Venezia-Mestre, scenette da uno scontro di civiltà

9 Settembre 2026

Aderisco, da quel tempo, al partito di John Lennon: “Imagine there’s no heaven… No hell below us… and no religion too”. Eppure, un giorno di questa estate mi sono trovato a simpatizzare per un inopinato sciopero proposto da un leader musulmano della comunità bengalese veneziana in nome del diritto ad avere un luogo di culto, una moschea. Mi è perfino venuto di proporne l’estensione non solo ai fedeli interessati ma all’insieme dei lavoratori, italiani e di qualunque altra delle decine di nazionalità, religioni ed etnie presenti in città, compresi i miscredenti. Era improbabile che lo sciopero si svolgesse davvero, tanto più nella mia versione estesa, per così dire. Si sarebbe trattato di uno sciopero per il diritto a un luogo di culto nel quadro di un insieme più vasto e articolato di diritti sociali e di cittadinanza da garantire, in nome di un salto di qualità nella convivenza. Di un salto di civiltà complessivo, diciamo. Questa, per la precisione, la formulazione che ne avevo proposto. Nient’altro che una suggestione di mezza estate, ovviamente, visti i tempi che corrono. E tuttavia, proprio perché tali sono i tempi, un salto di immaginazione politica, civile ed emotiva, sarebbe necessario. 

Sono diversi anni che la comunità musulmana in città cerca spazi adeguati. Ne ha aperti alcuni, a volte poi chiusi perché giudicati in posizioni o condizioni improprie dal Comune. Attualmente ce ne sono quattro o cinque, tutti di modeste dimensioni, di cui solo un paio con la prospettiva di durare aperti. La comunità musulmana nel suo insieme, nell’area di Venezia, conta circa 25 mila fedeli. Gli spazi sono dunque insufficienti. Non è un caso che la richiesta di averne di adeguati, per qualità e capienza, venga soprattutto dalla comunità bengalese, la più numerosa. 

Odissee bengalesi

I bengalesi sono arrivati a Venezia tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, in piccoli numeri, aumentati all’inizio di questo secolo. Ma è soprattutto negli ultimi quindici anni che la crescita, dovuta a ricongiungimenti, a nuove nascite in loco e all’arrivo di giovani e adulti in cerca di lavoro, è stata molto forte, oltre a concentrarsi in terraferma, tra Marghera e alcuni quartieri di Mestre. Oggi sono circa 12 mila regolarmente residenti, 3500 dei quali con cittadinanza italiana, ma si stima che siano in tutto circa 20 mila. Circa 7 mila lavorano nel comparto del turismo e della ristorazione, circa 1900 nell’industria, in grandissima parte alla Fincantieri, nelle imprese d’appalto. È proprio il richiamo esercitato da questi settori, in forte espansione nel periodo considerato, ad aver attirato forza lavoro dal Bangladesh. Delle drammatiche vicende (climatiche, ambientali e sociali) che hanno spinto intere comunità a lasciare la madre patria e in particolare dei motivi dell’arrivo a Venezia, spesso al prezzo di vere e proprie odissee, ha scritto anche il grande narratore indiano Amitav Ghosh nel suo romanzo L’isola dei fucili (Neri Pozza, 2019).

Il rapporto della città con la comunità bengalese è stato per un lungo periodo piuttosto tranquillo. Almeno fino a due o tre anni fa. Poi qualcosa è cambiato. Si è come diffusa una sorta di vox populi che si lamenta della comunità in quanto tale a partire da alcuni fatti: la presenza di alloggi sovraffollati, gli odori della loro cucina e altre modalità domestiche, qualche esuberanza giovanile, il velo o l’hijab portato dalle donne e da quella che viene descritta come una “segregazione”, la presenza massiccia in alcune scuole dell’obbligo (che ha spinto molte famiglie italiane, e perfino di altra origine migratoria, di quelle zone a iscrivere altrove i figli). È un’insofferenza che è andata aumentando e che si è sviluppata dal basso. E che, a un certo punto, è stata intercettata dalla politica (la solita: Lega, Fratelli d’Italia, estrema destra, oltre al raggruppamento civico di centrodestra che fa capo all’ex sindaco Luigi Brugnaro e all’attuale Simone Venturini). È importante capire che, al di là delle speculazioni politiche, questo pessimo sentiment muove appunto dal basso e riguarda, in modo trasversale alle ideologie e alle appartenenze politiche, una parte ampia dei settori più popolari della città, a partire dai quartieri di maggiore insediamento della comunità bengalese, quartieri proletari (dove pesa tuttora la transizione incerta e la deindustrializzazione che ha stravolto la comunità del lavoro prima incentrata su Porto Marghera), di operai o ex operai, pensionati o famiglie piccolo-borghesi, spesso tradizionalmente votanti se non militanti a sinistra, dove le questioni di convivenza prima evocate si trasformano, nella microfisica del quotidiano, in episodi critici ricorrenti e relazioni difficili. 

