cura, ma semplice, essenziale – era una delle mie prime trasferte Rai, avevo iniziato da due anni l’avventura di Uomini e Profeti, accompagnata dalla regista del programma Antonella Borghi e da un paio di tecnici della Rai di Torino – la Comunità era già in un certo senso consolidata. Non era riuscita a smontare le diffidenze e le malignità e gli ostacoli di una certa parte del clero benpensante (monaci e monache insieme? protestanti e ortodossi in preghiera con i cattolici? leggere la Bibbia al di fuori dell’autorità della Chiesa?), ma si era guadagnata la stima, l’amicizia, la solidarietà di una parte del mondo cattolico: oltre alla protezione preziosa di alcuni vescovi illuminati, erano soprattutto cattolici laici a cercare a Bose il coraggio di rileggere in maniera aperta le sacre Scritture, a cercare di sciogliere i nodi vetusti e moralistici che imbrigliavano le loro vite e la loro fede. Erano i preti delle parrocchie che avevano fame e sete di un nutrimento fedele, ma robusto, vitale da condividere con le famiglie dei loro parrocchiani. Né Enzo Bianchi né la Comunità avevano ancora la visibilità che avrebbero acquistato poco dopo, ma erano nel pieno dell’espansione di idee, di iniziative, di esperimenti, di conoscenze: tutto però in un rigore ordinato, non ossessivo, nella scansione delle ore del giorno, dei momenti di lavoro, di preghiera, di studio, di convivialità condivisa con gli ospiti che cominciavano ad essere numerosi, e si stupivano di constatare che un luogo “di Chiesa” come un monastero potesse coniugare insieme la bellezza e l’austerità, l’accoglienza e il silenzio.
Il pomeriggio ebbi il primo colloquio con Fratel Enzo, il fondatore e priore, che mi incuteva un po’ di timore, nonostante l’affabilità e la cordialità con cui mi accolse, ma esprimeva anche una autorevolezza piuttosto rara. Lo avevo soltanto sentito in alcuni brevi interventi che gli avevo chiesto via telefono per la trasmissione. Già da allora ero rimasta colpita dalla franchezza e l’originalità e la ponderatezza con cui affrontava le questioni, fossero esse di natura biblica o civile, o semplicemente umana. Nel colloquio a Bose si palesò – con il suo linguaggio semplice, quotidiano, ma mai approssimativo, anzi a volte ricercato e molto incisivo – in tutta la sua forza di innovatore, di creatore, di costruttore che avrei imparato a conoscere nel tempo. Gli chiesi di come era nata la comunità (l’unica, in quel momento, e credo anche negli anni successivi, a crescere ogni anno di numero e di aspiranti novizi e novizie). Fra i racconti ricchi di dettagli mi colpì una frase, che avrei ricordato negli anni bui della frattura della Comunità: “Nel vedere tutto quello che si è costruito intorno al primo nucleo, e come corrisponde a quello che avevo sognato da giovane, mi vien quasi paura”. Come se tutto potesse essere tolto da un momento all’altro. “Noi qui, fratelli e sorelle, ci amiamo l’un l’altro fraternamente. Cerchiamo di aiutarci reciprocamente e di aiutare chi ci viene a chiedere una parola, ma anche solo vicinanza, o anche un aiuto materiale, per quel che possiamo”. Come se quella fraternità fosse un bene prezioso che si poteva prima o poi corrompere.
Lì intorno, nell’orto o nei diversi laboratori, c’era tutto un fervore di attività. Chi lavorava la terra, chi preparava la cena, lo studioso di ebraico capava i fagiolini, il responsabile della casa editrice asciugava i piatti, l’esperto di greco biblico accoglieva i visitatori. E poi c’era chi cuoceva le ceramiche, e chi piallava i mobili, chi confezionava marmellate e chi preparava una lezione biblica. Era, allora, una comunità giovane. E quei ragazzi e ragazze, prima di essere accolti, non solo venivano messi alla prova per un periodo, come in ogni monastero, ma veniva data loro un’opportunità di studio e di lavoro, perché eventualmente non dovessero buttare alle ortiche gli anni di noviziato. C’era chi andava a imparare il siriaco in Medio Oriente, chi negli austeri e poveri monasteri greci, chi in Russia per saggiare lo stato di relazioni possibili con gli ortodossi, chi veniva mandato a studiare agraria per rendersi poi utile nell’orto, chi faceva apprendistato nell’arte delle icone, chi in quella dei meravigliosi arazzi che ornavano poi le pareti del monastero.

Di quel primo colloquio ho trattenuto poi un’altra cosa: lo sguardo gioioso di Fratel Enzo, allegro, ironico, un po’ sornione, pronto a rispondere a ogni provocazione con ponderatezza, e insieme con una sapienza che gli veniva dall’eredità del mondo contadino della sua origine, dallo studio meticoloso dei testi della tradizione cristiana, ma soprattutto da un fuoco interiore, che gli chiedeva di interrogarsi sempre, di non acquietarsi mai nello scontato, nel già detto.
