Francia 2 - Jack Kerouac, l’ossessione bretone
Bronx
Dopo le peripezie francesi, abbiamo lasciato Jack Kerouac chiuso dentro casa a scrivere Satori in Paris.
Pubblicato sulla rivista “Evergreen”, questo resoconto attira l’attenzione del poeta e scultore bretone Youenn Gwernig (1925-2006). Trasferitosi con la famiglia nel Bronx nel 1957, compra On the Road perché il nome del suo autore, dall’inconfondibile sonorità bretone, gli ricorda un villaggio vicino alla sua città natale, Kerouac’h. Quando legge Satori in Paris rompe ogni indugio e il 14 marzo 1966 lo contatta, presentandosi come “the Bigger Breton Poet alive”. Il tono si fa presto confidenziale: “espèce de gros tas de pierres”, “Dear Youenn mon vieux cul”; Kerouac si firma a volte Jean-Louis la Merde. I due s’incontrano per la prima volta a Hyannis Port (Mass.) da Kerouac, che non apriva la porta a nessuno. L’apriti sesamo è “Cadoudal!” in omaggio al generale insorto, al controrivoluzionario bretone che architettò l’assassinio di Napoleone. Al di là della corrispondenza in inglese e in francese, tra i due s’instaura un’amicizia profonda tra il 1966 e il 1969, su cui Gwernig è rivenuto con discrezione e manifestando un sincero affetto per lo scrittore che considerava “the Balzac of modern America”.
Kerouac trova in Gwernig l’emblema della bretonnité, certo, ma anche un compagno di sbronze. Gwernig chiede a Kerouac di scusarsi con la mamma, che adora questo bretone doc, per il casino che ha fatto in casa; gli racconta di feste multietniche nel Bronx, di stati alcolici che perdurano due settimane fino alle allucinazioni, di baruffe con un calabrese suo collega. Gwernig usa il termine dispregiativo allora in voga per gli immigrati italiani, guinea, in riferimento alla carnagione scura (quando i musi neri eravamo noi…), così come i franco-canadesi erano chiamati canuck o coonass, cioè culi di procione.
Kerouac trova in Gwernig l’anello mancante con una Bretagna più desiderata che vissuta. L’amico gli confessa di voler scrivere poesie non nel francese che ha dovuto apprendere a scuola ma in quella lingua selvaggia trasmessagli dal padre che è il bretone. Il richiamo delle origini e l’alienazione da lavoratore immigrato nel Bronx pesano troppo e in una lettera dell’11 febbraio 1967 Gwernig confessa di non farcela più a vivere negli Stati Uniti, lavorare per sbarcare il lunario, barcamenarsi nella frenesia di quella che chiama Babilonia. Sogna la Bretagna dove torna nel 1969, a Locmaria-Berrien, neanche sei chilometri da Huelgoat che sarà la nostra prossima tappa.
L’amicizia epistolare prosegue, così come il progetto di visitare assieme la Bretagna dopo il fallimento del giugno 1965 raccontato in Satori in Paris. Ci vanno vicino nel giugno 1967, tutto è organizzato, inclusi i biglietti aerei presi da Gwernig ma Kerouac rinuncia pochi giorni prima: ha la mamma Gabrielle, affettuosamente chiamata Mémère, da accudire, un romanzo da consegnare (Vanity of Duluoz, 1968), delle economie da fare. Corre dietro a scadenze imposte dagli editori e si lamenta di non avere neanche i soldi per una macchina da scrivere, lui che, annota ferito e inorgoglito il 29 giugno 1967, ha scritto 17 libri, pubblicati in 42 paesi in 17 lingue diverse. Si recherà ancora in Europa – trascinato dai cognati a Lisbona, Madrid, Stoccarda e Ginevra e in una disastrosa tournée italiana per presentare Big Sur – senza mettere piede in Bretagna. Il 20 ottobre 1969 muore di cirrosi epatica.
Huelgoat
Satori in Paris menziona diversi luoghi bretoni dove Kerouac non mise mai piede: Carnac, Concarneau, Penmarch, Douarnenez, Plouzémédé, Saint-Malo. Gli sfuggono i due più decisivi: il primo è Lanmeur, vicino Morlaix dove, davanti alla rotatoria di Kervoac (pronunciare Kerouac), è stata eretta una stele alla sua memoria, oltre alla rue Jack Kérouac, con una placca che lo ricorda come scrittore “franco-americano”.
