Cavallini: il romanzo della pelle
“Lo sfondo del sole è una palla di luce che fa brillare la piana del Comprensorio. È la visione di una città futuristica. È, allo stesso istante, il luogo più antico e immutabile di una civiltà furiosa”.
Santa croce, sfondo di Cuoio (Gabriele Cavallini, Einaudi, 2025), è una distesa di pelli, l’eco delle sirene che “penetra nel cuore degli atomi”, le concerie che sprigionano pennacchi di fumo bianco dai camini e un’aria di morte che si allarga intorno, sulle distese di paludi e pianure incolte e desolate, e le avvelena.
La Cavalcanti e Figli un tempo dominava il Comprensorio del cuoio, primeggiava nel distretto conciario toscano con commesse internazionali e la solidità di un impero industriale, le file di camion che scaricavano il pellame e le grandi firme che sgomitavano davanti ai reparti di definizione.
Ora le imprese familiari cedono una dopo l’altra, inglobate e assorbite dai gruppi più grandi, svuotate di personale, materie prime e memoria.
Dell’età dell’oro restano i ruderi di concerie dismesse, capannoni svuotati e pareti sature di cromo, ritratti polverosi di capifamiglia autorevoli e sorridenti e foto di mucche felici che pascolano in praterie lontane, nidi di ragni e l’odore acre e ostinato dei reagenti chimici.
Nemmeno la terra, riconvertita per uso industriale, vale più niente, “dicono che sia stata avvelenata dal cromo. Che milioni di anime di vitello l’abbiano maledetta.”
Michelangelo Cavalcanti, la voce che occupa la maggior parte dello spazio narrativo, è l’ultimo erede di una tradizione in rovina, primogenito e unico rimasto a continuare il lavoro che era stato di suo nonno e poi di suo padre, a cercare il futuro di una storia fragile e consumata.
Suo fratello minore, Emanuele, si è rifugiato in un silenzio cupo, uno spazio remoto e inaccessibile, da cui non emerge più alcun suono e in cui ogni gesto è assorbito e spento: “mio fratello non ha perso la capacità di capire quello che gli viene detto. Non ha perso la memoria, non ha perso i ricordi felici […] il suo mondo interiore si è chiuso e trattiene tutto, imprigionato dentro quel corpo non più da bambino”.
La madre di Michelangelo ed Emanuele se ne è andata molto prima di sparire davvero, in un giorno qualunque, dissolta nel mistero di una sottrazione definitiva e senza direzione.
Il nonno, capostipite della famiglia, si è consumato insieme all’impresa che aveva costruito, incapace di tramandarla o di sopravvivere alla sua fine, e anche il padre di Michelangelo se ne è andato a suo modo, ritirato nel suo giardino a governare un mondo vegetale, senza però riuscire davvero a congedarsi dalla conceria, dal monumento alla sua rovina, distogliendo lo sguardo senza lasciare andare.
Ogni suo familiare, ciascuno a suo modo, si è sottratto alla vita, e Michelangelo si sente terribilmente solo dentro quello smisurato abbandono.
Lavora per chi ha fagocitato il distretto conciario in cambio della promessa di poter conservare qualche brandello della storia della sua famiglia e del suo destino, lavora per sentirsi utile, per riempire quel vuoto di scopo e significato che lo assedia da ogni parte. Lo fa accanto a uomini senza scrupoli, in un ambiente dominato da violenza e brutalità, privo di compassione e rapporti autentici, che si illude di replicare, come un rito arcaico e spietato, un gesto primordiale di sopraffazione umana: “tutto quello che è oggi processo conciario non ha niente a che vedere con la conciatura, con un atto di sopravvivenza fra i primi compiuti dagli uomini per proteggersi dal freddo e dalla pioggia. Conciare è valicare quel confine stabilito fra la vita e la morte, è una forma di conservazione della specie.”
“Questo è il mondo che ci è toccato. Mentre scegli le pelli sei Dio, decidi chi vive e chi muore” – pensa Michelangelo – tra sacerdoti di quel potere simbolico, mentre cammina in mezzo alla morte, in stanze dove le pelli sgocciolano sangue e cromo, il veleno che inquina le terre, il cuore, il futuro.
C’è stato un tempo di innocenza, quella dei vitelli a cui danno da mangiare le farine realizzate con le ossa dei loro simili e “loro non sanno di essere cannibali. Non sanno nemmeno cosa li aspetti alla fine del corridoio. Loro non sanno, e per questo vivono con tenerezza”.