Scenette

Dietro alla polemica sul progetto di moschea, c’è questo tessuto di scenette bellicose, minute ma frequenti, di equivoci. Anche perché, nell’ultima dozzina d’anni soprattutto, l’aumento nel numero, nelle esigenze e nel peso nei confronti del resto della città delle comunità straniere non è stato accompagnato da politiche di mediazione sociale e culturale e di inserimento all’altezza dei problemi nuovi. E, più di recente, la destra che governa la città, esattamente come quella che governa il paese, invece che puntare a risolvere le questioni più spinose le utilizza per lucrare consensi. Oggi, tuttavia, le destre di governo (locale e centrale) devono fare i conti con la variabile estrema che elettoralmente è, per ora, una loro competitor, come quella di Vannacci in Italia, o dell’Afd e simili in Germania e altrove. 

Fotografia di Rumman Amin - Unsplash.

 

È esattamente attorno a questo che è esplosa a Venezia la questione della moschea, con un peso per molti aspetti determinante sull’esito della recente campagna elettorale. Il paradosso è che, dapprima, la polemica scoppia proprio dentro la destra. È, infatti, il sindaco Brugnaro a incoraggiare chi promuove il progetto di moschea a comprare il terreno su cui edificarla, anzi a mettere in contatto i promotori con i proprietari del terreno e a dare indicazioni per un edificio che “non turbi” gli altri residenti. Il modo in cui Brugnaro, in consiglio comunale, un po’ in dialetto e un po’ in italiano lo racconta è mezzo da commedia goldoniana e mezzo da commedia all’italiana (“No vojo ‘na roba col campanil co queo che canta”: non vuole, cioè, che ci siano minareti e muezzin; “fè tipo un capanon, beo, elegante, ma tipo capanon, nò coe cupoe…”, eccetera). A modo suo, uomo pragmatico e tutt’altro che razzista o intollerante, Brugnaro prova a risolvere la questione. I promotori della moschea lo seguono: comprano quel terreno, degradato e abbandonato, adeguano il progetto a dimensioni e forme richieste, aggiungono parcheggi e servizi. Ma è allora, all’apertura della campagna elettorale, che scoppia la polemica. A destra. Forza nuova cala in città e manifesta “Contro la moschea della destra”. A ruota, ecco la Lega. Idem i primi vannacciani. Fratelli d’Italia è in imbarazzo: il portavoce del progetto di moschea e di una parte notevole dei bengalesi fa parte del direttivo cittadino di FdI. La sinistra, e in particolare il Pd, un po’ sta a guardare e un po’ si attesta sul rispetto del diritto costituzionale della libertà di culto e, quando arrivano le elezioni, candida alcuni bengalesi nelle proprie liste. È attorno a queste candidature e a qualche dichiarazione o atteggiamento improvvido dei candidati che la destra rovescia la partita. La moschea diventa “un progetto della sinistra” che sostiene i “bangla” mentre “gli islamici” vogliono “conquistare la città”. La valanga mediatica, che rilancia queste cose specie sui social, penetra soprattutto nelle aree popolari, e vi viene riprodotta e allargata, raccogliendo quel sentiment irritato e conflittuale di cui si diceva, fatto di aneddoti minuti e di micro-situazioni quotidiane che stanno facendo, dal basso, della comunità bengalese il capro espiatorio anche di tante altre frustrazioni sociali ed esistenziali.

La vittoria della destra, con l’elezione del nuovo sindaco, dichiaratosi contro “una grande moschea” (formulazione più ambigua di quanto non si colga nella comunicazione superficiale, ma molto efficace in campagna elettorale), sembra raffreddare la questione. Che riesplode, tuttavia, quando i promotori incontrano la nuova amministrazione e presentano il progetto redatto secondo le linee di Brugnaro, che ha bisogno di una variante urbanistica. È qui che la questione comincia ad assomigliare a qualcosa di molto più serio e inquietante, a proiettare le scenette e le baruffe su uno sfondo d’epoca molto più preoccupante.

Pretesti e j’accuse

Il nuovo sindaco nega la variante e lo fa non con argomenti specifici, appunto urbanistici (come gli consente un’ovvia sentenza della Corte costituzionale che, ribadendo il diritto a luoghi di culto, conferma che, secondo la legge, devono comunque rispondere a requisiti urbanistici ed edilizi stabiliti per competenza dai Comuni), bensì con uno j’accuse rivolto all’insieme della comunità bengalese, descritta come un mondo a parte non integrato, con le donne ancor più ai margini, che portano il velo o l’hijab, gente che non parla e non studia l’italiano, che non smaltisce correttamente i rifiuti, che tiene malamente i negozi che gestisce, e così via. Gente non integrata, a cui ora non si può concedere una moschea. La si accusa anche di non lavorare abbastanza sulla scolarizzazione e sulla partecipazione alla vita cittadina. Una beffa, questa: i sostenitori del nuovo sindaco hanno clamorosamente denunciato le candidature bengalesi nelle liste elettorali (anche qualcuna nel centrodestra, peraltro), forma di partecipazione per eccellenza, e lamentato l’eccessiva presenza di scolari e studenti bengalesi nelle aule. Senza contare che, in realtà, la comunità bengalese è da tempo ben presente sulla scena pubblica cittadina.

