Alberi e frutta. Olivo

30 Luglio 2026

“E la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo” (Genesi 8,11). Così Noè comprende che le acque si sono ritirate dalla Terra dopo il Diluvio. In questo modo nel Grande codice entra in scena l’Olea europaea, nome assegnato da Linneo (1753) alla pianta il cui frutto è detto drupa, composto da una parte centrale legnosa circondata da una parte esterna carnosa. Dotata di fiori piccoli, riuniti in corimbi presenti in tutta la chioma, l’Olea europaea appartiene alla famiglia delle Oleacee, e insieme con il grano e la vite, scrive Fernand Braudel, descrive i confini di quel territorio che noi chiamiamo Mediterraneo. Stando al grande storico francese, l’olivo ha contribuito in modo decisivo alla vittoria dell’uomo in un ambiente fisico in parte ostile e avverso. L’olivo, insieme all’olio che deriva dal frutto, è senza dubbio un dono degli dèi. Nella Bibbia ebraica figurano decine e decine di citazioni dell’Olea europaea; la stessa Terra promessa da Jahvè al proprio popolo è “un paese fertile, di frumento, di orzo e di viti, di fichi e di melograni, paese di ulivi, di olio e di miele”. Nel Nuovo Testamento è la pianta che funge da scenografia vegetale all’agonia e alla preghiera di Gesù nel giardino del Getsemani, il cui nome ricorda la presenza in quel luogo di un frantoio. In un passo del suo Mediterraneo. Un nuovo breviario, Predrag Matvejević, scrive: “l’oliva non è solo un frutto: è anche una reliquia”. 

Le antiche religioni hanno introdotto l’olio nei loro riti. E non sono solo le due grandi religioni del Libro ad avere a cuore l’olivo. Come dimenticare il dono che Atena conferisce all’Attica piantando sull’acropoli la prima pianta e dando in questo modo il proprio nome alla città che nasce, vincendo la gara con Poseidone? Albero sacro per eccellenza, nei saccheggi della città greca gli alberi sono risparmiati dalla furia degli spietati Spartani, ma poi vengono abbattuti e bruciati dai Persiani; e tuttavia questa pianta longeva e maestosa rispunta con nuove radici e nuove chiome. Da dove proviene? Dalla Mezzaluna fertile, scrivono i botanici, diventando ben presto la pianta prediletta della nuova civiltà contrapposta alla quercia che, come ricorda Giuseppe Barbera, appartiene invece alla mitica e perduta età dell’oro quando anche gli uomini mangiavano le ghiande. Nel II millennio a.C. l’olivo arriva in Grecia, mentre nel VI secolo a.C. è ancora sconosciuto in Italia, Spagna e in Africa, come scrive Fenestella, annalista e storico dell’età di Augusto e Tiberio, affascinato dai particolari. A questa altezza il ramo di ulivo, quello recato dalla colomba, è già diventato un simbolo di pace. Sarà quindi Columella nei suoi dodici libri del De rustica, salvati da solerti umanisti visitatori di biblioteche in lontane abbazie, a esporre i primi sistematici rudimenti dell’agricoltura e delle tecniche olearie. Ma esiste anche l’antecedente dell’olivo: l’oleastro (latino oleaster), “un frutice spinoso, i cui frutti aspri e piccolissimi danno pochissimo olio” (Brosse) per lo più amaro, buono per i preparati medicinali. È l’olivo non innestato, il lato selvaggio di questa pianta, che continua a ricordare al nobile olivo la propria indomita origine. La “civiltà dell’olio” s’instaura perciò rimuovendo e superando il lato primitivo e irriducibile di questa pianta, la quale possiede un tronco nodoso, pieno di protuberanze e bernoccoli, deforme, come “quello di un reumatico” (Brosse). Come si sa è difficile stabilire l’età della singola pianta d’olivo attraverso la conta dei suoi anelli di crescita che s’assommano di anno in anno. 

