Acemoglu: Nobel, economia e AI
Due anni fa ci siamo fatti scappare Acemoglu. Ha preso il premio Nobel per l’economia e non lo abbiamo commentato. Però ci rifacciamo quest’anno. L’occasione è di quelle un po’ mondane, una polemicuzza da niente, che sarà sicuramente dimenticata fra qualche mese. Oggi però se ne parla, il che ci dà il destro per discutere non solo delle tesi Acemoglu e compagni, ma anche del rapporto fra teoria economica e quello che succede nel mondo, quando ci sono in gioco alcuni trilioni di dollari.
La polemica l’ha iniziata nientemeno che l’Economist, il periodico economico più letto al mondo. Il quale, all’improvviso, nel numero del 22 agosto pubblica un pezzo (non firmato, ma questo è nella prassi del giornale) molto critico nei confronti di questa stella del firmamento economico. Titolo: The rise of the world’s most influential economist; sottotitolo: Daron Acemoglu is prolific and revered. Yet a lot of his work is oddly unconvincing (traduco l’ultimo pezzo: tuttavia molta parte del suo lavoro è stranamente poco convincente). Il tutto accompagnato da una strana fotografia, nella quale Acemuglu è ripreso dal basso, sfondo nero, occhi sbarrati, tipo zombie che spunta fuori dal sottosuolo. Viene il dubbio che ci sia qualcosa dietro. Cerchiamo di scoprirlo.
Prima di tutto, chi è Acemoglu? E che cosa gli è valso il prestigioso premio? Da quarant’anni gli economisti hanno scoperto le istituzioni. Mentre fino agli anni ottanta ci si occupava essenzialmente di prezzi, investimenti, mercati, politiche, produttività, in seguito si è capito che le istituzioni, cioè le norme, gli usi, le organizzazioni (dal parlamento al sistema giudiziario) sono cruciali per la formazione di un clima che conduce (o non conduce) alla crescita economica, e infine al benessere. Qui il punto non è la “crescita” di 0,3 o 0,5 punti di cui si parla in questi giorni fino alla nausea, ma l’uscita dalla trappola del sottosviluppo per l’approdo a una società in cui le persone abbiano ragionevoli speranze di vita e di miglioramento; un cammino che richiede decenni.
Dal punto di vista intellettuale, il punto di svolta emblematico fu, nel 1993, l’assegnazione del premio Nobel a Douglass North, lo storico economico che aveva spiegato al mondo l’importanza delle istituzioni. Le quali, nelle sue parole, sono “vincoli, creati dall’uomo, che strutturano le interazioni politiche, economiche e sociali”. Esempio: un sistema giudiziario funzionante, imparziale, rapido (invece che macchinoso, lento, corrotto).
Una volta aperto il campo, molti vi si sono stabiliti. Fra questi Daran Acemoglu, economista nato a Istanbul da una famiglia armena, educato a Londra e ora cittadino americano. Insieme con i suoi colleghi James Robinson e Simon Johnson (co-vincitori del Nobel nel 2024) egli ha affrontato il seguente problema: come si formano le istituzioni buone o cattive? O, nella terminologia che gli autori hanno scelto, le istituzioni “inclusive” o “estrattive”? Per rispondere alla domanda, gli autori – in un articolo del 2001 dal titolo The Colonial Origins of Comparative Development: An Empirical Investigation – hanno raccolto una impressionante mole di dati (gli economisti vivono di dati!) da decine di paesi colonizzati dagli europei nei secoli passati, in Africa, Asia, America. In estrema sintesi, il risultato dei loro studi è questo: nei luoghi dove c’era un elevato tasso di mortalità fra i colonizzatori (a causa per esempio di malattie endemiche) le istituzioni da essi fondate erano “estrattive”, cioè del tipo: prendo tutto quello che posso e scappo via. Nei luoghi dove invece era possibile un progetto di vita, la fondazione di famiglie e di città, le istituzioni realizzate dovevano puntare a un progetto di lungo termine, che coinvolgesse in qualche modo anche gli indigeni, che desse loro un minimo di speranza di miglioramento. Ecco che in questi casi nascono le istituzioni inclusive. Poi, per motivi interessanti che non posso discutere in questo breve articolo, le istituzioni, una volta create, tendono a rimanere, e a perpetuarsi anche dopo la fine del regime coloniale. I dati mostrano in effetti una buona correlazione fra bassa mortalità dei coloni due secoli fa e alto PIL ai giorni nostri. Un dato interessa particolarmente noi italiani. l’Etiopia, in questo dataset, è chiaramente fuori posto: la mortalità relativamente bassa avrebbe dovuto dar luogo a un PIL relativamente alto, mentre invece la realtà è che gli etiopi stanno peggio di quasi tutti gli altri popoli. Forse il colonialismo italiano ha saputo essere “estrattivo” anche in condizioni che avrebbero dovuto favorire un atteggiamento “inclusivo”? Se leggiamo le opere di Angelo Del Boca (Gli Italiani in Africa Orientale, o L’Africa nella coscienza degli Italiani), sembra che questo sia proprio quello che è successo, a dispetto del mito “Italiani brava gente”.