Nel romanzo la voce che racconta torna spesso all’epoca in cui lui e il fratello erano bambini e, ancora non toccati dalle pelli, si lanciavano giù dalla collina scavando la terra generosa di fossili e calciando il pallone in discese traboccanti di sole. Emanuele rideva e Michelangelo poteva ancora sentire la sua voce (“siamo ancora lì, da qualche parte. Io e lui, i nostri spettri, le ombre che precipitavano giù a valle: tutto è rimasto intrappolato nella terra”).
In uno di quei giorni Michelangelo aveva trovato una pelle sepolta. L’aveva chiamato dalla terra come una vocazione, la conferma di un’eredità che non si può rifiutare, e lui l’aveva accettata e stretta come una promessa, mentre tutti, intorno a lui, venivano meno.
Se ne era andata anche Maria, la ragazza con cui aveva trascorso l’ultima estate felice. Michelangelo la cerca come un’ultima possibilità di ricucire i fili di una stagione che continua a finire, lasciandolo sempre più solo. La incontra in un bar, con il futuro che le brilla in volto e sulle mani e lo acceca: “Maria tocca il mio bicchiere col suo e io resto immobile, senza capire quando la vita ha cominciato a sfuggirmi dalle mani. Il futuro non capisco nemmeno cosa sia, se non il carico di tori ungheresi di domani mattina e l’appuntamento di Ema dallo psicologo lunedì pomeriggio.”
Andarsene è un tradimento, forse l’unica salvezza, ma Michelangelo è incastrato in un presente senza fine e nella nostalgia di ogni cosa persa (“a volte penso che i ricordi siano l’ultima cosa che mi rimane sulla faccia della terra. Come se potessi estinguermi da un momento all’altro”, “Mi manca la voce di Ema. Mi manca il corpo di Maria. La nostalgia sopravvive imprigionata nel cromo. Ogni pelle porta impressa la storia millenaria di queste terre e delle generazioni di vitelli smembrati nei macelli”).
Eppure tenta ancora di resistere, si sforza di trattenere un mondo che si sgretola, vorrebbe salvare tutto, replicare il miracolo violento della conciatura, frenare il disfacimento, la decomposizione, eternare il materiale organico, sottrarre il proprio tempo alla dissoluzione.
Come le pelli conciate, che sopravvivranno alle dinastie che le hanno prodotte nei secoli dei secoli, “io ce la farò a far ripartire la nostra conceria, a farti parlare, a trovare la mamma, a liberare il babbo dal giardino”, promette Michelangelo al fratello e a sé stesso, senza sapere come superare abissi di silenzio, rinunce e segreti. “In questa famiglia riusciamo sempre a sparire” pensa Michelangelo, mentre sente di scomparire anche lui, come se fosse già finito.
“Penso a ciò che riempie la vita di mio padre e io non ci sono. Potrei sparire in questo istante e la sua unica preoccupazione sarebbe dedicata a questa siepe, alle foglie morte, a come sotterrarle e a come fare per non doverle seppellire mai più, mentre io scompaio e le sue piante si diffondono ovunque e crescono a dismisura, tranne in questo punto dove niente, a quanto pare, può crescere. Allora forse io sono proprio quel pezzo di siepe” – riflette chi racconta – “più lo guardo lavorare, più mi convinco che la sua è una volontà inconsapevole: nasconde e distrugge ciò che non ha avuto il coraggio di strappare venticinque anni fa. E ogni settimana mi sento strappato dal mondo e sotterrato, e ogni settimana rinasco, osservando il perpetuarsi ciclico del gesto che mi elimina dal mondo.”
Sotterrare ciò che non si vuole vedere, allontanarlo dallo sguardo, fingere di dimenticare senza mai affrontarlo davvero, questa è la strategia con cui i Cavalcanti attraversano il buio. Assenti senza essersene andati davvero, privi di empatia, di dolcezza, corrosi e contaminati, come le pelli abbandonate nel deposito della padule, dove Michelangelo avanza sull’orlo di una vertigine e tra i bancali abbandonati rilegge la sua storia e la sua deriva: “Su in alto, la luce penetra da un foro enorme. Il cielo è nero. Potrei trascorrere la vita qua dentro, un Minotauro santacrocese, corpo d’uomo e testa di toro, ad aspettare che mi offrano un sacrificio umano”, anno dopo anno, sempre uguale, in un labirinto sempre più complicato di pelli, completamente solo, “senza percepire il naturale scorrere del tempo, ho solo memoria del passato e nessuna aspettativa per il futuro, un eterno presente che non finisce mai”.
