Gli ermafroditi di Foucault

10 Luglio 2026

«Questa conformazione non è affatto naturale, ma mostruosa, contravvenendo l’ordine e la normale regola di natura, che ha separato il genere umano in due, maschile e femminile: se qualcuno pertanto ha entrambi i sessi, dev’essere considerato e reputato un mostro». Lo ha scritto Jean Riolan nel suo Discorso sugli ermafroditi, edito a Parigi nel 1614.

All’epoca l’ermafrodito non era considerato un individuo i cui organi riproduttivi rivelavano sia caratteri maschili sia femminili: lo sdoppiamento coinvolgeva tutta la sua persona: «è un essere doppio. Groviglio, nella stessa persona, di un maschio e di una femmina?», individuo che mescola le due nature che distinguono di norma gli uomini e le donne.

C’è una lunga strada da fare, e noi abbiamo una guida eccezionale: Michael Foucault ha scritto una storia del trattamento giudiziario dell’ermafroditismo – sono 116 fogli, ritrovati nel fondo acquisito dalla Biblioteca nazionale di Francia nel 2013. Esce dunque l’edizione italiana, con traduzione di Duccio Sacchi, prefazione di Arianna Sforzini e postfazione di Éric Fassin, del saggio dal titolo Gli ermafroditi, pubblicato dalla Casa Editrice Einaudi.

L’ermafrodito, come abbiamo letto, tra fine Cinquecento e inizio Seicento, era considerato un mostro.

Siamo ancora in un paradigma aristotelico: ci sono le forme, quelle “normali” e poi ci sono gli esseri rari, meravigliosi, straordinari, che riempivano d’incanto i racconti di viaggio. Già nella Metafisica si parla esplicitamente dei monstra. E come si affrontano? Si può cercare di accorparli, generando famiglie di anomalie, oppure si può valutare la distanza che separa queste figure dall’ordinario e allora si aprono due poli: quello del notevole (i nani, i giganti, chi nasce senza braccia o con un dito in più); e quello dei mostri propriamente detti – come scriveva Liceti, “un essere subcelestre”, che provoca in chi lo guarda un misto di orrore e ammirazione.

Orrore perché inconsueto, ma anche ammirazione perché la mescolanza rammemora un’integrità perduta. Foucault cita il caso biblico: «Quando Adamo esisteva ed Eva non era ancora stata estratta dal suo corpo, non era forse Adamo un ermafrodito che riuniva in sé le due nature dell’uomo e della donna?». Ma si sarebbe potuto citare anche il caso clamoroso del Simposio, il celebre mito degli ermafroditi riferito da Aristofane: esseri ancestrali, sferici, perfetti, a tal punto da sfidare gli dèi – poi tagliati in due da Zeus.

Presto il fascino dell’integrità svanì e rimase solo l’orrore. E se si rileva una mostruosità nell’infante, subito si risale al concepimento, frutto di impudicizie straordinarie: Levinus Lemnius attribuisce la nascita degli ermafroditi al fatto che l’uomo si stende sotto la femmina – capovolgimento dell’ordine naturale: come se il mondo sovralunare, l’uomo-Forma, si trovasse in posizione subordinata rispetto al mondo sublunare, la Donna-Materia. Oppure, in salsa medioevale, l’ermafrodito è una sorta di mago capace di mescolare il cielo e la terra, l’onnipotenza e la malvagità, l’Angelo e Satana.

Ma addentriamoci subito nell’archeologia dei saperi attorno all’ermafrodito, così come si evolvono in epoca moderna. Si parte, ovviamente, dal regime giuridico. Come si comporta il diritto di fronte a questa sovrabbondanza di sessi, a questa bizzarria della natura? Nel sistema giuridico il sesso vale come principio di classificazione: tutti sono catalogati attorno all’asse uomo/donna. Nel caso dell’ermafrodito, là dove «la natura non ha manifestato chiaramente le sue intenzioni, è il soggetto stesso a poter supplire a questo silenzio» (ivi, p. 8).

Urge una decisione: sarà l’individuo indeciso a definirsi uomo o donna a suo piacimento. Una volta scelto, però, il sesso assunto diventa definitivo: non si può cambiare. «Il diritto riconosce solo un sesso per persona, indipendentemente dal fatto che il legame tra la persona e il suo sesso sia di natura o di elezione» (ivi, p. 6). Con tutta una serie di conseguenze. Un ermafrodito, anche se uomo, non lo è nel pieno senso giuridico del termine: non può essere ordinato sacerdote, non può essere giudice, avvocato, rettore; la sua testimonianza è accettata solo nei casi in cui potrebbe esserlo anche quella di una donna, ma parimenti gli verranno risparmiate le condanne penali comminate al genere maschile – come i lavori forzati o l’impiccagione.

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Fotografia di Jerry Bauer - Wikimedia Commons.

Quel che il diritto rifiutava non era l’individuo dai sessi confusi, bensì colui che abbandonava il sesso scelto e assumeva l’altro: «Il problema non era la giustapposizione inconsueta di organi, ma la successione di identità differenti: e a rendere questo cambiamento un abominio è il fatto che permetteva all’ermafrodito di fare del suo corpo due usi, uno come donna e l’altro come uomo» (p. 22). Alla nascita, o al momento del matrimonio, l’ermafrodito riceveva un sesso giuridico e dunque una regola d’uso del suo corpo. La sua “natura ambigua” acquisiva una natura giuridica, fissa.