Era questa, credo, soprattutto, la radice del suo magnetismo, della sua capacità di suscitare attenzione non solo nel mondo dei credenti insoddisfatti, delusi, o di quelli che si trattenevano sulla soglia del credere, scoraggiati da una chiesa che stentava a recepire il vento nuovo del Concilio. Il rinnovamento di molte comunità di fede nel nostro paese, e anche fuori, credo che debba molto a quel fiuto per la libertà e nello stesso tempo per la radicalità del messaggio evangelico che erano al centro della passione cristiana di Fratel Enzo. Ma nello stesso tempo un altro grande merito di Enzo Bianchi e della sua Bose fu quello di cominciare ad attrarre l’interesse di un numero sempre crescente di semplici laici, di persone non di fede, intellettuali e non, che trovavano nelle giornate di incontro, nei corsi biblici, o nella quotidianità vissuta accanto ai monaci e alle monache qualcosa che solo lentamente stava entrando nella coscienza culturale del nostro paese: la consapevolezza che il mondo delle fedi, se spurgato da quell’aria oppressiva che tanto spesso si era manifestata nella storia, se ripulito dai moralismi coercitivi che avevano umiliato le coscienze, se liberato da quelle connivenze con il potere che ne avevano inquinato l’anima, non era che una delle modalità di pensiero e di esperienza con cui gli umani avevano tentato di dare una ragione al loro esistere e una espressione al loro desiderio di conoscenza. “È sul terreno delle cose serie dell’esistenza che credenti e non credenti possono misurare la verità delle rispettive posizioni, fino a disvelare ciò che di inautentico e idolatrico esse contengono”.
Anche l’interesse per la scienza, per le arti, per tutti gli aspetti del vivere, dell’amare, del soffrire, del gioire ha fatto ricredere molti da un superbo e vuoto ateismo, e ha fatto riconciliare e rimettere in comunicazione pensieri e stili di vita che nel mondo “fuori” sarebbero apparsi molto diversi.
Per anni seguire i corsi biblici, partecipare alle domeniche di studio, sostare qualche giorno nel silenzio, incontrare, seduti sulle panche o durante i pasti, persone le più diverse, che venivano da storie dolorose o mosse semplicemente dalle loro inquietudini è stato davvero vivificante e nutriente. Sono nate amicizie, iniziative, un respiro. Non pochi ritenevano che fosse diventata una moda “andare a Bose”. Può esserci stato anche questo. Ma molto di più ritengo che quel respiro abbia anche allargato i polmoni del pensiero nel nostro paese.
Comunque, cominciò di lì la notorietà di Enzo Bianchi e di Bose. Cominciò da un duro lavoro, non va mai dimenticato, e da una vocazione autentica alla verità e all’incontro. Certo, questo ha implicato anche molti sacrifici. I visitatori erano troppi da gestire, gli impegni pubblici si moltiplicavano, così gli inviti ai Festival, i libri di Fratel Enzo uscivano dalle strettoie dell’editoria religiosa per approdare a Rizzoli, il Mulino, Einaudi. (Uscirà prossimamente l’ultimo suo libro, La vita si fa con gli altri). Io lo chiamavo almeno una volta all’anno a intraprendere un ciclo di puntate a Uomini e Profeti, su un tema concordato: una volta era Gesù e la sua fede, un’altra sulle immagini dell’invisibile nell’arte (sacra e non), un’altra sulla vita monastica (una vita “altrimenti”), un’altra sulla figura di Geremia o altri temi biblici. Negli ultimi anni fu consulente del ciclo di tre anni dedicato a “leggere la Bibbia”, con diversi commentatori, autori, teologi. Ogni volta partiva in macchina per andare agli studi Rai di Torino, e devo dire che il suo entusiasmo e la sua fedeltà erano ampiamente ricompensati dalla gratitudine espressa in mille modi dagli ascoltatori. La Bibbia è un testo, duro, difficile. Non la si può “leggere” soltanto. Per accostarla occorre avere quella “intelligenza critica” che per il cristiano è un “comandamento” come diceva Michel De Certeau. Ecco, Enzo Bianchi sapeva filtrare quella intelligenza critica attraverso la sua voce appassionata, arrochita dagli anni e da un esercizio indefesso, e attraverso la carica umana di cui era dotato. Fu così che diventò una tra le poche figure davvero irrinunciabili per la trasmissione. La gratitudine, di tutti, e mia, è stata solo una flebile ricompensa.
