Francia. Sulle tracce di Kerouack 2

17 Ottobre 2026

Satori

Tutti conoscono Jack Kerouac ma pochi conoscono Jean-Louis Lebris de Kérouac, incluso lo stesso scrittore che soleva presentarsi con nomi dalla sonorità bretone quali Ti Jean, Jean, Señor o Jean Levesque. Fino a sei anni Kerouac parla francese in casa e solo a nove anni entra in una scuola pubblica inglese, lingua di cui non aveva una perfetta padronanza. Presto la situazione si ribalta, al punto da non riuscire a scrivere correttamente nella lingua materna, come confesserà con disagio in una lettera alla franco-americana Yvonne le Maître nel 1950.

“Ti Jean, non dimenticarti mai che sei bretone!”, lo apostrofava il padre – e dopo aver attraversato in lungo e in largo gli Stati Uniti, non lo dimenticò. Nel giugno 1965, a quarantatré anni (morirà a 47), Kerouac trascorre dieci giorni a Parigi e a Brest per indagare le sue origini bretoni. Tornato a Lowell vicino Tampa in Florida, sul golfo del Messico, dove vive nella comunità di immigrati franco-canadesi, lavora a Satori in Paris (1966). Si tratta di un resoconto a tratti tragicomico del suo viaggio ma anche di un’analisi retrospettiva volta a cogliere l’occasione in cui si è prodotta l’illuminazione o il satori: in un taxi parigino o nella foschia di Brest in una notte travagliata? In un ristorante dove, “in francese e non in parigino”, intavola una discussione sulle differenze tra la pronuncia francese e quebecchese? Nel vagone del treno Parigi-Brest dove, dopo essersi dichiarato cattolico, improvvisa un sermone sconclusionato a un prete indifferente oppure in un modesto hotel di Brest mentre spalma sul pane un burro cremoso di cui tesse le lodi? Che il satori sia stato indotto o facilitato dalle grandi bevute di cognac, dall’insonnia, dal jet lag, dall’ansia diffusa, dall’angoscia dei trasporti?

Kerouac vagheggiava di trovarsi in una locanda ai piedi dell’Oceano nel Finistère, da dove usciva a mezzanotte avvolto in un impermeabile (perché ovviamente piove) con cappello e scarpe calde, seduto in cima a una roccia armato di penna e taccuino, dove trascriveva i suoni del mare, con un sacco di plastica per non lasciare che la pioggia bagnasse gli appunti. Una somma accortezza già adottata sulla costa californiana di Big Sur dove scrive Sea che chiude l’omonimo romanzo.

In questo resoconto in cinque tappe mi sono messo sui passi di Jack Kerouac che era sui passi delle sue origini bretoni, in un garbuglio in cui presto non so più chi segue chi e cosa. Che quelle impronte davanti a me siano i miei stessi passi?

Parigi

Giunto in una Parigi piovosa, la prima cosa che viene in mente a Kerouac è la tomba di Napoleone; nel suo itinerario figurano la Sainte-Chapelle, l’Église de la Madeleine, Saint-Germain-des-Prés (dove ascolta il Requiem di Mozart), il monumento a Balzac di Rodin intravisto alle tre di mattina. Ma anche un locale a Montparnasse, vari bar un pelino malfamati, il bar-ristorante La Gentilhommière a rue Saint-André-des-Arts (che esiste ancora oggi e ha pessimi commenti per un punteggio di 1,9). Snobba la Tour Eiffel ma non manca la chiesa di Saint-Louis-de-France sull’île Saint-Louis perché ha lo stesso nome della chiesa dove è stato battezzato a Lowell (Mass.).

Niente di originale insomma. Tramontato è l’entusiasmo che palpita nelle traversate on the road tra Denver, San Francisco, Los Angeles, Mexico, folli quanto la malinconia dei suoi resoconti. Si considera l’uomo più solitario di Parigi, impercettibile nel trambusto cittadino, ma non disdegna la compagnia notturna di ragazze incontrate in giro (“Sono un miserabile. Ma amo l’amore”). Rincasa dopo essere stato rifiutato da una prostituta in un locale (di Pigalle?), stringendo in mano un coltello svizzero perché si sente pedinato da qualcuno o forse solo dai suoi fantasmi. È un soggiorno dolcemente allucinato.