Il secondo è più segreto, Huelgoat, luogo caro allo scrittore Victor Segalen, che nella foresta circostante trovò la morte in circostanze mai chiarite (l’ipotesi prevalente è il suicidio). Grazie alle ricerche puntigliose della genealogista Patricia Dagier sappiamo che l’ossessione bretone di Kerouac, lungi dall’essere una mania, era storicamente fondata: l’antenato dello scrittore si chiamava Urbain-François Le Bihan, messere de Kervoac (nato nel 1702 circa), figlio di François-Joachim Le Bihan de Kervoac, notaio di Huelgoat. Una famiglia di borghesi che viveva accanto alla chiesa e al mercato della piazza principale, ovvero vicino al potere secolare e temporale. Il motto di famiglia? “Aime, travaille et souffre”.
Il notaio firma transazioni immobiliari, vendite, donazioni, procure, contratti di matrimonio, atti di emancipazione o di tutela; redige documenti in francese in un paese dove tutti parlano bretone. È consigliere, confidente, traduttore, interprete. Ha l’appoggio della chiesa, al punto che nel 1698 fa inserire il suo nome sul retro dell’Église Saint-Yves, ancora oggi visibile.
Ma per mantenere tale status bisogna mostrarsi all’altezza, ovvero cattolici praticanti dalla personalità specchiata e ineccepibile. Solo la probità morale conferisce il lasciapassare per esercitare l’attività notarile.
Urbain-François vive nell’agio, è un figlio di papà cresciuto per diventare notaio a condizione di seguirne le orme. Studia a Quimper e riceve la migliore educazione possibile, eppure viene descritto come un mascalzone scaltro e astuto, capace di ogni vizio fino ad essere accusato di essere un ladro, un falsario e forse un molestatore. Il padre confida nella giustizia ma sottostima le tensioni di classe e l’antipatia che, da che mondo è mondo, suscitano i privilegiati. Con questo pedigree chi si prenderà il rischio di appoggiare Urbain-François nella sua carriera professionale? Gli scandali giudiziari rischiano di spargere un’indelebile macchia d’infamia sulla rispettata famiglia; è in gioco l’onore – e quindi lo status e i privilegi economico-sociali – del notaio Le Bihan e dei suoi discendenti.
Così emerge la via d’uscita risolutiva: l’esilio. All’epoca, siamo nel 1727, era facile imbarcarsi per la Nouvelle France (il Canada francese) dai porti bretoni di Brest, Lorient, Saint-Malo, Nantes, La Rochelle. E i figli di famiglie borghesi o nobili beneficiavano di una procedura discreta che non metteva nero su bianco la ragione della partenza. L’influsso dei missionari gesuiti e del ministro della Marina e delle Colonie fa il resto. Urbain-François parte, si stabilisce a Montréal, ha venticinque anni e una nuova identità: Allexandre Lebreton. Si dedica al commercio, al traffico di pellicce e prodotti per la caccia e la pesca. Nel 1732 è costretto a sposare la ragazza minorenne che ha messo incinta, quando il piccolo ha già otto mesi, ma nei registri si firma sotto falso nome: Maurice-Louis Le Bris de Kervoach. E userà altri pseudonimi quando nasceranno gli altri due figli.
Urbain-François era un borghese ma non un nobile come crederanno i discendenti, Kerouac incluso. In questo non faceva altro che assecondare l’abitudine di aggiungere cognomi e particelle per darsi arie nobili e ostentare un blasone contraffatto. Con questo stratagemma, la sua famiglia non avrà mai accesso al tesoretto bretone che gli spettava legittimamente in eredità e su cui fantasticano generazioni di famiglie bretoni emigrate in America, come se li attendessero castelli e parchi anziché qualche tenuta a Kervoac. Urbain-François vive in casa coi suoceri ma continua a viaggiare molto, utilizzando diversi pseudonimi secondo le circostanze, mettendo in scacco eredi e genealogisti per trecento anni.
Urbain-François e Jack: due avventurieri bretoni, due destini paralleli? Il primo, machiavellico e calcolatore, il secondo che non riconobbe mai sua figlia Jan Kerouac (1942-1997), autrice di Baby Driver, Trainsong e Parrot Fever, che vide solo due volte il padre – il quale non lasciò nulla in eredità alla sua unica figlia –, e visse di stenti, prostituzione e tossicodipendenza.