Michelangelo si scontra con l’impotenza, il rifiuto, la spietatezza del mondo che gli è toccato in sorte, incapace di salvare se stesso e chiunque altro.
Principio e fine di tutto è la pelle, quella strappata dalle bestie, quella che ricopre i corpi e ne custodisce il rovescio, filtro tra il dentro e il fuori, coperta sul buio.
I capitoli del libro prendono il nome dai suoi strati – epidermide, derma, tessuto sottocutaneo – e anche il racconto si muove dalla superficie fino agli strati meno esposti, verso il buio del sangue e degli organi, verso una materia viva, dolente e scura: “Mio fratello apre la bocca, e dentro di lui vedo solo un vasto spazio nero. Ho cominciato ad aver paura dei suoi silenzi e di quella bocca così bella che non emette più alcun suono. Ho il presagio che potrebbe rivoltarsi all’improvviso, la sua pelle compiere un movimento inverso che la riporti dentro il corpo. Che Emanuele si trasformi in un ammasso di muscoli e tessuti adiposi senza forma. È colpa del pellame, costringe ogni conciaiolo a vedere il peggio sulla superficie delle cose”.
Sotto la pelle si celano il dolore, il trauma, il male, la materia più torbida e lacerante del libro (“Quella roba lì. È quella roba lì che mi tengo dentro. Non ho nient’altro. Quella roba lì è un macello, è il cuore toccato dal male, è mio fratello, è il carniccio e i grumi crostificati del sangue intorno al sale delle pelli, quella roba lì è lo scarto del processo o la sua fine. L’anima nera del pellame”.
La scrittura di Cavallini, seziona questa materia con la precisione e la nettezza chirurgica di un’incisione nella pelle, affonda la lama senza risparmiare orrore e violenza, traccia segni ed ellissi, vuoti in cui si annida la ferocia, ne sfiora gli abissi, i confini e le anse, i contorni del buio.
Eppure, per contrasto, lungo tutto il romanzo, dalle pagine trapela la luce, quella del sole di agosto che si fa spazio e si ostina a illuminare un mondo senz’anima, di cemento e terre spente, maledette dalla morte e dalla paura, ad accendere stanze piene di cromo, di amianto, di scorie, di abbandono.
La luce, riempie la conca, entra dai lucernari, sorge nell’alba al contrario (con le spalle al sole e gli occhi alla collina), brucia la piana del comprensorio, accende i boschi e i prati dell’infanzia (“Non potremo mai più essere così tanto illuminati dalla luce, ma ancora non lo so”).
Tutto è “pieno di luce” nelle estati da bambini, nei pomeriggi stanchi degli anni a venire. La luce “scioglie i campi”, “precipita sul fondo di un pozzo”, “arriva di sbieco, come se nel tragitto sopra il comparto conciario venisse di continuo distorta”, “attraversa la stanza in un’onda”, “arriva come un’esplosione”, “forma una conca che brucia” “attraversa i vetri opachi del sudiciume vecchio settant’anni, si riflette fra le tele di migliaia di generazioni di ragni”, “fasci di luce bianca colpiscono le ragnatele e riflettono un labirinto di ombre sui muri impestati”, “è tutto, completamente, invaso dalla luce” in un ricordo che ferisce gli occhi: la luce prepotente del sole, quella gelida della luna, la luce violenta del fuoco, quella opaca degli schermi degli smartphone che lampeggiano di orrore, la luce ultima di una deflagrazione che illumina senza indulgenza segreti e verità sepolte.
“A Santa Croce ogni storia che si rispetti deve finire con un animale eviscerato”, così anche questo racconto continua ad aprire i suoi strati, sin dove non si vorrebbe guardare.
E si risvolta, in ultimo, senza davvero finire. Michelangelo ci arriva vicino, ma la voce che accompagna la storia verso la sua conclusione non è più la sua. Perché per stare nella fine senza esserne consumati serve il disincanto di occhi spenti, capaci di guardare il buio senza distogliere lo sguardo.