Il 1556 di Pontormo, Lotto e Piero
Oggi si apre alle Scuderie del Quirinale la più grande mostra monografica mai dedicata a Pontormo. Il catalogo, edito da Electa e curato da Cristina Acidini, riserva un approfondimento anche al Libro mio, le poche pagine di diario che il pittore scrisse negli ultimi anni della sua vita e che hanno contribuito più di qualsiasi suo dipinto a costruire l'immagine del Pontormo misantropo, ipocondriaco, ossessionato dal proprio corpo. Ma c'è un altro modo di leggere quel diario: metterlo accanto a due libri che apparentemente non hanno niente a che fare con lui.
Mi sono accorto soltanto da poco che tre dei libri cinquecenteschi che amo di più si incrociano negli stessi due anni. Non sono i tre libri rappresentativi del 1556, e in quegli anni si scrivevano centinaia di ricordanze: sono i miei tre, e la coincidenza l'ho scoperta dentro una predilezione che c'era già.
Il primo è il Libro di spese diverse, l’autobiografia in cifre di Lorenzo Lotto. Il registro contabile comincia propriamente nel 1540, anche se contiene la trascrizione di una partita aperta ad Ancona nel 1538, da cui deriva l'equivoco che lo si trovi talvolta datato a partire da quell'anno. La fine invece è netta. L'ultimo scritto di Lotto conservato nel libro è del primo settembre 1556: una breve nota per l'invio di quattro scudi d'oro a Bartolomeo Carpan, promessi in occasione del matrimonio di Menega, la giovane domestica che lo aveva assistito con affetto durante una malattia.
Due anni prima, l'8 settembre 1554, Lotto si era fatto oblato della Santa Casa di Loreto. Aveva settantaquattro anni. Spiegò la decisione con una frase che sembra già una resa e insieme il desiderio di trovare finalmente un posto dove fermarsi: «per non andarmi avolgendo più in mia vechiaia ho voluto quetar la mia vita in questo sancto loccho». Donò sé stesso «con ogni mia sustantia» e rinunciò di fatto alla sua carriera. Continuò però ad annotare alcune partite ancora aperte. Lotto è un uomo che conta mentre si spoglia delle cose.
Il secondo è il diario di Pontormo, quello che oggi conosciamo come Libro mio. Occupa un tempo stretto come un corridoio. Comincia il 7 gennaio 1554, con una caduta che gli procura un dolore alla spalla e al braccio, e prosegue fino all'autunno del 1556, poco prima della morte. In quei tre anni Pontormo annota quello che mangia, come ha dormito, i dolori, le febbri, il freddo, gli incontri (primo fra tutti il Bronzino), quelli che bussano alla porta e ai quali talvolta non apre (perché viveva in una casa-torre, nell’odierna via della Colonna 29 a Firenze, dotata di una scala retrattile), ma soprattutto il lavoro al coro di San Lorenzo. Il 6 ottobre 1556 scrive di essersi alzato un'ora prima dell'alba per fare il torso di un putto con un calice. È l'ultima figura dipinta di cui abbia lasciato notizia nel diario.

Il terzo è il più modesto, e per me il più caro. Berto degli Alberti, a Borgo Sansepolcro, raccoglie nei suoi Riccordi fatti locali, conti, testimonianze, cose che qualcuno gli ha detto e che per qualche ragione decide di mettere per iscritto. Il 7 settembre 1555 registra una spesa per quattro lanternoni. È un'annotazione contabile come tante altre, finché dentro il conto si apre improvvisamente una fessura. Uno degli artigiani che li ha fabbricati, Marco di Longaro, gli racconta che da piccolo accompagnava per mano un vecchio cieco del paese: «ditto marco Quando era picolo Menava per mano Mastro Pietro di la francesca pittore eccellente che era accecato tanto lui mi disse». Mastro Pietro è Piero della Francesca.
Marco di Longaro, quando racconta l'episodio, deve avere almeno settant'anni. Sta ricordando qualcosa che è accaduto più di sessant'anni prima. Piero era morto nel 1492, e dunque quel bambino che lo conduceva per le strade di Borgo Sansepolcro sta riportando alla luce, nel 1555, un gesto compiuto alla fine del Quattrocento. Un vecchio ricorda sé stesso bambino accanto a un altro vecchio che non vedeva più.
Non sappiamo perché Marco lo raccontò proprio allora. Ho letto per intero i Riccordi, sono poche pagine manoscritte: Berto non raccoglie abitualmente vite altrui, e il ricordo di Piero è un'eccezione. Marco non era stato un pittore, un letterato, un condottiero, un uomo destinato a lasciare tracce. Aveva fabbricato quattro lanternoni. Eppure da bambino aveva condotto per mano Piero della Francesca.