Ecco l’evento cardine: nel 1601 viene condannata a morte Marie Le Marcis. Battezzata come femmina, dopo vent’anni aveva assunto il nome di Marin e preso in moglie Jeanne Le Febvre: condannata al rogo, in appello i giudici annullano la sentenza perché un chirurgo, Jacques Duval, dimostra che anatomicamente si trattava effettivamente di un uomo. Di qui la sentenza paradossale: la condanna è annullata, ma l’imputata è costretta a tornare a indossare abiti femminili; all’ermafrodito verrà proibito «di abitare con qualsiasi persona dell’uno o dell’altro sesso, sotto pena della vita».

Pare una cosa da niente, ma in realtà qui si gioca davvero tutto.

Primo aspetto. Il regime giuridico non decide più autonomamente: vediamo emergere un nuovo regime, quello medico, che intercetta e in un certo senso interferisce col diritto. Chiosa Foucault, con la sua consueta efficacia: «la medicina tende ad abbandonare il tema della confusione delle nature per partire invece alla ricerca del sesso identificativo». E dunque «da allora i giudici non avranno più semplicemente a che fare con identità mescolate tra cui occorre scegliere, ma con sessi nascosti, imbrogli e illusioni» (ivi, p. 29). Qui abbiamo il primo, decisivo scarto: dal sesso, inteso come qualcosa di fisso, e definitivo – anche qualora sia frutto di una scelta arbitraria che sopperisce alla “confusione naturale” – comincia a farsi strada la nozione di sessualità. Una sessualità che può cambiare e modificarsi nel tempo.

E qui arriviamo al secondo aspetto. Dalla sentenza emerge un elemento fondamentale: la neutralizzazione del soggetto, che non ha diritto ad avere rapporti con nessuna persona dell’uno o dell’altro sesso. Ma la neutralizzazione, paradossalmente, ne esalta l’importanza – perché inavvertitamente sottolinea il processo di soggettivazione: siccome il soggetto potrebbe ancora mutare preferenze, generando ancora più scompiglio, isoliamolo dal resto della società. Ancora nel caso del 1601 il criterio decisivo è il congiungimento tra i due: a Le Marcis era stato assegnato il sesso femminile, eppure si era unito carnalmente – recitando dunque “la parte dell’uomo” – con la vedova Jeanne Le Febvre. Non veniva fatto cenno ai sentimenti e alle impressioni del diretto interessato, che però diverranno sempre più importanti nel corso del XVIII secolo.

Ci si incammina, così, lungo un percorso del tutto diverso: lo scarto della sessualità rispetto alla monoliticità del sesso, apre la strada «a un’analisi delle impressioni soggettive e del gioco che si sviluppa tra i movimenti del corpo e gli affetti dell’anima» (ivi, p. 34). Si comincia a parlare di un “sensorio sessuale” e si apre una nuova fase: si cerca l’origine della “distorsione” nel desiderio – e dunque nell’immoralità (la strada è ancora lunga) – del soggetto. Più del corpo nella sua anatomia, è il desiderio a dettare legge. E qui, di nuovo, il commento di Foucault è illuminante: «Questo rapporto con se stessi stabilito attraverso il desiderio non può dare adito a errori o colpe. Il desiderio è giustificato dalla propria intensità e dal sentimento interiore della sua evidenza, quali che siano coloro che unisce» (ivi, p. 49).

Si dovrà misurare allora questo straordinario “effetto di rimbalzo” che la medicina produce sul sapere giuridico. Ecco che l’archeologia dei saperi e la genealogia delle pratiche si mettono in moto. Il sistema del diritto si basava sull’univocità del sesso, ma ora dovrà fare fronte a questo nuovo modello di analisi: «dissociazione tra sesso identificativo e sessualità individualizzante», là dove la legge del sesso non potrà più imporsi come norma alla sessualità (ivi, p. 57).

Allora i filtri della pratica giudiziaria andranno completamente rivisti: non si potrà più deliberare sulla “sessualità sana”; si apriranno nuovi campi di pertinenza, nuove strategie vengono introdotte da parte del regime giuridico per neutralizzare la mostruosa figura, ed estrometterla dalla vita sessuale – e in certi casi anche civile. Quello che si delinea è un vero e proprio infra-diritto istituzionale: «L’idea è di organizzare per questi anormali – ma anche per chiunque sia imparentato con loro – una sorta di spazio neutro in cui, sotto la sorveglianza della medicina e degli esperti, siano privati delle loro pericolose potenzialità tenendoli fuori contatto, fuori circolazione, fuori riproduzione» (p. 70).

È una storia fatta di piccoli passi, che però si accumulano e producono effetti dalla portata insospettabile: Foucault ci descrive un sistema di sicurezza che cerca di «collocare “la cosa” fuori dalla sfera del diritto». Ma la strada è aperta: quale immane trasformazione produrrà lo slittamento dal sesso alla sessualità! Quali conseguenze porterà con sé lo scarto tra identità e individualizzazione! E, in questa storia, Foucault rintraccia un posto da protagonista per la figura orribile, infame e affascinante dell’ermafrodito.

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