Parto da Brest diretto a Huelgoat, compiendo il viaggio che Kerouac non fece mai, lo stesso compiuto da Pierre Adrian. Alla libreria Sur la route di Huelgoat, dove vendono libri di Kerouac in bretone, capisco che Satori in Paris è il loro On the road: una compagine di beatnik locali hanno trovato in Kerouac un modello, tra scrittori (Xavier Grall) e musicisti (Frank Darcel, fondatore del gruppo post-punk Marquis de Sade). Della famiglia Le Bihan resta a Huelgoat giusto un piccolo edificio in granito accanto alla chiesa, nella stradina che conduce alla piazza centrale e risalente, come inciso sul frontone, al 1668. Cantina per il sidro, nel 2005 diventa l’atelier dell’artista Sylvie Bozoc; oggi mi dicono essere un’abitazione privata, ma ogni volta che ci passo davanti le tende sono abbassate.
Quebec
Le apparizioni televisive dell’ultimo Kerouac meriterebbero uno studio a parte. Eccezionale resta l’intervista con Fernand Séguin per la trasmissione “Sel de la semaine”, realizzata per Radio-Canada il 7 marzo 1967, l’unica in francese. Kerouac desiste due giorni prima accampando come scusa la mamma malata; Séguin tenta allora il cosiddetto coup d’Ionesco che, ricorda, “consiste nell’andare ‘sul posto’ per consolare il recalcitrante con l’intera gamma di alcolici disponibili e riportarlo in aereo in uno stato peggiore della morte”. Pieno di birra, Kerouac arriva in studio con una macchina traballante guidata dal cognato. Il ricordo di Séguin è poco edificante: si ritrova davanti “una carcassa pesante, da cui fuoriescono parole da film al rallentatore, illuminato di sfuggita da un sorriso disarmato. Nessun dubbio: Kerouac è un suicida che non si porta dietro nemmeno la sua opera: la sua opera è altrove, in una vita precedente. È Rimbaud in Etiopia. […] L’annuncio della sua morte, due anni dopo, non mi ha addolorato. Il suo suicidio precedente era stato più straziante”.
Kerouac preferirebbe parlare inglese ma alla fine si esprime nel suo francese; la scelta è azzardata perché in un Quebec volto alla modernizzazione, l’accento è uno strumento di distinzione sociale; lo testimonia il pubblico che ridacchia appena Kerouac apre bocca, che fa la figura del buon selvaggio e non del grande scrittore che era.
“Certo, Kerouac, come tanti franco-americani, era terrorizzato dalla lingua, terrorizzato da una lingua che i suoi cugini del Québec padroneggiavano meglio di lui, e quindi terrorizzato nella sua stessa lingua. È questo antico rapporto di forze che riemerge, quello tra l’oppressore e l’oppresso”. Non solo, prosegue Eric Waddell: “molto probabilmente, i quebecchesi erano terrorizzati quanto Kerouac durante l’intervista. Kerouac rappresentava, in un certo senso, lo scheletro nell’armadio che andava nascosto a tutti i costi. È stato un incontro doloroso per entrambe le parti, in cui Kerouac cercava di cavarsela ricorrendo all’umorismo”. In definitiva: “Che occasione persa! Kerouac alla ricerca di un passato, il proprio passato che gli sfuggiva tragicamente, e Séguin che negava il proprio avvenire, quello di tutto il suo popolo”.
Seduto su uno stretto divano color prugna, Kerouac appare inquieto, pensieroso, a tratti perduto; si mangia le mani prima di accendersi una sigaretta; parla con gli occhi chiusi, spezza le frasi; appare fragile, ironico e malinconico quando riviene sulla sua infanzia; scoppia a ridere vedendo le interviste dei compaesani di Lowell. A volte chiede la traduzione francese di termini inglesi. L’epilogo stringe il cuore: Séguin gli domanda in francese cosa pensa di se stesso e ripete la domanda in inglese. Kerouac riconosce di essere un bravo scrittore ma non un uomo di coraggio, anzi di saper fare una cosa sola, scrivere delle storie, ma di averne abbastanza di se stesso, di essersi stufato di (essere) Jack Kerouac.
E ne esce meglio che nell’intervista col giornalista conservatore William F. Buckley nel talk show Firing Line del 3 settembre 1968 (un anno prima della sua scomparsa) dedicato agli hippies, dove – gonfio, assente, irriverente – bofonchia e interviene a sproposito. È ormai l’ombra di se stesso.