C'è una sproporzione quasi comica tra le due informazioni. Da una parte quattro lanternoni, dall'altra uno dei più grandi pittori italiani. Sono finite sulla stessa pagina perché per Berto degli Alberti entrambe meritavano, in quel momento, di essere registrate: in un libro fatto di fatti locali e di conti, salvare quel ricordo è già una scelta sua. Che Piero fosse cieco negli ultimi anni lo aveva scritto Vasari, e molti ne avevano dubitato. A Sansepolcro, però, più di sessant'anni dopo la sua morte, ne restava un ricordo: e lo dobbiamo a un uomo di cui non sapremmo quasi nulla se non avesse pronunciato quelle parole e a un altro uomo che decise di scriverle.
Nessuno dei tre libri era destinato a incontrare gli altri. Lotto scrive a Venezia, nelle Marche, infine a Loreto; Pontormo a Firenze; Berto a Sansepolcro. Uno registra crediti, debiti, quadri, oggetti, prestazioni, denaro. Un altro annota cavoli, “huova al tegamino”, carne, dolori, visite, giornate di lavoro, “stronzoli”. Il terzo mette per iscritto quattro lanternoni e, quasi nello stesso respiro, una memoria risalente all'infanzia di un artigiano.
A interessarmi, una volta scoperta la coincidenza, sono state soprattutto le differenze. Lotto conta, Pontormo si osserva, Berto ascolta. È una semplificazione, certo. Nel Libro di spese diverse Lotto non registra soltanto denaro, e il denaro stesso non è mai soltanto denaro. Dietro le partite compaiono persone, amicizie, favori, quadri venduti e quadri che nessuno vuole, traslochi, vestiti, oggetti impegnati (le famose gemme), debitori, committenti. Alla fine compare persino la dote di Menega. A leggere abbastanza a lungo quelle registrazioni, il libro dei conti finisce per somigliare a un autoritratto involontario.
Lotto, del resto, era stato per tutta la vita uno straordinario ritrattista. Aveva guardato facce, mani, vestiti, anelli, guanti, collane, libri, tende, tappeti, piccoli oggetti capaci di dire qualcosa della persona che li possedeva. Nei suoi ritratti le cose non sono quasi mai completamente mute. Una mano appoggiata su un libro, un gioiello, un fiore, un foglio spiegazzato possono diventare indizi di un carattere, di una condizione, perfino di una ferita.
Nel Libro di spese diverse il soggetto finisce per essere lui. Non perché Lotto decida di raccontarsi. Scrive ciò che gli serve scrivere. Un credito deve essere ricordato perché deve essere riscosso; un debito perché deve essere pagato; un quadro perché ha un prezzo; una spesa perché va registrata. Noi, leggendolo, facciamo un'altra cosa: smettiamo di leggere i conti come conti e cominciamo a leggerli come una vita.
Con Pontormo il movimento è diverso. Le cose cedono il posto al corpo. Non soltanto perché il pittore annota continuamente ciò che mangia e i propri malanni, ma perché cibo, corpo e pittura stanno sulla stessa superficie. Una cena, una digestione difficile, una giornata fredda, una figura eseguita a San Lorenzo possono succedersi senza che il diario stabilisca una gerarchia fra loro.
Noi sappiamo che Pontormo sta dipingendo un'opera monumentale, destinata a scomparire. Lui può registrare il lavoro e subito dopo raccontare che ha mangiato un pezzo d'arista, del pesce, delle uova, un cavolo cotto con le proprie mani. Quello che per la storia dell'arte è gigantesco e quello che per noi è infinitesimale abitano la stessa pagina.
Non significa che per lui avessero la stessa importanza. Il libro non è semplicemente costruito secondo la gerarchia che gli imponiamo noi.

Lotto registra un debito, Pontormo una cena frugale: quello che non possono sapere è che cosa ne ricaveremo a distanza di secoli. Ciò che serviva a ricordare una somma diventa un tratto psicologico. Ciò che serviva a registrare un malessere diventa materiale biografico. La nota marginale può diventare centrale; quello che era centrale può diventare irrilevante.
Berto non ci consegna sé stesso, se non nella scelta di salvare quel ricordo. Ci consegna Marco. E Marco, a sua volta, ci consegna Piero. Il risultato è l'immagine di un pittore cieco che attraversa le strade di Sansepolcro tenuto per mano da un bambino.