Viaggiatore navigato, Kerouac incorre in diversi contrattempi da principianti: va in taxi all’aeroporto di Orly dove l’aereo Parigi-Brest gli parte sotto il naso. (Un aereo per attraversare la Francia per l’autore di On the road? Ebbene sì.) Altro taxi, direzione stazione di Montparnasse, dove acquista un biglietto in prima classe (il vagabondo celeste in prima classe? Ebbene sì). Sale sul Parigi-Brest senza valigia, il treno si svuota a Rennes nonostante il periodo estivo (idem quando lo prendo nella stessa stagione); riuscirà a perdere anche il treno di ritorno. Non mancano aspetti caricaturali da americano a Parigi, ad esempio quando, impalato sul ciglio della strada, esita ad attraversare Place de l’Opéra, atterrito dalle macchine che sfrecciano e spuntano fuori da ogni dove.

È un tenero disperato, un’anima in pena con un bisogno umanissimo di essere ascoltato, accolto, compreso, che s’illude di sorprendere o interessare i parigini, distaccati e indaffarati. Neanche la visita da Gallimard, suo editore francese, lo mette a suo agio, sotto gli sguardi accigliati di aspiranti scrittori che lo considerano come un bluff.

Ma Parigi c’interessa perché qui si profila l’ossessione bretone che somiglia alla ricerca del santo Graal, sulle tracce del suo antenato, un barone o un ufficiale della Corona. Frequenta la Biblioteca nazionale, la Biblioteca Mazarine e gli Archives nationales: che il satori sia un’illuminazione profana legata a queste sale austere, all’interno di istituzioni dove, annota, è persino vietato fumare nelle toilette? Kerouac è così infervorato che riporta la bibliografia da consultare: la lista degli ufficiali dell’esercito di Montcalm nel 1756 a Québec; il Dizionario di Moréri, l’Histoire de la maison royale de France, des pairs, grands officiers de la couronne et de la maison du roy et des anciens barons du royaume (1674) di Père Anselme de Sainte-Marie, la Histoire généalogique de plusieurs maisons illustres de Bretagne, enrichie des armes et blasons d’icelles (1620) di Fr. Augustin du Paz e così via. Alcuni documenti sono andati distrutti durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Tuttavia il vero ostacolo sono i bibliotecari e i conservatori arcigni che squadrano dalla testa ai piedi questo americano con la camicia di flanella a quadri che puzza di alcool di prima mattina e non riesce a staccare gli occhi da una giovane e incendiaria bibliotecaria. Anche questo è satori!

Brest

Davanti alle ricerche parigine poco concludenti, Kerouac giunge a Brest – siamo al capitolo 22 (su 38) di Satori in Paris. Cosa vede della città bretone? Poco e niente, diciamolo subito e non solo perché lo scrittore resta appena due giorni e una notte (rifiutandosi di restare più a lungo), un’attitudine che fa oggi pensare a un turismo mordi e fuggi, lontanissimo dal padre della beat generation.

È una domenica pomeriggio di fine agosto a Brest, il sole tramonta dopo le ventuno e ho due idee fisse: schiacciare col giornale le zanzare che hanno turbato la notte e ripercorrere l’itinerario brestese di Kerouac. Sono influenzato da un passaggio di L’herbe des nuits (2012) di Patrick Modiano: “Ma le domeniche, soprattutto nel tardo pomeriggio, e se si è da soli, aprono una breccia nel tempo. Basta scivolarci dentro” e da Pierre Adrian che, in Le rêve inachevé de Jack Kerouac, ha ripercorso il viaggio nel Finistère di Kerouac in compagnia dell’amico fotografo Yann Stofer. Trascrivo su un foglio di carta l’itinerario brestese di Kerouac e mi metto sui suoi passi a quasi sessant’anni di distanza, scattando una foto per ogni tappa.

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Stazione di Brest.

Kerouac non è uscito dalla stazione di Brest che, in un paio di paragrafi, sciorina più volte gli aggettivi “sinistro” e “lugubre”, premonizione di un soggiorno impegnativo quanto infruttuoso. Dovrebbe sentirsi a casa nel cuore del Finistère, nel finis terrae – una Big Sur francese dove Armorica rima con America –, e invece vaga in un paesaggio forestiero. Siamo lontani dal trastullo parigino, tra chiese, biblioteche e brasserie dove lo scrittore, buttando giù cognac o birra alsaziana – rispetto ai tempi in cui carburava ad alcool, marijuana e benzedrina –, attacca bottone con chiunque gli dia retta. A Brest se ne va ramingo per le strade del centro, a notte fonda, cercando un posto letto dove svaccarsi. Intona ad alta voce “Ave Maria” con dei passanti che escono da un locale, ma presto prevale la paura di essere adocchiato da un ladro, pronto a tramortirlo e derubarlo.

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Rue de Siam.