L’olivo, ricorda Barbera, è composto di “ammassi di gemme che formano forme globose conosciute come ovoli che si trovano alla base del tronco (il pedale o ciocco)”, e che danno vita a sempre nuovi tronchi, “fino a sostituire quello originario che nel frattempo, nel corso dei secoli degradato dalle carie del legno, arriva a scomparire”. L’elemento selvatico permane dentro questa pianta, così che, ha scritto Vincenzo Consolo, il bestiale e il coltivato, il rozzo e il domestico, nascono dal medesimo tronco pur avendo un loro differente destino. In un suo libro, L’olivo e l’olivastro (1994), lo scrittore ha eletto questa doppia pianta a simbolo dell’anima siciliana. In esergo Consolo cita un passo del poema di Omero; è il punto in cui Odisseo s’infila tra due folti cespugli “nati da un ceppo, l’uno di olivo e l’altro di oleastro”, forma palese della stessa doppia identità dell’eroe. L’olivo addomesticato da generazioni di contadini produce un piacevole frutto, che è tre cose insieme: un cibo, un medicinale e anche un paesaggio. Quello italiano fino agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, in particolare quello meridionale – l’olivo è una pianta che ama il sole e non ha bisogno di molta acqua –, era un “paesaggio promiscuo”, come lo definisce Barbera. Ogni contadino, proprietario, mezzadro o fittavolo che fosse, aveva bisogno d’avere una produzione diversificata, per cui vicino all’olivo c’era la vite, e tra un filare e l’altro si coltivavano i cereali – orzo e frumento –, e un legume come la fava, il trifoglio per le bestie e anche le piante da orto. 

Altrove era il mandorlo ad affiancarsi ai bitorzoluti olivi. La triade alimentare era composta da pane, olio e olive, per secoli e secoli base del pasto contadino. Il paesaggio era allora composto da un variare di verdi di differenti gradazioni e intensità, mescolati con i gialli e i rossi delle piante orticole, e le belle macchie dei colori stagionali. L’avvento della monocultura e l’intensificazione delle tecniche di coltivazione – produrre produrre e produrre –  hanno ridisegnato le colline toscane e i pianori pugliesi, dove l’ordine militare delle file parallele, o la loro disposizione a scacchiera, ridisegna lo spazio, com’è avvenuto per le viti piantate secondo geometriche figure nelle colline del Piemonte, forme schematiche che neppure in un quadro di Mondrian risultano così esatte e precise, un affascinante puzzle di filari incolonnati, a cui anche gli olivi, emendati dalla loro natura selvatica, si sono assuefatti con la loro secolare tolleranza. Aldous Huxley, narratore distopico e sperimentatore di nuove percezioni, così ha riassunto alla fine degli anni Trenta del secolo scorso la geografia dell’olivo: “Il Mediterraneo giunge fino agli orli della fascia desertica, e l’olivo è il suo legno: il legno del territorio della chiarezza solare che separa la tetraggine dell’equatore da quella del nord. Si tratta del simbolo della classicità in mezzo a due romanticismi”. Meglio di così non lo si poteva dire.

Cosa leggere per saperne di più

M. Ballero, Le piante e la Bibbia, Carlo Delfino editore; G. Barbera, Tutti i frutti, Oscar Mondadori; J. Brosse, Storie e leggende degli alberi, Edizioni Studio Tesi; V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, Oscar Mondadori; D. G. Haskell, Il canto degli alberi, Einaudi; F. Braudel, Il Mediterraneo, Bompiani; P. Matvejević, Mediterraneo, Garzanti; A. Huxley, L’albero d’olivo (1939), Laterza, ne esiste una edizione ridotta nelle Edizioni Henry Beyle.

Questo articolo è apparso in forma diversa nel 2025 su “La Repubblica” che ringraziamo per la ripubblicazione.

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In copertina, fotografia di Don Fontijn.

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