Ma torniamo ai vincitori del Nobel. Con questi risultati, il loro lavoro ha fortemente indebolito il mantra “economia prima, politica dopo” che ha giustificato nei passati decenni la prassi, soprattutto americana, di appoggiare regimi autoritari – ma “liberisti” in economia – nell’attesa che lo sviluppo economico portasse a una evoluzione politica di tipo democratico.
In termini tecnici, l’impresa di questi tre autori si chiama “esperimento naturale”. Come è noto, in economia e in storia è molto difficile fare esperimenti, perché una nazione o una industria non si possono chiudere in un laboratorio (i fisici e i chimici, da questo punto di vista, sono privilegiati, e invidiati). Tuttavia, la storia offre a volte degli “esperimenti naturali” quando ci mette a disposizione molti casi relativamente simili (nel nostro discorso, paesi colonizzati dalla stessa potenza) che differiscono però per una variabile cruciale (il tasso di mortalità dei colonizzatori). È come se si potesse testare in un grande laboratorio, la storia, una ipotesi sociale, cioè l’effetto di un certo stato delle cose (mortalità, e poi istituzioni) sugli sviluppi futuri.
Per farla breve, Acemoglu, con una idea brillante e una metodologia ben fondata, scopre l’origine delle istituzioni estrattive e ne spiega la persistenza. Un passo di grande rilievo nello studio non solo delle istituzioni, ma soprattutto dello sviluppo, dello stesso benessere. Di qui il premio Nobel.
Ma tutto questo non avrebbe scomodato i solerti e agguerriti scrittori dell’Economist, troppo focalizzati sul presente e sui grandi sviluppi della geopolitica. Ciò che li ha mobilitati è un altro filone degli studi di Acemoglu: la tecnologia. E in particolare, non ce ne stupiamo, la famosa intelligenza artificiale. Acemoglu sostiene qui due tesi. Primo, il contributo della nuova tecnologia alla crescita non sarà rivoluzionario. Parliamo di una frazione di punto percentuale. Secondo, egli è un fiero sostenitore del controllo sociale sulla tecnologia. La quale non è neutra, essenzialmente benevola, da accettare senza discutere. “Le nuove tecnologie non portano automaticamente prosperità ad ampio raggio: quando succede, è grazie a una scelta economica, sociale e politica”. Le politiche economiche e sociali, l’azione dei sindacati e degli imprenditori sono essenziali per fare in modo che una nuova tecnologia si innesti nella società senza causare scompensi troppo distruttivi. È possibile, in altre parole, governare la tecnologia per fare in modo che essa accompagni lo sviluppo, anziché sconvolgerlo. Che mantenga l’occupazione anziché distruggerla. Il libro di riferimento è Potere e progresso (con Simon Johnson), Il Saggiatore 2023.