Che sia questo il triste epilogo della ricerca delle origini di Kerouac, colui che, viaggiando, sembrava aver eletto la strada a sua dimora? Di uno scrittore che si ripiega e si ritrova mammone, casalingo, provinciale, solitario, cattolico, conservatore, non allineato o in sintonia con i giovani hippies che pertanto modellavano il loro stile di vita leggendo i suoi libri?
La vie est d’hommage
Questo resoconto in cinque tappe sull’ossessione bretone di Kerouac ha un’appendice preziosa: nel 1950-1953 redige diversi testi in francese firmati a volte Michel Bretagne, mai pubblicati in vita e di cui parla poco. Sono emersi nel 2006, una volta aperti gli archivi della Collezione di letteratura inglese e americana della New York Public Library. [imm 6] Prima si conosceva solo La Nuit est ma femme, un manoscritto di una cinquantina di pagine datato marzo 1951 che John Sampas, cognato di Kerouac ed erede universale, non sapeva decifrare.
Commenti su Céline, lettere alla zia Louise Michaud e a mammina, sezioni di Satori in Paris non inclusi nell’edizione finale, una versione di Sur le chemin: non quindi “sulla strada” ma “in cammino”: “Le connotazioni della parola ‘cammino’ rimandano ai pellegrinaggi cattolici, che affascinavano Kerouac, nonché alle dottrine orientali come il Tao e soprattutto il buddismo, che Kerouac ha studiato a fondo e al quale ha dedicato un’opera imponente, Some of the Dharma”, commenta Jean-Christophe Cloutier.
Come dimostra il manoscritto di Maggie Cassidy, Kerouac naviga tra le due lingue. A volte si traduce – tradendosi senza pudore ovviamente – dal francese all’inglese. “I manoscritti e le correzioni a mano di Kerouac indicano inoltre che c’erano alcune cose che l’autore poteva davvero esprimere in una sola lingua. Il suo linguaggio è quindi un vorticoso incrocio di ‘americanità’ in cui il francese canuck (canadese), il francese di Francia e diversi registri dell’inglese entrano simultaneamente in conflitto e in collaborazione”.
Kerouac parlava il patois della diaspora quebecchese, una lingua materna chiamata, a seconda delle occorrenze, “French Patoi, Canadian French, New England French-Canadian, Canuck French, Français Canuck, Canuckian Child Patois Probably Medieval”, diverso dal joual, termine che appare solo alla fine degli anni Cinquanta. Faceva parte di una comunità di immigrati apostrofati nelle fabbriche Speaker white, cioè aspiranti a parlare inglese come gli americani – un capitolo importante nella storia della francofonia in America.
“Tutta la mia conoscenza deriva dalla mia ‘canadesità-francese’ e da nessun’altra parte. La lingua inglese è uno strumento scoperto tardi […] La ragione per cui maneggio le parole inglesi con tanta facilità è che non si tratta della mia lingua madre. La rimodello affinché si adatti alle immagini francesi”, scrive in inglese a Yvonne La Maître. La critica franco-americana, recensendo The Town and the City su un settimanale francofono (Le Travailleur, 23 marzo 1950), imputava allo scrittore un tentativo di dissimulare le sue origini franco-canadesi per assimilarsi alla letteratura americana (il romanzo risente in effetti dell’influenza di Thomas Wolfe). Ma col tempo l’oralità del francese parlato in America si farà scrittura.
Quello di Kerouac non è insomma un caso pacifico di bilinguismo. Lo scrittore esitava tra due soluzioni, “en anglicisant ma francité, ou en francisant mon anglais”. Fino ad appuntare, in francese, in un soggiorno al Kingsbridge Veterans Administration Hospital nel Bronx: “Il faut vivre en Anglais, c’est impossible vivre en Français”. Che si debba arrendere all’evidenza? “‘Poetizzando furiosamente l’evento franco-americano’ [Victor-Lévy Beaulieu], questi testi recano sulla loro pelle di carta le cicatrici della sopravvivenza, tracce di lotta che incarnano, in definitiva, perdite e ritrovamenti, tormenti e trionfi”.