Sulla rue de Siam larga quanto un boulevard o una strada americana, si guarda alle spalle e diffida delle indicazioni che gli danno per raggiungere il Commissariato di polizia della rue Colbert dietro i giardini Kennedy, in pieno centro.  Un edificio anonimo, tipico della ricostruzione della città dopo i bombardamenti degli alleati durante la guerra. Al commissario di turno sbandiera il passaporto americano e, esausto, gli spiega che non può continuare a errare come un cane randagio. Sfila dalla tasca un biglietto da cinquanta franchi che il pubblico ufficiale rifiuta come una mazzetta.

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Commissariato di polizia.

Viene scortato in un hotel a rue Victor Hugo, al civico 53, dove alloggia in una camera senza bagno al pian terreno con vista sul cortile interno (la più economica o l’unica libera?). L’hotel esiste ancora oggi ma si chiama Bellevue, un due stelle ristrutturato la cui divisione delle camere non corrisponde più all’originale – come all’Hotel Roma e Rocca Cavour di Torino –, per cui è inutile cercare la numero 4. Sprofonda nel sonno ma tre ore dopo il tintinnio di piatti e bicchieri per la colazione lo sveglia. Si lava i denti con l’indice, si sistema la cravatta e si presenta al refettorio sconvolto e con un chiodo fisso: una birra. Il proprietario insiste per servirgli caffè e pane con burro – bisogna onorare le tradizioni mattutine. Di giorno ammira la strada che scende verso il mare e offre una vista panoramica della città portuale, tra gru e petroliere.

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Hotel Bellevue.

Si ferma in un numero imprecisato di locali del centro per “faire la piste” cioè il giro dei bar, di bancone in bancone, una tournée alcolica che diventa per Kerouac lo spioncino da cui cogliere lo spirito della città, come se i suoi segreti si rivelassero sul fondo del bicchiere.

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Sporting bar.

Allo Sporting bar sulla stessa strada dell’hotel, dove viene accolto freddamente, beve cognac sotto lo sguardo torvo del padrone, abituato ad avere a che fare coi marinai del porto. Oggi è un bar anonimo, dove troneggia la copertina di “Paris Match” con Macron su una moto d’acqua (coerente con la sua politica ecologica, è questa la sua risposta agli incendi e all’estate più calda mai registrata in Francia). Altri café sono scomparsi, come La Cigale, tenuto da Georges Didier, chiamato Fournier in Satori in Paris, a 46, rue Emile Zola, diventato L’Ange Bleu, poi un gay bar e oggi un ristorante italiano ben quotato.

Qui Kerouac non si fa pregare e ripete la solita solfa: è in città per trovare le sue origini bretoni, quelle della famiglia Lebris. Didier conosce un Le Bris di nome Pierre (Ulysse nel romanzo), libraio ed editore coetaneo di Kerouac (45 anni), proprietario della [imm 7] Librairie de la Cité a 57, rue de Siam. Chiusa nel 2003, si trova davanti l’attuale libreria Dialogues, un’istituzione cittadina nel cui caffè leggo un libro al giorno. Kerouac e Le Bris trascorrono assieme un paio d’ore, sufficienti al primo per buttare giù tre bicchieri di cognac, a parlare di letteratura ma anche di genealogie bretoni. Che siano lontani cugini? Ma i Le Bris sono tanti, forse quanti i tremila Kerouac che vivono in Canada e negli Stati Uniti con le loro varianti: Kirouac, Kirouack, Kyrouac, Kérouac, Kérouack, Kéroack, Keroac, Keroack. Un cognome che lo scrittore traduceva come casa (ker) nel campo (ouac) ma che vuol dire “villaggio dal terreno soffice”. Kerouac si accomiata non prima di aver firmato il libro d’oro, una delle rare tracce del suo soggiorno brestese.

Introvabile infine è l’ufficio d’Air-Inter in direzione del porto, dove Kerouac reclama il bagaglio imbarcato all’aeroporto di Orly sull’aereo che riesce a perdere. Recupera la valigia ma perde il treno di ritorno Brest-Parigi per tre minuti! Il treno successivo parte la sera, tra otto ore, che trascorre ovviamente al bancone dei bar nei paraggi della stazione, dopo aver ingurgitato qualche tranquillante – è stressante viaggiare sui treni francesi! Potrebbe riposare sull’erba ma, malgrado sia pieno giorno, entra in paranoia: e se gli sfilano dal portafogli gli ultimi cento dollari? Arrivato alla stazione di Montparnasse, Parigi ha perso ogni attrattiva: rinuncia alla tappa londinese e sale su un taxi diretto all’aeroporto, preoccupato solo di fare una pausa birra. Il viaggio è finito, pronto a diventare un libro.

Ma l’ossessione bretone di Kerouac è lontana dal placarsi e verrà attizzata da un incontro inaspettato…

In copertina, La Cigale.

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