Lotto e Pontormo hanno passato la vita a produrre immagini. Di Lotto possediamo ritratti fra i più penetranti del Cinquecento; Pontormo ha dipinto corpi che sembrano sottratti alle leggi ordinarie del peso e dello spazio. Nei loro libri, invece, l'immagine che ci arriva di sé nasce da parole che avevano tutt'altra funzione: somme, cene, febbri, lavori.
Con Piero accade qualcosa di diverso. Un uomo che aveva fatto dello sguardo il proprio mestiere, che aveva costruito immagini di una precisione quasi sovrumana, ci appare alla fine della vita attraverso il ricordo degli occhi di un altro. È cieco e deve essere condotto. Il verbo usato da Berto è «menava per mano», e basta quello. Il bambino vede la strada per entrambi. Piero deve affidare, per un tratto di strada, il proprio corpo allo sguardo di un bambino.
Quell'appunto mi è rimasto impresso più di molte pagine dedicate a Piero della Francesca. Non spiega niente della sua pittura. Non ci dice come lavorava, che cosa pensava, che rapporto avesse con i committenti. Non risolve nessuno dei problemi che hanno occupato generazioni di storici dell'arte. Dice soltanto che un bambino lo accompagnava.
Anche nei libri di Lotto e Pontormo ciò che mi trattiene non sono necessariamente le informazioni più importanti. Del Libro di spese diverse mi colpisce che l'ultima traccia lasciata da Lotto riguardi quattro scudi destinati al matrimonio di una ragazza che si era presa cura di lui quando era ospite di un amico gioielliere a Treviso. Del diario di Pontormo mi colpisce che, mentre sta lavorando al coro di San Lorenzo, continui a registrare il proprio corpo che mangia, dorme male, si ammala, si riprende, torna a dipingere. Di Berto mi colpisce che quattro lanternoni possano aprire improvvisamente un passaggio di decenni e far entrare Piero della Francesca nella pagina.
Non sono tre libri uguali. Non appartengono allo stesso genere, né i loro autori hanno qualcosa in comune che il 1556 improvvisamente rivela. La parentela sta nel rapporto sproporzionato tra la modestia della registrazione e ciò che noi vi leggiamo.
Il primo settembre 1556 Lotto non può sapere che quella cedola sarà considerata il suo ultimo scritto. Pontormo, alzandosi prima dell'alba il 6 ottobre per lavorare al torso di un putto, non sa che quella sarà l'ultima figura dipinta di cui lascerà notizia nel diario. Marco di Longaro, raccontando a Berto un episodio della propria infanzia, non sa che le sue poche parole diventeranno una testimonianza preziosa sulla cecità di Piero. Quattro scudi. Un torso di putto. Quattro lanternoni.
Sono quasi contemporanei. Tra il ricordo di Marco registrato il 7 settembre 1555 e il polizzino di Lotto del primo settembre 1556 passa meno di un anno. Mentre Pontormo a Firenze mangia, si ammala e sale a lavorare nel coro di San Lorenzo, a Loreto Lotto mette ordine nelle ultime partite della propria vita; a Sansepolcro un vecchio artigiano ricorda quando, bambino, prestava i propri occhi a Piero della Francesca.
Bisogna diffidare, però, delle immagini che ne ricaviamo. Il dettaglio che ci commuove non è necessariamente quello che avrebbe scelto chi lo scrisse. Il Lotto che ricaviamo dai conti è anche una nostra costruzione; il Pontormo ipocondriaco e solitario può essere accentuato dalla selezione delle sue note più corporee e stravaganti; persino Marco di Longaro, che mi piace immaginare orgoglioso di aver accompagnato Piero, ci ha lasciato troppo poco perché quell'orgoglio possa essere dimostrato.
Resta il fatto materiale della scrittura, e resta lo scarto tra ciò che volevano conservare e ciò che noi vi troviamo. Non significa che queste pagine dicano una verità maggiore delle autobiografie intenzionali. Non ne controlliamo più la gerarchia originaria. Un debito può contarci più di un quadro, una digestione più di una giornata di lavoro, quattro lanternoni più di tutto il resto di una cronaca.
Lotto aveva passato decenni a ritrarre gli altri. Pontormo aveva riempito pareti di corpi. Piero della Francesca aveva fatto della visione una forma di conoscenza. Alla fine, di quei due anni, mi restano soprattutto un uomo che conta mentre si spoglia delle cose, un uomo che registra insieme il proprio stomaco e le figure che sta dipingendo, e un pittore cieco che cammina tenuto per mano da un bambino.
Nessuna di queste è un'immagine che loro avevano preparato per noi.
In copertina, Jacopo Pontormo, Visitazione, 1528–1530 circa, olio su tavola, 202 × 145 cm, Chiesa di San Michele Arcangelo, Carmignano (Prato) - Wikimedia Commons.