Herta Müller, fuga dal potere
Vi sono parabole artistiche che intercettano, loro malgrado, le ideologie totalitarie che affliggono la storia. È il caso di Herta Müller, da sempre impegnata in un corpo a corpo con gli apparati repressivi del potere, e che adesso, in un’epoca contrassegnata dal riaffacciarsi degli autoritarismi, ci regala sull’argomento una preziosa raccolta di interventi, “Storie di regime, esilio e libertà” (Una mosca attraversa mezza foresta, Feltrinelli, traduzione di Margherita Carbonaro). L’opera della scrittrice rumena di lingua tedesca, costretta a espatriare in occidente nel 1987 per avere criticato la dittatura di Ceausescu, è tanto più significativa perché affronta in modo analitico il problema della forma di vita, di “come si può vivere sotto una dittatura”, attivando molteplici punti di vista e registri fondati sulla necessità interiore. Apprendere le strategie di sopravvivenza sotto la pressione del dispotismo è stata infatti la sua priorità, come si è manifestato fino dal libro che le valse il premio Nobel nel 2009, L’altalena del respiro, un testo in cui apriva i paradigmi di un’esperienza concentrazionaria in un campo di lavoro forzato in Ucraina a una diversa percezione dell’ordine della realtà. Il romanzo, un vero e proprio manuale di sopravvivenza all’abbrutimento del lager sovietico, esprimeva una reazione non solo morale, ma creativa e linguistica, agli schemi dell’oppressione.
A cominciare dallo “scambio salvifico” con gli oggetti quotidiani circostanti praticato dal protagonista, un esercizio di attenzione sviata dalla brutalità del campo, quasi un esorcismo di impianto animistico, che metteva in campo la “via d’uscita interna” privilegiata dalla Müller per non soccombere. Di fronte alla fame di vita dettata dall’impotenza, la sua prosa si aggrappava ai particolari degli oggetti come veri e propri concentrati di energia, appigli per riuscire ancora a nutrirsi della realtà. In questo investimento visionario sui dettagli già si palesava la principale figura retorica e psichica dell’autrice: la sineddoche, che sostituendo all’interno della sua prosa la parte al tutto riusciva a inoculare nel sistema coercitivo del reale un punto di vista divergente, una pratica di fuga. Un tale spostamento manifestava la conquista di uno spazio laterale dell’immaginario contro l’ottusità del potere, e istituiva la vera cifra innovativa dello stile dell’autrice: una specie di allucinazione sensibile della lingua riversata nella lucida denuncia della sorte dei perseguitati. “La libertà comincia nell’atto di pensare”, diceva Hannah Arendt, e la Müller ha travasato questa considerazione nel linguaggio. La motivazione del Nobel conferitole lodava infatti la sua capacità di descrivere i diseredati “con la concisione della poesia e la schiettezza della prosa”.
Due qualità, la concisione e la schiettezza, animate dallo stesso afflato di sincerità estetica e sociale di chi cerca un rifugio concreto nella scrittura, quella “ricerca di una lingua abitabile” di cui parlava Heinrich Böll a cui ha fatto riferimento Herta Müller in un discorso per il conferimento di un premio nel 2025 riportato all’interno di Una mosca attraversa mezza foresta. Il tema comune dei nove discorsi (più un monologo) radunati nel volume è quello della resistenza individuale alle sintassi della macchina repressiva. Una resistenza che passa per la registrazione degli effetti distruttivi della persecuzione sull’elaborazione identitaria. Come riporta la scrittrice: “L’oppressione è un fissarsi distruttivo sulla libertà che non può essere vissuta”, che diventa “presente come assenza” storpiata, proponendosi nel tempo come un “sentimento terribilmente preciso”. C’è un’impassibilità da diagnosi nelle righe della Müller, una durezza fredda nell’esporre le conseguenze del malessere provocato dalla violenza come un dato oggettivo, che è una delle grandi qualità di questi testi prossimi a un’istruttoria. La sua spietatezza minuziosa sviscera al meglio i protocolli di normalizzazione subiti da chi vive in un regime. E una volta enucleati li utilizza come leve per organizzare una resistenza interiore, visto che per lei la libertà e la dignità sono sempre concrete, applicate nelle condizioni di vita dove agiscono.

Compare una frase nel libro significativa del funzionamento reattivo del suo pensiero: “La maggior parte di ciò che ho imparato su libertà e dignità l’ho appresa dai meccanismi dell’oppressione. Osservare questi meccanismi (e cos’altro resta da fare nell’oppressione?) è come decifrare la scrittura speculare della libertà”. La Müller mette qui in rilievo il paradigma del suo metodo, volto a far rimbalzare da un asse oppressivo delle variazioni alternative. Questa attribuzione nata da uno scarto compiuto contro l’elemento prefabbricato, come ben sapeva la Kristeva, è uno dei processi inerenti alla poesia, la sua matrice stilistica. E manifesta anche, nella sua necessità obbligata di sradicamento, il comune desiderio di fuga (“un misto di disperazione e speranza”) che macerava gli abitanti dell’Europa dell’Est, una nostalgia di pace e sicurezza che si tramutava automaticamente in uno straniamento dalla situazione vissuta o da se stessi. Come nota la Müller, a fronte dell’invasione sovietica duecentomila ungheresi nel 1956, e quattrocentomila cechi nel 1968 fuggirono in occidente alla ricerca di un progetto alternativo. Nelle avversità è importante mantenere uno spazio di speranza: in questo senso la scrittrice definisce quella “nostalgia del futuro” che fa sporgere gli oppressi da un regime verso una protezione dei diritti sognata in altri luoghi.