“Bienvenue au Far West”: così il mio vicino di treno, diretto a Brest, città del Ponente, suggerisce alla sua compagna mentre entrambi, col volto incollato al finestrino, vedono defilare un paesaggio verde senza costruzioni all’orizzonte, senza tracce di civiltà. La vie est d’hommage ha scritto Kerouac in francese, un gioco di parole che traduce con Life is a pity ma in cui risuona anche l’omaggio. La vita come dono e come cammino da una parte, la vita come danno e come sofferenza dall’altra, secondo la Prima nobile verità buddista che Kerouac conosceva bene. Non si tratta di scegliere tra hommage e dommage, poiché le due si danno insieme, un po’ come la generazione beat – battuta e beata.
Nota bibliografica
I destini incrociati di Kerouac e del suo antenato Urbain-François Le Bihan, messere de Kervoac sono ricostruiti con dovizia di particolari da Patricia Dagier e Hervé Quéméner in Jack Kerouac au bout de la route, la Bretagne (An Here 1999), ripubblicato dopo dieci anni di ricerche d’archivio in Bretagna e in Canada in una nuova edizione, Jack Kerouac, Breton d’Amérique (Éditions Le Télégramme 2009) e ristampato in occasione del cinquantesimo dalla scomparsa dello scrittore come Jack Kerouac de l’Amérique à la Bretagne (Le Mot et le Reste 2019).
Ventisette lettere e un messaggio tra Kerouac e Youenn Gwernig (1966-1969) sono raccolte in René Tanguy, Sad Paradise. La dernière route de Jack Kerouac (Locus Solus 2016). Quelle di Gwernig sono conservate nella collezione Berg nella New York Public Library sotto la supervisione di John Sampas, erede universale dell’autore, quelle di Kerouac dalla figlia di Youenn, Annaig Baillard-Gwernig. Il titolo Sad Paradise è ispirato a una poesia offerta da Allen Ginsberg a Kerouac e Neal Cassady prima dei loro viaggi raccontati in On the road. Jack legge male il titolo e nel romanzo adotterà lo pseudonimo Sal Paradise.
L’intervista in francese con Fernand Séguin per la trasmissione “Sel de la semaine”, realizzata per Radio-Canada il 7 marzo 1967, è l’oggetto del numero monografico di Les Avant-dire de la rencontre internationale Jack Kérouac, n. 3, Septembre 1987 coi contributi, tra gli altri, di Séguin, “Ces propos salés au ‘Sel’”, ed Eric Waddell, “La réponse du Québec (vingt ans plus tard)”. La registrazione è visibile integralmente qui; circolano altre versioni dove la voce di Kerouac è orrendamente doppiata in inglese. Quella con William F. Buckley nel Firing Line del 3 settembre 1968.
In diversi video e trasmissioni radio i testimoni dell’epoca rivengono sul loro rapporto con Kerouac. Youenn Gwernig nel 1971 e nel 1990; Pierre Le Bris nel 2011. Nel novembre 2014 Ici Radio-Canada Première ha realizzato Sur les traces de Kerouac, quattro episodi in occasione del quarantacinquesimo anniversario della sua morte, da cui è stata tratta una pubblicazione con prefazione di Franco Nuovo e testi di Gabriel Anctil integralmente scaricabile. Importante anche il documentario audio Kerouac, l’obsession bretonne di Arnaud Contreras, regia Vincent Abouchar per “Sur Les Docks”, diffuso su France Culture il 25 aprile 2015.
Sulla cultura franco-canadese di Kerouac: Victor-Lévy Beaulieu, Jack Kerouac. Essai-poulet (Typo 1972); Douglas Brinkley, “In the Kerouac archive”, in The Atlantic Monthly, vol. 282, n. 5, novembre 1998, pp. 49-76; due articoli dello scrittore Gabriel Anctil, “Les 50 ans d’On the Road – Kerouac voulait écrire en français”, in Le Devoir, 5 settembre 2007 e “Sur le chemin – Découverte d’un deuxième roman en français de Jack Kerouac”, in Le Devoir, 4 settembre 2008. Un’ottima introduzione è quella di Jean-Christophe Cloutier, “Les Travaux de Jean-Louis Kérouac”, nel libro da lui curato, La vie est d’hommage (Boréal 2016), pp. 9-48, che raccoglie tutti gli scritti di Kerouac in francese. Che il soggiorno brestese di Kerouac non sia solo la storia di un malinteso lo dimostra Pierre Adrian e il fotografo Yann Stofer nel romanzo Le rêve inachevé de Jack Kerouac (Actes Sud 2026).
Su Huelgoat segnalo infine un mio contributo “Cercavo l’incanto, ma sono inciampato nelle rovine del capitalismo” su Lucy sui mondi, 24 settembre 2026.
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