Il mondo si è fatto piazza

11 Settembre 2026

C’è un quadro del 1546, “La salita al Calvario” di Pieter Brueghel il vecchio, dove la Modernità si specchia. Può sembrare paradossale che sia un tema sacro come la “salita al Calvario” a portare alla luce le manifestazioni della Modernità incombente. Ma è quello che possiamo leggere nel quadro di Brueghel: il mondo in frantumi, l’umanità, che si muove attorno al Cristo portacroce, sciama senza direzione in compulsivo disordine. Le stesse sequenze temporali della narrazione evangelica appaiono come i resti di un naufragio, il racconto è deflagrato: nessuna unità, nessuna ordinata successione temporale. Il gruppo delle donne dolenti, Maria sostenuta da Giovanni, la Maddalena, e, a lato, un’altra donna, non piange ai piedi della Croce come accade nelle rappresentazioni canoniche, ma è confinato in un angolo del grande quadro, come isolato, circoscritto. Nessuna relazione lo lega a ciò che gli sta immediatamente attorno, e neppure con l’evento cui comunque partecipano: la crocifissione di Gesù. E, d’altra parte, il Cristo che porta la Croce appare quasi “nascosto”, travolto dal turbinio della folla, che è il vero soggetto del quadro di Brueghel, una scalpitante massa di 150 piccole figure (“un brulichio d’insetti, una folla di automi”, ha scritto Roberto Salvini in La pittura fiamminga, Milano, 1958) che sembrano ignorare quello che sta accadendo, giocano, scherzano, chiacchierano, come nel corso di una “festa paesana”.

Anche il Golgota, il “luogo del cranio” ai limiti della città, fa parte della “festa”, anzi è il suo apice. Ancora più piccole, punti le figure umane che attraversano il suo spazio, un convenire di ombre e fantasmi. Collocato nella parte alta del quadro, il Golgota viene tratteggiato come un’arena, dove la folla si va accalcando in attesa dello spettacolo. Ed è la Crocifissione ad andare in scena, ormai libera dai vincoli delle scritture. La memoria dell’evento cristiano, la sua voce si va spegnendo, sovrastata dai rumori del mondo. Nessuno è più in grado di accogliere le sue parole, e nessuno è più in grado d’interpretarle. Il mondo ormai bada ad altro.

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Straordinario analista di una “società allucinata e febbricitante”, quella rinascimentale, Piero Camporesi (in La miniera del mondo, il Saggiatore 2026) ha guardato a questo mondo “visto dal basso”, ripercorrendo le sue linee incerte, traballanti, un mondo “slabbrato”, “disomogeneo come nelle visioni degli allucinati e degli invasati”: “le immagini tendono a ribaltarsi, le figure a capovolgersi, i rapporti di tempo e di spazio ad alterarsi, l’edificio stesso del mondo diventa labirintico, illusionistico, umbratile come un castello delle meraviglie”.

C’è tutto questo nella “Salita al Calvario” di Pieter Brueghel il vecchio. E questo ritroviamo in La Piazza di tutte le professioni del mondo di Tomaso Garzoni, che esce nel 1585, quarant’anni dopo l’opera di Brueghel. Animato da una sorta di raptus enciclopedico, una incontrollata “voluptas” classificatoria, La piazza stende un vastissimo catalogo del fare umano, quasi folle per l’ambizione totalizzante che lo sostiene, dando espressione a quello stesso “brulichio”, quella miniaturizzazione dell’umano, che anima “La Salita al Calvario”.

È Gianni Celati, appassionato lettore di La piazza universale, ad azzardare l’accostamento fra le due opere, apparentemente assai distanti, confessando “la sensazione di stordimento” provocato dalla lettura del libro di Tomaso Garzoni:

“È un panorama di parole, di figure, di maschere, di attività, di abitudini, di vizi, di aneddoti sparsi, che dà un’impressione simile a quella dei quadri di Brueghel: di uno sparso brulichio in una piazza enorme, dove tutti convergono a recitare la propria parte, gesticolare e chiacchierare e far spettacolo. Uno spazio che non ha un centro”.

Il Mondo si è fatto “piazza”, dove tutto s’intreccia e si confonde, tutto si mostra, si esibisce, ed evapora in una “infinita fabulazione”. ”Qui – commenta Celati – non c’è ordine, c’è flusso e divagazione”, in La piazza universale” come, quarant’anni prima, nella “Salita al Calvario”, e in molti altri reperti della Modernità in atto, e della sua persistente azione distruttiva.

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Nel “flusso”, nella “divagazione”, la “verità” deperisce, lascia spazio all’inganno, fomenta la menzogna. Nel “teatro del mondo”, dove i volti decadono a maschere, gli uomini a giullari o saltimbanchi (“Quando l’ordine sociale si dissolve”, dice Daniel Kehlman a proposito del suo romanzo Il re, il cuoco, il buffone, – Feltrinelli 2019 –, “il saltimbanco diventa ognuno di noi”) verità e menzogna si avvicinano e si mescolano. Qui credo cominci la sua strada quella progressiva erosione della verità, l’estesa inclinazione alla falsificazione, che segna i nostri giorni. “Post-verità” è stata chiamata, e vede nell’epoca del presidente americano Donald Trump il suo indiscusso profeta. Oggi a salire sulla sommità del Golgota non è soltanto il Cristo, ma tutte le democrazie in sofferenza.

Che altro è possibile estrarre dalla proliferazione verbale di La piazza universale, che Gianni Celati legge come un monumento della Modernità in letteratura, e non solo. Credo l’invadenza pervasiva delle parole, che girano per il mondo senza più alcun riferimento alla realtà. Da essa si sono affrancate. Per Celati in La piazza universale possiamo rintracciare “un’idea di opera letteraria che non è fatta per ‘rappresentare la realtà’, ma per creare un universo parallelo, e insieme deviante di parole e di nomi”. La piazza universale non ci porta soltanto fra i fumi della “post-verità”, ci fa entrare nella nebbiosa regione della “post-realtà”, dove ogni profilo si dissolve, e dove oggi vaghiamo come le miniature umane di Brueghel.

In copertina, La salita al Calvario” di Pieter Brueghel.

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