Così l’esperienza di un esilio interiore come scelta politica, che poi per la Müller e tanti altri diventò reale espulsione, si configura alla stregua di uno dei temi più rilevanti del libro, come è ben esemplificato dal discorso del 2012 sugli esuli dalla Germania nazista. “C’è tanta oscurità negli angoli della parola esilio”, afferma la scrittrice, riferendosi amaramente alla rimozione che colpì l’esperienza degli espatriati nella Germania del dopoguerra, tutta volta a una cancellazione dal passato. Il fatto è che nella Müller la fedeltà a se stessi, l’orrore per l’incasellamento nella categoria degli “appropriati”, è l’istanza suprema, e diventa un vero e proprio manuale di istruzioni per la fuga dai dispositivi del potere cristallizzati dalla storia. Sa bene che la paura è lo strumento quotidiano di chi vuole assoggettare a un’obbedienza preventiva, e cerca, anche nella scrittura, gli accorgimenti personali per avversarla. Al punto da farle allestire, ai tempi delle vessazioni subite nel regime rumeno, delle costellazioni private linguistiche, dei veri e propri mantra interiori, che nella ripetizione la aiutavano a distaccarsi e a preservare un’indipendenza di pensiero. Questo cercare rifugio in una dimensione surreale, che la dissociava dai diktat del presente, è tanto più toccante perché nomina la creatività personale come spazio di affrancamento, creando un contatto tra una sintassi prossima al delirio e la forza di volontà volta a preservare la dignità umana. Produce cioè una sintesi che, rifuggendo la sterilità dell’estetismo, elegge la libera espressione psichica a forma di resistenza alla tirannide. Per lei la minuta invenzione si propone come antidoto lampeggiante alle coercizioni della norma, anche a prezzo di percepirsi come una donna perennemente espatriata, fuori luogo.
La sua vocazione a un’estraneità dislocata è del resto ben rappresentata da questo volume fatto di discorsi “riflessivi” sulla persecuzione, dove si fronteggiano l’eloquenza e il tema etico della resistenza personale, due qualità apparentemente agli antipodi, una rivolta all’esterno, e l’altra all’interno. Ma l’eloquenza qui è quasi confessionale, volta alla testimonianza degli esercizi concreti necessari a una disciplina interiore. Rende cioè politici gli scarti psichici e formali, operazione fondamentale in un’epoca come la nostra, ciecamente protesa verso un ritorno all’ordine. E a proposito di questo suo accreditare di sensi molteplici l’infrazione alla norma, brilla di luce propria il breve pezzo sull’umorismo: “Guarda come ridono. No, piangono”. Dove esamina l’importanza dell’umorismo di fronte agli schemi irrigiditi del potere, affermando: “Per me l’umorismo nasce dall’incertezza dei dettagli in rapporti perfettamente noti”. Ovvero dal tocco imprevisto del perturbante. In fondo anche l’umorismo è una sorta di espatrio dal grigiore della realtà, ma gioioso e liberatorio. Giova ricordare che Freud, sulle tracce di Locke, aveva associato il motto di spirito al lampo aggressivo del Witz, che con il suo effetto liberatorio dei processi primari dell’inconscio era in grado di saltare dei passaggi conoscitivi obbligati. E la rapidità delle connessioni imprevedibili, così come l’affilatezza dello sguardo, appartengono strutturalmente alla prosa della Müller. L’elemento specifico sta nel fatto che questo colpo di lama destrutturante venga da lei applicato al palcoscenico dei regimi, visto che ”L’umorismo è il surreale che si ha sottomano, e serve per respirare quando la realtà è soffocante”. E più in generale, formula qualcosa oltre se stessi, “una forma di analisi dei rapporti sociali” che agisce “come una frana”. “Perciò – aggiunge la scrittrice – le dittature hanno una tale paura dei suoi abissi”.
Come testimonia ad esempio il lavoro del primo Kundera, rivolto a focalizzare il grottesco che permea ogni inturgidimento dell’ordine. O, in un’altra disciplina estetica, la sublime caricatura dell’apparato nazista allestita da Lubitsch nel film Vogliamo vivere!. Alla fine l’umorismo, con il suo guizzo espressivo, esprime una vitalità lanciata contro la rassegnazione del tutto affine alla reattività tagliente della Müller. Aiuta a opporsi a se stessi e vaccina contro l’arroganza, giacché “divertente significa: non dogmatico ma capace di complicità, perciò umano”. E dal momento che “L’umorismo come garanzia di una vicinanza personale” tra le persone “nasce dalla distanza rispetto a sé... perché ogni frase si prende in contropiede”, se ne può dedurre che esprima la scintilla di una socialità democratica antitetica alle gerarchie. Tutto torna nell’orizzonte compatto del libro, perché la spinta dell’umorismo si ricollega alla creazione di un varco alternativo, di un altrove, propria dell’esilio. E nel suo sporgersi iconoclasta che fa appello alla complicità tra gli uomini incontra a pieno titolo la generosità critica di Herta Müller, il suo coraggio umanistico che non fa sconti.