Vengono anche fatti circolare i dati sulle rimesse dei bengalesi verso il loro paese, maggiori rispetto agli altri immigrati (ovviamente: sono molto più numerosi e lavorano e risparmiano molto), e al contempo si esplicita quanto il Comune spende per i servizi a loro garantiti dal welfare cittadino, circa 4 milioni di euro l’anno. Il messaggio è: noi spendiamo per voi e voi mandate i vostri soldi in patria. Difficile essere più rozzi e mistificatori. Le rimesse degli emigrati sono uno degli strumenti più efficaci per evitare che di migranti ce ne siano sempre di più. Aiutano, infatti, a sconfiggere o a limitare la povertà in patria, una delle principali cause dell’emigrazione. Chi ha interesse a frenarla e, comunque, a fornire opportunità per investire nei luoghi d’origine, sostenendone lo sviluppo, dovrebbe incoraggiarle, queste “rimesse”. Dovremmo saperlo benissimo noi italiani. Quelle dei nostri emigrati non sono state solo un elemento di sopravvivenza per chi era rimasto a casa, bensì un fattore centrale per la ricostruzione post-bellica e per lo stesso sviluppo del paese (lo riassume bene, da ultimo, ma la letteratura è ricca, Toni Ricciardi, a partire dalla tragedia di Marcinelle, in Una Repubblica fondata sull’emigrazione. Marcinelle: storia e simbolo, Donzelli, 2026). Quanto alle spese in welfare, il contributo che la comunità fornisce con il suo lavoro, e con la sua spesa in loco, all’economia cittadina in settori cruciali è ben maggiore, così come le trattenute su salari e stipendi alimentano il sistema previdenziale complessivo e la presenza della comunità in quartieri rarefatti di vitalità dalla crisi demografica consente di mantenere aperti servizi e infrastrutture che altrimenti non risulterebbero sostenibili. Sono cose risapute, ma che vengono rigirate per esasperare la tensione verso la comunità bengalese (con qualche contributo da parte di suoi esponenti, maldestri o ingenui o irresponsabilmente provocatori e portatori di visioni misogine e fanatizzanti: casi limitati, ma di cui non va sottovalutato l’impatto).

Scenari

In sintesi, la questione della moschea, esplosa con clamore, intercetta da un lato questioni che segnano problematicamente una difficile condizione popolare, soprattutto in zone periferiche della città, dove l’arrivo in tempi brevi di un numero elevato di immigrati ha avuto un impatto che non è stato gestito adeguatamente, per disinteresse e assenza di lungimiranza, dall’amministrazione (peraltro, nel quadro di leggi nazionali inique e miopi come la Bossi-Fini). D’altro canto, su questa latente conflittualità che, va ribadito, prende forma nella quotidianità, si innesta l’iniziativa politica non solo della destra più radicale (qui finora marginale), ma dell’insieme del centrodestra che si giova dell’attivizzazione intollerante, dal basso e via social, con echi nei media mainstream, di settori rilevanti della società locale. 

Quando, dopo aver vinto anche (non solo) per questo le elezioni, il nuovo sindaco si oppone al progetto di moschea con quella specie di drastico manifestino “di civiltà”, il cerchio si chiude. O meglio, si chiude il cerchio della questione amministrativa (i requisiti edilizi e urbanistici) e si apre il cerchio infuocato dello “scontro di civiltà” in sede locale. È ciò che è accaduto in queste settimane e che è senza precedenti in una città come Venezia, con ben altra storia e tradizione. È una prospettiva così inquietante che ha provocato l’intervento preoccupato anche di figure autorevoli, dal patriarca al presidente della Biennale, a voci importanti della cultura e della società civile e l’attenzione generale dell’opinione pubblica. 

Sembra aver colto il segnale, infine, lo stesso sindaco Venturini che, provando a ricondurre finalmente la vicenda sui binari dei requisiti amministrativi, ha voluto precisare di “non voler cercare lo scontro di civiltà”, appunto. Ma è esattamente quello che non si può non paventare, pur sforzandoci di liberare un altro tipo di immaginazione politica, nelle scenette che hanno distinto questa storia e nello scenario fosco che, non solo a Venezia ma in Italia e in Europa, si va profilando.

In copertina fotografia di Levi Meir Clancy - Unsplash.

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