Poi. Poi è difficile dire. Non sono in grado – e neppure vorrei farlo – di ricostruire quello che è avvenuto. Forse sono stati anni confusi. Di fatto, una gran parte dei fratelli e sorelle di Bose richiese una “visita apostolica” che gli impose di lasciare la Comunità, assieme a pochi altri, nel 2020. Il braccio duro e miope della chiesa si sposò, evidentemente, con un malcontento serpeggiante nel monastero. E questo fu l’esito. La cacciata. L’esilio. La solitudine. Il conforto di pochi fratelli e sorelle, la vicinanza di alcuni amici, ma anche lo sconcerto dei molti che avevano vissuto Bose come un luogo che assomigliava, un pochino almeno, a quel regno “vicino” di cui parla Gesù nel Vangelo di Luca. Ciascuno vi poteva trovare una parola. L’entusiasmo era contagioso. La vita si manifestava nei frutti della terra e della parola condivisi. Gli affetti si moltiplicavano. Sorgevano amicizie durature.
Poi il silenzio, in quel freddo inverno in cui il Covid mieteva vittime. Certo, va detto che Enzo Bianchi non era un uomo facile. Un creatore come lui è stato non poteva esserlo. Era un uomo passionale. A volte imperioso. Eccessivo. Ricordo che una volta, in una serie di trasmissioni dedicate agli “otto pensieri molesti” (i sette vizi capitali più uno) gli chiesi quale fosse il suo peggior difetto. “L’ira” mi disse. “A volte non mi so contenere”. Immagino che questa imperiosità, questi eccessi abbiano potuto avere esiti nefasti. Ma io ricordo di avergli rubato sguardi e gesti di autentico affetto nei confronti dei piccoli della terra, di persone che si facevano da parte, che aspettavano consolazione senza chiederla. Come i cani randagi che aveva raccolto e che lo seguivano con devozione. O come i malati di Aids che andava a trovare per attestare loro la vicinanza umana che meritavano. Possibile che sul piatto della bilancia un decreto pontificio (di un papa che poi gli ha chiesto perdono) possa pesare più della presenza di un padre che a molti ha regalato la vita?
Poi gli ultimi anni. “Ricomincio a ottant’anni” ripeteva spesso, con una punta di orgoglio venata di malinconia. Con pochi fratelli e sorelle – Goffredo, Antonella, Giovanni, Laura, Maurizio, Claudio – aveva aperto una nuova piccola Comunità, la Casa della Madia, a una decina di chilometri da Bose. Ma era Bose la sua prima creatura, quella cui aveva dedicato tutto sé stesso, quella che portava la sua impronta fin nelle rose dei giardini portate da Damasco o nelle ricette di cucina ricavate da tradizioni diverse, o nella elaborazione di preghiere nuove tratte da testi antichi. L’umiliazione deve essere stata grande. Il senso di sconfitta quasi intollerabile. E tuttavia la vecchiaia gli ha consentito, credo di poter dire, di continuare a imparare, di non smettere l’arte dell’ascesi, che vuol dire soprattutto “esercitarsi”: in che cosa? Nell’esperienza di una umanità che si affina, si scarnifica, lascia cadere tutto ciò che non serve a un uomo per essere umano. Al limite – Enzo non si è espresso così, ma mi permetto di interpretare un aspetto del suo sentire – per essere un uomo, una donna, basta poco: fedeltà alla vita, all’amore condiviso, alla bellezza del mondo, a ciò che ci trascende, alle tracce lasciate sulla terra da chi è stato prima di noi o accanto a noi. A questo si può dare il nome di una fede, o di nessuna fede, poco cambia. L’essenziale è come si vive. Ho letto recentemente che Enzo diceva che vi sono epoche che hanno bisogno di profeti, e epoche che hanno bisogno di sapienti. Così è la nostra, quando sa attingere anche alle sapienze degli antichi. Fratel Enzo amava ripetere un motto desunto da uno dei padri del deserto dei primi secoli cristiani: “Noi cadiamo e ci rialziamo. Noi cadiamo e ci rialziamo”. Così è la nostra vita.
E alla fine di questa vita, un’ultima sorpresa. I primi di agosto, un mese prima della sua morte a lungo presagita, a lungo temuta, ma in definitiva accettata, poco prima dell’ultimo definitivo ricovero in ospedale, una lettera al nuovo priore di Bose, Sabino Chialà, per proporgli un incontro, al fine di realizzare una “riconciliazione visibile” (cioè vissuta non solo nei cuori o in segreto) dopo la frattura. Fratel Sabino ha accettato subito. Ma ahimè, era troppo tardi. L’ultimo ricovero ha impedito che questo avvenisse. Ma in questo modo Enzo Bianchi ha trasformato l’umiliazione in un gesto di umiltà.
Ora Enzo Bianchi è sepolto nel cimitero del suo paese natale, Castel Boglione, nel Monferrato. La sua vita è conclusa. Rimangono i molti semi che ha gettato. Chi può sapere quali frutti daranno?
Leggi anche:
Gabriella Caramore | La fratellanza di Enzo Bianchi
In copertina Enzo bianchi, ph Niccolò Caranti - Wikimedia Commons.