Non sia mai! L’Economist, in questa vicenda, ha scelto la strada del Full speed ahead (avanti tutta) sostenuta nei giorni scorsi anche da Trump. Full speed su tutti i fronti: occupazione, società, protezione dei minori, futuro della specie umana. Gli interessi in gioco sono colossali. Pertanto Acemoglu è diventato una voce scomoda, data soprattutto la sua autorevolezza. È questa autorevolezza, dunque, che va messa in discussione. Certo, non lo si può prendere a bastonate (sarebbe troppo scoperto, e alla fine inefficace). Occorre una strategia più sottile. Diciamo pure che è molto bravo, che sa maneggiare la matematica, ma buttiamo un po’ di dubbi sui metodi della sua ricerca, e anche sulla rilevanza dei suoi risultati. Qui la fotografia in testa all’articolo parla forse più dello scritto: l’uomo appare allucinato, fuori dal mondo, sostanzialmente inaffidabile. Il messaggio è forte, ma subliminale. Passiamo allo scritto. In verità, è meno intelligente di quello che ci si potrebbe aspettare da un settimanale tanto blasonato. Vi riporto questa frase, da me tradotta: “Date agli economisti qualche drink, però, e alcuni tireranno fuori la loro vera opinione su questo gigante: molta parte del suo lavoro teorico è utile, ma usa i suoi modelli per avanzare politiche populiste che sono state provate e hanno fallito”. Qualche drink? Ma davvero? E chi sarebbero questi economisti? Non è dato sapere. In ogni caso, questa non è una critica tecnica, ma una critica (anonima!) del tutto politica. Ah, ma ecco, arriva anche la critica tecnica. Dopo aver esposto il succo dell’articolo del 2001 che ho citato prima, l’Economist sostiene che il rapporto del comitato Nobel (nel quale si argomenta il perché dell’assegnazione del premio) ammette che i dati sulla mortalità usati dagli autori sono “sometimes sketchy” (a volte approssimativi). Quindi poco credibile! Bene, andiamo allora a leggere questo rapporto, facilmente rintracciabile in rete. Ecco il pezzo per intero: “Un altro punto in discussione è l’affidabilità dei dati sulla mortalità dei coloni a partire dal XVIII secolo, che sono a volte approssimativi e forniscono stime imprecise sulla mortalità dei primi coloni. Tuttavia, i risultati principali restano robusti quando si eliminano dall’analisi i paesi africani, intorno ai quali verte la discussione sui dati. Inoltre, i risultati restano validi anche se si impone un massimo ai picchi di mortalità, il che mostra che le conclusioni non dipendono dai valori particolarmente alti, a volte discutibili, di alcuni dati di mortalità” (p. 17). Mi sembra che il testo, preso per intero e senza pregiudizio, parli da sé.
Chiudo questo racconto con un’ultima citazione dal rapporto del comitato per il Nobel: “L’approccio teorico degli Autori al cambiamento istituzionale è diventato il modello standard per lo studio del nesso fra sviluppo politico e sviluppo economico, sia nella scienza politica sia in economia”. Un economista, dunque che dialoga con la politica in modo profondo, tutto il contrario del populismo evocato da anonimi critici. Come dicevo all’inizio, questo è quanto rimane, mentre le pretestuose frecciate dell’Economist cadranno presto nell’oblio. Per chi si fosse appassionato al tema, segnalo un altro libro degli stessi autori: Acemoglu e Robinson, Perché le nazioni falliscono: alle origini di potenza, prosperità e povertà, Il Saggiatore 2013. Qui il discorso si fa più ampio, e si discutono molti casi particolari, per esempio quello, decisamente interessante, della Cina. Come mai uno sviluppo economico impetuoso in una dittatura comunista? Non vi svelo però il finale. So che molti di voi vorranno leggere il testo di Acemoglu senza mediazioni.
In copertina, Daron Acemoglu at the 2024 Nobel Prize Conference with Physics, Chemistry, and Economic Sciences laureates at the Royal Swedish Academy of Sciences, ph Jennifer 8. Lee - Wikimedia Commons.